Napoli, Via Santa Lucia. Antichi Sapori, autentico presidio del gusto partenopeo dal 1949

Pubblicato in: I vini da non perdere

Antichi Sapori
Via Santa Lucia 18 – 18 a

Tel. 39+081. 245 11 83
Aperto a pranzo: dal lunedì alla domenica; a cena dal lunedì al sabato
Dal 1 gennaio al 3 marzo chiusi l’intera domenica
Ferie: una settimana a Ferragosto
C/credito e bancomat :si
Buoni pasto: si – Consegne a domicilio: si

di Giulia Cannada Bartoli

Il sangue non è acqua e non mente.  Antichi Sapori è qui nello stesso luogo dall’immediato dopo guerra, prima, semplice salumeria, oggi, locale gourmet e per giunta low cost, provare per credere.  Il proprietario Gennaro Canfora mi accoglie con aria familiare, una vocina mi dice: “Io questo  signore lo conosco”…dopo le prime chiacchiere, cosa scopro? Gennaro è cugino di primo grado di Antonio  Canfora il titolare dell’Osteria da Tonino in Via Santa Teresa a Chiaia dal 1880.L’origine della famiglia mi conferma Gennaro, occhi veloci come fulmini, è tra Chiaia e Santa Lucia.  Il locale era la prima  vera salumeria del quartiere. Io, prosegue il mio ospite, sono nato qui, mi sento profondamente “luciano” e ferito a morte nell’ assistere al degrado e alla globalizzazione imperante.

Il Borgo Santa Lucia è un  rione storico di Napoli, nel quartiere San Ferdinando, attorno all’omonima via che prende il nome dal santuario parrocchiale di Santa Lucia a Mare, la cui presenza è attestata sul litorale fin dal IX secolo. I suoi abitanti sono chiamati lucìani. Fino al 1500 tale appellativo  si riferiva ad una spiaggia di pescatori e ad un piccolo borgo abitato, appunto, dai luciani, gruppo partenopeo, caratterizzato da modi di vivere propri, dedito alle attività marinare, fedele sostenitore dei Borbone.

La storia di Santa Lucia si identifica con quella di Napoli, fin dallo sbarco dei coloni greci provenienti da Cuma, che decisero di fondare qui  il piccolo emporio portuale di Falero, dal quale più tardi nacque – tra la spiaggia, l’isolotto di Megaride ed il colle di Pizzofalcone – la πόλις Partenope (dal greco Παρθενόπη, insieme con Leucosia e Ligea, una delle Sirene maggiormente venerate in Magna Grecia. Sparita nel mare insieme alle sorelle, il suo corpo fu trasportato dalle onde sulla costa di Napoli, dove fu raccolto e sepolto dagli abitanti della città che da lei prese nome.), in seguito nota come Palepoli, cioè “città vecchia”.

La fontana della Sirena si trova nel mezzo di piazza Sannazaro, ed è stata di recente restaurata e dotata di un efficace sistema di illuminazione. Quando fu costruita, verso la metà dell’Ottocento, da Francesco Jerace, la fontana era sita nei giardini di piazza Garibaldi, nei pressi della stazione ferroviaria; fu portata nel luogo attuale nel 1924, contestualmente all’apertura della galleria Laziale, che collega piazza Sannazaro con Fuorigrotta. I viceré spagnoli, fra il ‘600 ed il ‘700, tennero in particolare considerazione il luogo, decidendo di abbellirlo con numerosi interventi, tra i quali il più importante fu quello affidato nel 1599 a Domenico Fontana che trasformò un borgo di pescatori e commercianti in uno dei siti più prestigiosi dell’epoca. Con l’arrivo dei Borboni a Napoli, i lucìani divennero intimi dei re, che se ne servirono come artigiani e fornitori della real casa. Famoso, in proposito, l’aneddoto dell’ostricaro fisico: Nel borgo era presente sempre un banco dell’ostricaro ricco di una miriade diversa di frutti di mare, sul quale spiccava la dicitura “Ostricaro fisico”. Perchè l’ostricaro si chiami fisico non è ancora chiaro. Circola in proposito una storiella. sembra che un marinaio e ostricaro di Santa Lucia fosse un protetto del Re, il sovrano, ammirando il suo aspetto particolarmente prestante, esclamasse: “Tu si nu fisico” e che il “luciano”, compiaciutosi si fosse affrettato ad aggiungere alla sua insegna la qualifica affibiatagli dal monarca e che in seguito venne adottata anche da tutti gli altri suoi colleghi.

L’ostricaro era un mestiere molto nobile, lo si diventava solo per discendenza diretta (di padre in figlio) ,oppure se il posto rimaneva vacante, per meriti eccezionali.  Sui chioschi dipinti c’era un’insegna con il nome del proprietario scritto a caratteri cubitali  e seguito da titoli pomposi, ed era solo da questi che si potevano trovare le vere ostriche del lago di Fusaro, mentre i venditori ambulanti di molluschi, vendevano ostriche senza sapore che di solito venivano pescate nei pressi del Castel dell’Ovo sulla scogliera di Santa Lucia. La località divenne meta rinomata del turismo d’elite il c.d. Grand Tour.

Nel rione visse l’ammiraglio Francesco Caracciolo, prima valente ufficiale della Marina Borbonica e poi martire dellarepubblica napoletana del

1799 che, per ordine dell’ammiraglio Nelson, proprio di fronte al lungomare, fu barbaramente impiccato e gettato in mare; il corpo, risalito a galla e recuperato dai popolani di Santa Lucia, ottenne cristiana sepoltura nell’altra chiesa del rione, quella di Santa Maria della Catena, dove un epitaffio, posto nel 1881, ricorda l’episodio.  La chiesa venne fondata nel 1576 dagli abitanti del quartiere, che decisero di dedicarla alla Madonna della Catena, il cui culto era stato importato a Napoli dalla Sicilia. La tradizione vuole che nel 1390, a Palermo, tre condannati innocenti videro rimandare il giorno della loro esecuzione a causa di una pioggia battente. Le catene con cui erano imprigionati nella chiesa di Santa Maria del Porto (la denominazione della chiesa in questione prima del miracolo) furono spezzate dal provvidenziale intervento della Vergine, attestato dai miracolati. Per questo motivo quella chiesa in seguito, prima popolarmente e poi anche ufficialmente, venne ribattezzata della Catena.

Alla chiesa era legata la festa della catena, che fino a trenta anni fa si svolgeva ai primi di settembre, e durante la quale veniva incendiata sulla spiaggia una barca, intorno a cui erano poi organizzati canti e balli. Nel 1845 il livello del lungomare venne notevolmente alzato e ciò provocò l’interramento della fabbrica cinquecentesca del santuario, sul quale venne edificata una nuova chiesa. Nel 1943, durante la II guerra mondiale, sia la chiesa superiore che quella inferiore vennero quasi completamente distrutte dai bombardamenti alleati. Terminato il conflitto, nel 1945, grazie alle generose offerte dei parrocchiani, in pochi mesi venne eretta la nuova chiesa, su modello di quella ottocentesca. A seguito della colmata effettuata nel primo ‘900, furono edificati i palazzi in doppia fila che separarono la strada dal mare. Anche Santa Lucia, come il  resto della città, conobbe il Risanamento (fine 1800) ed una profonda trasformazione (allargamento e rettifica di via Partenope, colmata a mare e creazione dell’attuale via Orsini, edificazione delle case popolari al Borgo Marinari).

Il mutamento dei luoghi, voluto dai nuovi amministratori, fu attaccato dagli intellettuali dell’epoca, secondo i quali il fascino della zona sarebbe stato irrimediabilmente danneggiato. Fra i critici furono in prima fila Matilde Serao (che denunciò il risanamento come un’operazione di facciata) e Ferdinando Russo, che più tardi avrebbe composto i famosi versi di ‘O lucìano d’ ‘o Rre. La stampa enfatizzò questi giudizi provocando l’arrivo di numerosi pittori e fotografi, che si affollarono sul posto con l’intento di catturare le ultime immagini prima della metamorfosi. L’intervento, nonostante le critiche, accentuò ancor di più il carattere turistico e residenziale dell’area, dove ora sorgono i più panoramici alberghi partenopei.

Tra questi l’Excelsior di stile liberty

il Santa Lucia progettato da Giovan Battista Comencini

ed il Vesuvio, fatto costruire dai finanzieri belgi Ermanno e Oscar Du Mesnil, ultima residenza del tenore Enrico Caruso.

Sulla baia, oggi si affacciano alcuni fra i più prestigiosi circoli nautici napoletani; qui, nel 1960, vennero ospitati gli atleti e le squadre partecipanti alle gare di vela delle Olimpiadi di Roma, che si svolsero interamente nel golfo di Napoli, con partenza ed arrivo a Santa Lucia.

Dalle macerie, nel 1945, venne recuperata miracolosamente illesa la statua lignea di Santa Lucia attribuita a Nicola Fumo. La statua è collocata ora nel tabernacolo dell’altare. A Napoli il culto di S. Lucia, patrona della città insieme a S. Gennaro, ha origini molto antiche.

Probabilmente è preesistente alla costruzione della Prima chiesetta dedicata alla Santa, edificata in epoca anteriore al secolo IX (la prima delle tre chiese costruite in epoche diverse a vari livelli, una sull’altra, nella stessa area).

Poco lontano, visibile dalla nostra meta gourmet, spicca, austero il Castel dell’Ovo (Castrum Ovi, in latino il più antico della città di Napoli ed è uno degli elementi che spiccano maggiormente nel celebre panorama del Golfo. Il suo nome deriva da un’antica leggenda secondo la quale il poeta latino Virgilio – che nel medioevo era considerato anche un mago – nascose nelle segrete dell’edificio un uovo che mantenesse in piedi l’intera fortezza. La sua rottura avrebbe provocato non solo il crollo del castello, ma anche una serie di rovinose catastrofi alla città di Napoli. Durante il XIV secolo, al tempo di Giovanna I, il castello subì ingenti danni a causa del crollo parziale dell’arco sul quale è poggiato e, per evitare che tra la popolazione si diffondesse il panico, per le presunte future catastrofi che avrebbero colpito la città, la regina dovette giurare di aver sostituito l’uovo.

Oggi  il castello è collegato con lo storico rione di Santa Lucia ed è accessibile al pubblico. Nelle grandi sale si svolgono mostre, convegni e manifestazioni. Ai suoi piedi sorge il porticciolo turistico del “Borgo Marinari”,  meta turistica  che pullula di fin troppi ristoranti e bar. A Santa Lucia è legata anche  la storia di Massimo Ranieri, pseudonimo di Giovanni Calone (Napoli, 3 maggio 1951), cantante e attore teatrale napoletano.

Quinto di otto figli, cresce nel rione Pallonetto a Santa Lucia, zona popolare dell’elegante quartiere napoletano di Chiaia, vivendo in un appartamento composto da un solo vano al quinto piano di un vecchio stabile, e già da piccolo si guadagna da vivere facendo svariati lavori (garzone, fattorino, ragazzo di bottega, commesso e cantante nelle cerimonie).

Nel 1964 viene notato da Gianni Aterrano, il quale, dopo aver compreso le possibilità della sua voce calda e intonata, lo fa diventare spalla di Sergio Bruni facendolo partire per gli Stati Uniti con il nome d’arte di “Gianni Rock”. Con quel nome si esibirà per la prima volta in palcoscenico all’Academy di Brooklyn, e con lo stesso pseudonimo incide i primi 45 giri.Con i primi piccoli compensi Massimo Ranieri decide di aiutare la sorella che voleva sposarsi e metter su famiglia. “Lo ricordo, racconta Gennaro Canfora, quando cantava per strada  mentre portava il caffè.” Santa Lucia ha influenzato, negli anni, decine di artisti; in particolar modo i pittori, che hanno immortalato paesaggi, scorci e vedute del borgo e scene di vita popolare in decine di quadri, soprattutto prima che la zona fosse trasformata dalla colmata a mare. Fra gli scultori che vennero folgorati da Santa Lucia si ricorda Vincenzo Gemito, che trasse ispirazione dagli scugnizzi del Borgo per creare Il pescatorello, L’acquaiolo, la Testa di Licco ed altre figure.

La poesia del luogo ha anche ispirato due fra le più celebri melodie della canzone napoletana: la famosissima Santa Lucia (oggi, tra l’altro, considerata l’inno ufficioso di Svezia, cantato il 13 dicembre in occasione della Festa della Luce) e Santa Lucia luntana, motivo emblematico degli emigranti napoletani che partivano per le  Americhe, con  l’ultimo sguardo al borgo,  mentre affollavano i ponti delle navi appena salpate dal vicino porto. Sotto il profilo cinematografico Santa Lucia entrò prestissimo nella storia della settima arte, grazie ai fratelli Lumière, che decisero di inserire una ripresa della strada fra quelle scelte per un breve filmato sulla città di Napoli, risalente al 1898. Al borgo è intitolato il film culto I contrabbandieri di Santa Lucia, ispirato alle attività illecite per cui i pescatori del Pallonetto divennero noti in tutto il mondo tra l’immediato dopoguerra e la fine degli anni ottanta.

Forse anche per questo motivo, poco tempo prima, Vittorio De Sica si era persuaso a girare le vicende di “Adelina”, primo episodio del film Ieri, oggi, domani, fra i gradoni e le casupole della parte più popolare del rione.

Santa Lucia venne ripresa anche da Francesco Rosi nella pellicola Lucky Luciano: in alcune scene il famoso capomafia americano – “in esilio” a Napoli – è seduto ai tavoli del Bar California, famoso locale dell’epoca che era solito frequentare. Su via, torniamo al nostro oste-salumiere: l’idea è geniale, tre attività pulsanti in un unico locale, salumeria, enoteca, ristorante. Il locale, classico e ben progettato è diviso da una parete in legno e finte finestre ad arco  in vetro satinato, dalla salumeria e dalla cucina. Di giorno funziona tutto, di sera, chiusa la saracinesca del salumaio, apre il ristorante, e Don Gennaro è ancora  lì, con  i suoi baffoni, a raccontare  storie del quartiere, sapori e profumi di ogni genere, ad accogliere tutti con un sorriso ed un crocchè…

L’ assortimento del banco salumeria diviso a metà con i contorni e i piatti che escono in rapida successione dalla cucina, ha qualcosa di celestiale.

D’altra parte il fornitore fa ormai parte della storia di Antichi Sapori: Don Vincenzo Guida, 73 anni casaro di Agerola dalla nascita. La cantina – enoteca è molto assortita e, particolare molto interessante, la bottiglia al tavolo si paga al prezzo di enoteca, altrimenti,  si può scegliere tra  un onesto aglianico o falanghina del Beneventano. Il locale, circa settanta coperti tra dentro e fuori,  è gremito di impiegati della vicina Regione, funzionari, onorevoli, molte facce note provenienti da banche, uffici, circoli nautici e barche attraccate alle  banchine del borgo. Gennaro si definisce ” un modesto buon alimentarista”, cioè, mi spiega:” qui si mangia sano, come a casa, i prodotti sono i migliori sul mercato e si spende poco. Negozio e trattoria sono contigui e comunicanti, formaggi e salumi arrivano in tavola appena affettati, carichi di fragranti profumi. Napoli è piena di posti veri, o,  cattive imitazioni  che propongono “antichi sapori”, da Gennaro si trova un qualcosa di unico : “il” sapore dei cibi, la memoria gustativa,  i profumi ed il gusto delle nostre famiglie, le ricette della tradizione orale tramandate di generazione in generazione. Cucina casalinga, ingredienti freschi e scelti, tradizione nel senso letterale del termine. Solo qui si trova ancora lo “spaghetto a vongole”,  rigorosamente Setaro, appena rosato di rosso di  pomodorino “d’o piennolo” quello piccolo invernale che si vede appeso ancora a qualche balcone,

oppure “due” alici indorate e fritte, la provola in carrozza, le melanzane a scarpone, e tutti i contorni che riuscite ad immaginare.

Anche per il pesce la selezione è spietata, il fornitore è lo stesso dal 1959, se “sbaglia”, Gennaro desiste. Il  servizio è accurato e cordiale, con l’arrivo delle belle giornate si può mangiare anche nel piccolo “giardinetto” creato con separé e buganvillea davanti al locale: di fronte, il Borgo Marinaro e il  Vesuvio. L’interno è allegro e fine, piastrelle vietresi alle pareti, tanto legno. Gennaro e la sua famiglia,  (la moglie Patrizia in cucina, la nuora Lucia in sala, il figlio Salvatore in sala a pranzo e ai fornelli di sera, Rosario al banco di salumeria) hanno dichiarato guerra aperta all’omologazione del cibo. Gennaro Canfora, baffi che ci riportano su un palcoscenico di scarpettiana memoria, è un uomo che corre contro il tempo.

Il nome è  giusto «Antichi Sapori»:  in un posto che non s’ immagina, ci si nutre lentamente e con gusto, con il coraggio della qualità. La forza di combattere il global food e l’elogio della lentezza sono stati ereditati dai genitori: papà Salvatore (fratello del padre di Tonino, l’Oste di  via Santa Teresa a Chiaia) scomparso da qualche anno e  mamma Carmela detta «la Thatcher», donna di ferro  che non conosce compromessi. Ancora oggi, Donna Carmela,  a 91 anni, è una “luciana” doc, dal balcone verso sera,  guarda il locale e se la luce dell’insegna non è ancora accesa, telefona al figlio per dirgli:”appiccia ‘a luce, ‘a luce è l’anema do cummercio”. Quando Santa Lucia era un pezzo della  Napoli autentica,  nobile e, al tempo stesso,  popolana, i signori dei palazzi  del primo ‘900 e i contrabbandieri del Pallonetto, compravano l’ Auricchio «quattro facciate», quello che Gennaro ha imparato a stagionare da suo padre. Oggi c’è un caotico andirivieni  di turisti distratti , di burocrati annoiati, di gente che corre per principio.  Per fortuna,  Gennaro non ci sta e dà lezioni:1) si può bere bene senza svenarsi. Come detto sopra, i vini  sono a prezzo di scaffale senza i ricarichi lunari che rovinano ristoranti e cantine, anche perché Gennaro tratta direttamente con le aziende; 2) il piacere di gustare piatti dimenticati, verza e riso, pasta e  cavoli, genovese con le cozze, una rarità; 3) i prosciutti maturano accostati, avranno profumo e lardo rosa. Il parmigiano è lo sperlato export su tavole di legno,  che Gennaro si prende la briga, ogni 45 giorni, di  scorticare e oleare. Dal banco arrivano a tavola formaggi introvabili in città. Verso il tardo pomeriggio, prima serata, Gennaro, va al molo di Torre del Greco  a cercare qualcosa che attiri la sua fantasia tra le cassette scaricate dalle cianciòle, altrimenti,  ogni giorno lo stesso fornitore di fiducia passa con il pescato fresco, da oltre trent’anni.

Scendiamo un po’ nel dettaglio, è talmente ampia la scelta di questo rifugio del gusto, che ci si potrebbe mangiare tutti i giorni a pranzo e cena senza annoiarsi o, rovinarsi stomaco e portafoglio. Vediamo un pò: l’assortimento di sfizi e contorni napoletani è  spettacolare, fondamentalmente gli ortaggi della grande tradizione dei napoletani prima “mangia foglie”, poi, “mangia maccheroni”. In bella vista sul bancone della salumeria, un vassoio sempre caldo di crocchè di patate, quelli fatti con le patate gialle, pepe, prezzemolo, pezzetto di fiordilatte, sale e pepe, crocchè di melanzane, arancini di riso, pizze fritte,  bruschette, deliziose montanare,

pizze di scarola e al pomodoro. Dopo dieci minuti, comprendo che è abitudine consolidata, prima di andare a sedere al tavolo, agguantare un “pezzo”, come lo chiamano tutti, e mangiarlo al volo, a prima fame.

I fritti non sono per niente unti, mi dice Gennaro che è merito di una macchina speciale che assorbe l’olio in eccesso prima del  trasferimento nei vassoi.

Il pane emana un profumo fantastico: è di Frattamaggiore, stesso fornitore da sempre.

Per la pasta solo grandi marche artigianali, finchè c’erano,  a Torre Annunziata la pasta era di Racconto e Fabbrocino. “ Si vendeva a sacchi, ricorda Gennaro, e noi ragazzini la sera ci addormentavamo nelle casse della pasta”. La carne, i salumi, come tutti i formaggi e i fantastici fiordilatte e provola affumicata con la paglia di Bari, arrivano dal caseificio di Vincenzo Guida, casaro di Vico Equense, che “ jesce aint’ ‘o ‘ffuoco”,  si alza ogni mattina, estate e inverno alle 4 per andare a controllare di persona la mungitura delle vacche,ovvero, si assicura che le mammelle siano ben pulite.

Vincenzo ricorda con nostalgia i tempi di quando era militare e sapete perché? “Poteva dormire fino alle 8!”  I latticini qui si servono solo di giornata, se avanzano si usano per farciture varie e cotolette di provola: la cucina napoletana è sempre stata la cucina degli avanzi. Don Vincenzo serve solo i suoi clienti storici da oltre 50 anni, peccato non abbia eredi, i suoi figli sono affermati professionisti a Napoli – mi dice Gennaro – “la gente non capisce che il futuro sta in queste attività e nel turismo, noi “luciani” ci sentiamo defraudati, ad esempio, del Bagno Savoia, mi piacerebbe rivedere quei tempi in cui dai balconi si calavano i panieri con 50 lire ed in cambio tornava su una montagna di cozze”.

E’ tutto cambiato, non ci sono più i negozi storici: la mitica sartoria da uomo di Tullio Ciardulli, il negozio di articoli da pesca Manzo,  il fantastico “Menichiello”, il fruttivendolo “gioielliere”, conosciuto in tutta Napoli, perché si trovava di tutto in qualsiasi momento dell’anno. Anche l’ultima acquafrescaia di Santa Lucia, Concetta, è morta da poco. Gennaro è innamorato di Agerola e dei Monti Lattari, anche pomodori e passate sono fatte qui,  naturalmente in casa.

Tornando al menù, in effetti, non esiste, c’è una piccola lista che cambia ogni giorno con 6 primi e altrettanti secondi con contorno e serve più per il grosso lavoro di asporto, che, per il locale. Qui infatti, Patrizia e Salvatore in cucina vanno all’impronta o su richiesta. Non manca mai lo spaghetto a vongole, poi le minestre pasta e ceci, pasta e piselli,

pasta e fagioli, pasta e zucca, conchiglioni ripieni al forno, sartù di riso, mitica frittata di maccheroni, “arruscata” come piace ai napoletani, ancora: pennette provola e rucola, gnocchi, o, pennette al pomodoro fresco, insalata di riso, ragù e genovese.

La vera particolarità sta nel fatto, che, esclusi i piatti al forno, tutti gli altri si preparano “calando”  solo mezzo chilo di pasta per  volta, in questo modo i clienti mangiano un primo sempre fumante, come a casa propria, a volte, meglio. La scelta di verdure è interminabile: tanti ortaggi freschi, lessati per chi vuole stare leggero, da accompagnare a merluzzo con olio e limone, o un salume affettato al momento.

Certo, è dura seguire una dieta e veder passare opulente zucchine alla scapece, parmigiana di melanzane da urlo, peperoni in padella, friarielli, carciofi arrostiti, patate al forno, broccoli, insalata di patate e freschissime insalatone con tonno, formaggi e mozzarella, che prendono il nome dalle isole del golfo.

I secondi di carne spaziano dalle scaloppine, alle cotolette di provola o carne, polpette al sugo o, fritte,carne del ragù e della genovese,  petto di pollo alla griglia e una fantastica mozzarella di bufala del Caseificio Fierro , produttori gourmet di vera mozzarella di bufala ad Aversa dal 1948, fornitori ufficiali della casa reale a Londra.

Sul lato mare, la scelta varia secondo il pescato: alici indorate e fritte, croccanti e profumate,  frittura di paranza, di gamberi e calamari, seppie appena pescate, arrivate vive.

Il pesce pregiato va a peso. L’attività di asporto e delle cd. “marenne” (colazioni da asporto) è frenetica, ci sono due ragazzi dello Sri Lanka addetti solo alle consegne. La clientela è molto varia: enti, uffici, negozi, mamme lavoratrici in difficoltà e poi tanti ragazzi e operai che vengono direttamente per mangiare una “marenna”, preparata come si deve e ad un prezzo equo. La scelta di frutta e dessert è varia e di ottima qualità: solo prodotti di stagione, delizie al limone o al caffè, torta ricotta e pera e naturalmente un ammaliante babà.

Anche l’attività di enoteca funziona, tra 350 e 500 etichette e poi tante specialità gourmet: tonno, olio extravergine umbro o, del Cilento, legumi, paste artigianali, cioccolato, miele,  sottoli e, naturalmente,  la sconfinata selezione di formaggi e salumi. Beh è il momento della verità: il quid, quanto si spende? In questo locale salumeria, osteria e asporto, si può spendere su misura, sempre entro un budget contenuto e sempre sicuri di mangiare prodotti di qualità eccellente. I “pezzi” (arancini, crocchè, pizze) costano da 1 a 2 euro; un tavolo di due persone alle mie spalle ha ordinato: 2 mega porzioni di spaghetti a vongole, 1 frittura di paranza abbondante, due dessert, acqua e due caffè per 40 euro; i secondi di carne con  vari contorni misti costano 7,50 euro; per i contorni 3,00 euro; 8,00 euro per la frittura di paranza; 10,00 – 12, 00 euro per il pesce pregiato; mozzarella e latticini dai 10,00 ai 14,00 euro al chilo, 3,00 per i dessert. Coperto e servizio si applicano  solo di sera: 1,50 euro. Il caffè napoletano doc arriva dal vicino bar Calone: 1,00 euro, non è raro che sia offerto dalla casa.

L’atmosfera, a tratti caotica, è di grande confidenza: Gennaro e i ragazzi di sala ricordano a memoria nomi e gusti dei clienti abituali che, andando via  il venerdì, salutano: “buon fine settimana”, certi che l’ora di pranzo del lunedì a seguire,  sarà una piacevole pausa, con tanto di discreta “posteggia” di sottofondo…così è se vi piace.

Te sì fatta na vesta scullata, nu cappiello cu ‘e nastr’ e cu ‘e ‘rrose,  stive ‘mmiez a tre o quatt’ sciantose e parlave ‘u ‘ffrancese accussì”…


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