
Sei una buona forchetta? Si deve ai napoletani se questa posata, osteggiata dalla Chiesa per lunghi secoli perchè considerata un arnese del Diavolo, ha assunto un significato positivo.
Goethe ha scritto che il rapporto dei napoletani va ben oltre la passione, comune a tutti gli italiani, è una «ossessione» mentre Leopold von Sacher-Masoch rimase sconvolto, ed è tutto dire, dalle scene viste in occasione dell’assalto all’albero della cuccagna. C’è però una virtù che caratterizza questi eccessi, queste esagerazioni: qui la cultura dello spreco è estraneo non solo ai poveri, ma anche ai ricchi. Solo negli ultimi sfortunati anni di decadimento che stiamo vivendo questa pratica sta coinvolgendo anche il Sud, e non potrebbe essere altrimenti visto l’aumento nella dieta del cibo spazzatura che trasforma le persone che lo ingurgitano in bidoni della munnezza ambulanti.
Niente rappresenta meglio la città e la civiltà della forchetta per mangiare. Non a caso si dice che il cucchiaio è per i cafoni, intesi come coloro che vivono fuori dalla città e che rendono brodose. La forchetta era usata da greci e latini per poi scomparire con l’arrivo dei barbari e la sua scomparsa segnò la sconfitta della città di fronte allo stormire dei boschi e delle foreste.
Dopo fugaci apparizioni non poteva che ricomparire, nella forma che conosciamo noi, cioè con i quattro greppi, proprio a Napoli, ossia, nella seconda metà del ‘700,una delle più popolose al mondo, la seconda in Europa dopo Parigi.
Il merito “materiale” dell’invenzione ha nome e cognome: fu Gennaro Spadaccini, ciambellano di corte a Napoli che aggiunse il quarto rebbio per consentire a Re Ferdinando I di mangiare la pasta a tavola senza usare le mani. Una trovata che consenti di vincere ogni resistenza all’uso di questa posata, vista sempre come una stravaganza e che incontrò la resistenza della chiesa che la identificava con il Diavolo.
Una invenzione di città e di civiltà, dunque che non poteva non nascere a Napoli dove la gastronomia aveva subito una fantastica e avveniristica trasformazione grazie all’arrivo dei monzu.
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