Ruri Kaiseki a Palazzo Murat | Il dialogo tra Giappone, arte e ospitalità

Pubblicato in: Appuntamenti, persone

di Tonia Credendino
Dal 15 giugno al 12 settembre Ruri Kaiseki lascia temporaneamente Napoli per approdare nel giardino di Palazzo Murat. Un progetto che intreccia cucina Edomae, ospitalità giapponese e arte contemporanea, trasformando una cena in un percorso capace di raccontare una cultura attraverso i suoi gesti più autentici.

Positano, giugno 2026. C’è un momento, nel cuore di Positano, in cui il ritmo della Costiera cambia improvvisamente. Basta oltrepassare il cancello di Palazzo Murat perché il brusio della piazza lasci spazio al silenzio del giardino, al profumo degli agrumi e alla quiete di una dimora che continua a custodire il fascino della propria storia. È una sensazione quasi impercettibile, ma sufficiente a cambiare il modo di osservare ciò che ci circonda.

È proprio qui che Ruri Kaiseki ha scelto di trasferirsi per la stagione estiva, lasciando temporaneamente la sede napoletana per dare vita a un progetto che sembra trovare in questo luogo la sua naturale prosecuzione.
Palazzo Murat diventa così la cornice di un’esperienza che supera il concetto stesso di ristorante, trasformando la cena in un incontro tra culture accomunate dallo stesso rispetto per il tempo, la bellezza e l’arte dell’accoglienza. Non è soltanto una delle dimore storiche più affascinanti della Costiera Amalfitana. Da sempre rappresenta un luogo in cui storia, arte e cultura convivono con straordinaria naturalezza.

Una vocazione che oggi continua anche attraverso la collaborazione con Liquid Art System, realtà internazionale che, proprio di fronte al palazzo, ospita due gallerie dedicate all’arte contemporanea. Da una parte le opere raccontano il presente attraverso il linguaggio degli artisti, dall’altra una cucina che utilizza la materia prima per trasmettere una cultura millenaria. Linguaggi differenti, accomunati dalla stessa ricerca dell’essenziale.

Dietro questa visione c’è Giovanni d’Alessandro, fondatore di Ruri Experience. È lui ad accompagnarmi nei primi passi di un percorso che inizia molto prima della cena. Mentre racconta la nascita del progetto, diventa evidente che il Giappone, per lui, non è mai stato una semplice fonte di ispirazione, ma una cultura da conoscere, comprendere e rispettare nella sua interezza.
Più la conversazione prende forma, più emerge un aspetto che considero decisivo. Ogni scelta trova una motivazione precisa. Nulla sembra affidato al caso. Dietro quella ricerca quasi ostinata del dettaglio non si nasconde il desiderio di stupire, ma la volontà di restituire autenticità. Un approccio costruito nel tempo attraverso studio, relazioni e viaggi, nella consapevolezza che una cultura non possa essere restituita limitandosi a riprodurne l’estetica.
Ed è forse proprio questa la chiave di lettura di Ruri Kaiseki. Qui la cucina rappresenta soltanto uno dei linguaggi attraverso cui il Giappone racconta sé stesso. L’ospitalità, il ritmo del servizio, la scelta delle materie prime, il rapporto con gli artigiani e persino il silenzio contribuiscono a costruire un racconto coerente, in cui ogni elemento trova il proprio significato.
Sedersi al bancone significa allora compiere un gesto che va ben oltre la scelta di un menu. Significa accettare uno dei principi più profondi della cultura gastronomica giapponese: l’Omakase. «Prima ancora di essere un menu», mi spiega Giovanni, «l’Omakase è un atto di fiducia. L’ospite sceglie di affidarsi completamente al Maestro, lasciando che sia lui a guidare ogni momento dell’esperienza.»
Una filosofia che ribalta il rapporto tra cuoco e ospite. Non è il cliente a scegliere il percorso, ma il Maestro ad assumersi la responsabilità di interpretare il momento migliore di ogni ingrediente, costruendo un’esperienza irripetibile, modellata sul ritmo della natura e sulla sensibilità di chi la osserva ogni giorno.
Mentre la conversazione lascia naturalmente spazio al servizio, il Maestro Hiroshi Yanagi apre una piccola cassetta di legno che custodisce il pescato selezionato per la serata. Non c’è alcuna ricerca dell’effetto scenico. Nessuna teatralità. Soltanto il rispetto di un rituale antico, fatto di gesti essenziali e di una concentrazione che sembra isolare il tempo dal resto del mondo.
Ogni ingrediente viene mostrato con la naturalezza con cui si presenta un ospite d’onore. Triglia, capasanta di Hokkaido, seppia, sgombro. Prima ancora che il coltello entri in contatto con il pesce, è già chiaro che ogni scelta nasce molto prima della cucina. Nasce dal mare, dalla stagione, dall’attesa.

È il principio dello Shun (旬), uno dei concetti più profondi della cultura gastronomica giapponese. Ogni ingrediente possiede un preciso momento dell’anno in cui raggiunge il proprio equilibrio ideale di gusto, consistenza e valore nutrizionale. È soltanto in quell’istante che può esprimere davvero la propria identità. Tutto il resto sarebbe un compromesso.

Da questa filosofia prende forma la cucina Edomae, nata nella Tokyo del periodo Edo e costruita su un’idea che appare sorprendentemente attuale: la tecnica non serve a trasformare la materia, ma a comprenderla. Marinature, maturazioni, incisioni e tempi di lavorazione non diventano esercizi di virtuosismo, ma strumenti discreti che accompagnano l’ingrediente verso la sua espressione più autentica.

Osservando il Maestro Yanagi al lavoro si comprende come, nella cucina giapponese, la precisione rappresenti una forma di rispetto. Ogni movimento è misurato, ogni pausa possiede un significato, ogni gesto elimina il superfluo fino a lasciare soltanto ciò che è davvero necessario. È una disciplina che non cerca mai di attirare l’attenzione su chi cucina, ma su ciò che viene servito.
Nemmeno il riso sfugge a questa logica. Il Koshihikari, considerato tra i più pregiati del Giappone, non rappresenta un semplice accompagnamento del nigiri. Ne costituisce l’equilibrio. Cambiano la temperatura, il condimento, la pressione esercitata dalle mani e perfino la forma con cui viene modellato, perché ogni pesce richiede un’interpretazione diversa. È un dettaglio che racconta molto più di una tecnica: racconta una cultura nella quale la perfezione coincide con l’armonia e non con la complessità.
Lo stesso principio attraversa ogni assaggio. Il Kazari-giri (飾り切り) inciso sulla triglia permette al condimento di penetrare nella carne senza alterarne la consistenza. La capasanta di Hokkaido conserva tutta la propria naturale dolcezza, accompagnata da elementi scelti con misura, capaci di amplificarne l’eleganza senza mai sovrastarla.

Nulla invade il palato, mentre ogni componente trova il proprio spazio con naturalezza accompagnando il pesce in un equilibrio fatto di precisione, misura e rispetto. È qui che emerge uno dei concetti più affascinanti della gastronomia giapponese: l’umami, quella quinta percezione del gusto che si manifesta con discrezione, lasciando che ogni ingrediente continui a raccontare la propria identità.

Tradurre questa filosofia in un linguaggio contemporaneo richiede sensibilità prima ancora che tecnica. È qui che entra in scena Angelo Giugliano. Dopo un percorso internazionale culminato nelle cucine del Noma di Copenaghen, lo chef sceglie una strada controcorrente. Non costruire una cucina che cerchi di stupire, ma una cucina capace di mettersi in ascolto della materia prima. Fermentazioni, maturazioni e tecniche contemporanee diventano strumenti discreti, mai protagonisti. Ogni intervento esiste soltanto nella misura in cui riesce a preservare l’identità dell’ingrediente.
È una visione che dialoga naturalmente con quella del Maestro Hiroshi Yanagi. Due percorsi differenti, una stessa idea di cucina. Da una parte la precisione millenaria della tradizione giapponese, dall’altra una sensibilità contemporanea maturata nelle grandi cucine internazionali. Il punto d’incontro è il rispetto. Per il tempo, per la stagionalità e per una materia prima che non chiede di essere trasformata, ma semplicemente compresa.
A dare continuità a questo racconto è Marcello Ascione, direttore di sala e sommelier di Ruri. Nel fine dining si tende spesso a misurare il servizio attraverso la perfezione dei gesti. Qui accade qualcosa di diverso. L’accoglienza nasce dall’ascolto. Ogni ospite viene accompagnato con discrezione, lasciando che il servizio trovi il proprio ritmo senza mai imporsi sull’esperienza.
Anche gli abbinamenti seguono la stessa filosofia. La selezione di sakè e vini non cerca il virtuosismo, ma l’equilibrio. Ogni calice diventa una naturale estensione del piatto, contribuendo a costruire un percorso coerente dall’inizio alla fine.
Ed è forse proprio qui che si comprende il significato più profondo di Ruri Kaiseki. Non nasce con l’ambizione di proporre un’esclusiva cucina giapponese, né di riprodurre un’estetica lontana migliaia di chilometri. L’obiettivo è molto più complesso: restituire una cultura senza alterarne il linguaggio. Una scelta che richiede studio, rigore, relazioni costruite nel tempo e la capacità, sempre più rara, di rinunciare al compromesso.

Quando lascio il giardino di Palazzo Murat, Positano è ancora lì, con le sue case arrampicate sulla roccia, il profumo dei limoni e la luce che accompagna il mare fino all’orizzonte. Eppure, qualcosa è cambiato. Per una sera quella distanza che separa il Mediterraneo dal Giappone è sembrata annullarsi, non attraverso una semplice proposta gastronomica, ma grazie a un linguaggio fatto di gesti, precisione e rispetto. È questa, forse, la conquista più autentica di Ruri Kaiseki. Dimostrare che una cultura non ha bisogno di essere reinterpretata per essere compresa, ha soltanto bisogno di essere raccontata con onestà.

Ruri Kaiseki Experience
Palazzo Murat
Via dei Mulini, 23
84017 Positano (SA)

Dal 15 giugno al 12 settembre 2026
Esperienza disponibile esclusivamente su prenotazione e con un numero limitato di coperti.
Per informazioni e prenotazioni:
www.ruriexperience.com
Prenotazione online:
https://rurijapaneserestaurant.superbexperience.com/


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