
di Marco Galetti
Rimane lo stupore.
Eppure l’atmosfera, i sapori, i colori, la fauna con la quale abbiamo condiviso spazi comuni, avevano lasciato presagire ben altro epilogo.
Ingresso a metà serata e a locale mezzo pieno, leggero rumore di fondo, in fondo si stava bene, ci accomodiamo in fondo alla sala senza sapere che avremmo toccato il fondo.
Accoglienza premurosa, cortesi, sorridenti ed attenti i collaboratori, addirittura caloroso il benvenuto della coppia dei proprietari, nulla da dire sulle birre e sulla sequenza di pizze condivise, degustate ed ordinate senza soluzione di continuità.
Tre piattini, una pizza in mezzo al tavolo divisa a spicchi, si gode, si finisce e ne arriva un’altra.
Poi, senza preavviso, nemmeno quello minimo sindacale che danno anche nei locali senza pretese che non si atteggiano, verso le undici (alle ventitré spaccate di un incomprensibile parametro nordico) ci portano letteralmente via patti e posate, con un atteggiamento posato ma determinato.
Non discuto gli orari, per quel che mi riguarda, possono anche decidere di sfornare l’ultima pizza dopo Carosello, basterebbe però, presentarsi al tavolo con una frasetta semplice ed efficace,
se volete ordinare qualcos’altro, tra dieci minuti chiudiamo la bocca del forno.
Decidere di precludersi occasioni e opportunità è una scelta che va rispettata, ma un locale pubblico, che fa servizio pubblico, deve prima di ogni altra cosa, rispettare il cliente, che, nel mio caso, mostrando un rispetto di ritorno non dovuto, pur decidendo di non sorvolare sul concetto, passa a bassa quota sul locale senza nominarlo.
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