Lucio Mastroberardino, una giornata Ais con i suoi vini a Taurasi per ricordarlo

Pubblicato in: Eventi da raccontare

di Annito Abate

Non si può che concordare con AIS Campania sull’idea di celebrare la Giornata Nazionale della Cultura del Vino e dell’Olio in Irpinia; un plauso poi perché si è scelto di farlo in uno dei luoghi più rappresentativi: Il Castello di Taurasi!

Un momento di grandissima Cultura, anche di vita, una prospettiva che ha saputo inquadrare la storia e la geografia di un territorio: un “tocco” al presente sui “profumi” del passato, “guardando” soprattutto  al futuro.

Il colophon fa da terminale alle poltrone in pelle gialle sistemate in fila davanti alla platea; il manifesto dell’Associazione Italiana Sommeliers è un messaggio senza equivoci, il passaggio dal vino alla cultura: i “filare di viti”, pettinando una collina, si trasformano in “filari di parole”, il colle diventa un libro dove, allineati e poi sfumati, si inseguono la vigna ed i righi della scrittura di un libro ideale.

Nicoletta Gargiulo, Paolo Mastroberardino, Piero Mastroberardino, Luigi Moio e Luciano Pignataro hanno voluto parlare di “enoiche gesta eroiche” (tiene anche la simmetria: “eroiche gesta enoiche”) e non hanno potuto non soffermarsi sulla Famiglia Mastroberardino e sulla figura di uno dei suoi esponenti di spicco, Lucio, scomparso recentemente e prematuramente. Non si è voluta fare una celebrazione della persona di Lucio Mastroberardino ma alla fine non è stato, ovviamente, possibile dato quello che questa figura ha rappresentato nell’universo del vino, un personaggio significativo che ha contribuito a far crescere la Sua Terra e a far diventare “grande” il vino della Campania nel Mondo.

 

Tutti gli interventi hanno inteso salvaguardare il grande potenziale competitivo accumulato con anni di sacrifici e consolidati riconoscimenti, scongiurare una possibile erosione di risorse e valori, una irreversibile compromissione di immagine, serio pericolo che si cela dietro “il rumore” anticulturale che tende a far passare messaggi “aggressivi” quali la “svendita” di un prodotto di eccellenza. Ricette possibili: favorire uno sviluppo equilibrato tra potenziale produttivo e mercato e scoraggiare operazioni speculative “mordi e fuggi”.

Il “Vino” è un “investimento” generazionale e chi vuole “rischiare” deve capire il concetto di misura del tempo!

Piero Mastroberadino presenta e cede subito la parola al cugino, Paolo, la grinta che lo contraddistingue emerge immediatamente: «Non siamo coesi! Si rifiuta un futuro diverso! Il territorio non è capace più di far presa sulla gente, non tanto in Campania ma fuori da questa Regione; all’esterno il mercato è grande e si scompare». Paolo Mastroberardino è visibilmente commosso, forse pensa alle tante battaglie combattute dal fratello Lucio che credeva nella sua “missione” di “esportatore” di uno stile comportamentale ed infatti replica con determinazione: «”Business” è una parola importante, non abbiamo bisogno di speculatori che vogliono un immediato profitto, non è svendendo che si fa cassa». Il tono è pacato ma deciso quando ricorda che quella che si sta preparando, nella sua Famiglia, è la settima generazione di imprenditori enoici: «Non deve esistere “l’immediato” ma il futuro!».

Piero modera gli interventi ma, da grande “cultore della materia”, sottolinea alcuni passaggi fondamentali quando afferma che “ci vogliono prospettive a lungo termine” e fa emergere qualche contraddizione, se vogliamo un paradosso: «Tutti diciamo che i vini Irpini sono longevi ma siamo poi preoccupati se resta qualche ettolitro nei serbatoi».

Lasciando la parola a Luigi Moio invoca “rispetto per ciò che è stato fatto”.

Il grande “scienziato” racconta un aneddoto: «Negli anni ’70, giovani studenti in enologia, guardavamo con grande rispetto ed ammirazione la Famiglia Mastroberardino, figuriamoci ad averne un esponente come compagno di banco (Paolo); i miei primi studi sugli aromi del vino furono condotti sulla “falanghina” e non volevo solo quella del Sannio», platea attenta, grande silenzio in sala Moio continua: «Lucio (Mastroberadino) mi diede dei grappoli provenienti da uno dei lori vigneti in Irpinia che misi in azoto liquido e conservai per il mio ritorno in Francia». Il Prof, con un lucido escursus territoriale sui bianchi autoctoni italiani, dimostra l’unicità delle cultivar campane e le potenzialità straordinarie dei suoi territori: «Fiano, Greco e Falanghina non ce li ha nessuno ed esprimono anche vini posizionati su fasce di prezzo inimmaginabili. Hanno tentato fertilizzazioni incrociate e “travasi” in altre zone d’Italia ma non sono mai riusciti ad esprimere il carattere della loro “culla” territoriale». Un ultimo aneddoto del “maestro degli aromi del vino” accompagna il terzo intervento: «Angelo Gaia mi ha chiamato per sapere come potrebbero “andare” Fiano e Greco in Toscana, c’è un grande interesse per i “nostri” vitigni».

Piero prima di introdurre il terzo relatore aggiunge: «Il problema non è sincronico ma acronico, Antinori l’ho visto alle aste e si è sempre aggiudicato i lotti di Taurasi degli anni ’60, quelli storici di Mastroberardino … evitiamo allora di farci del male!»

Tra il pubblico un brusio, forse l’esternazione di una consapevolezza che diventa anche rammarico, l’evidenza, come per legge del contrappasso dantesco, di una sorta di rassegnazione e sofferenza a prescindere di un territorio che ha tutte le carte in regola per mandare all’università il figlio talentuoso e motivato ma i genitori non hanno soldi per farlo.

Questo è un sistema da scardinare, un gioco perverso da non perpetuare!

Bisogna diventare azionisti del proprio territorio!

«Il tema di oggi è la tradizione» dice Luciano Pignataro e continua con sintetica ed efficace sintesi giornalistica «emergono due atteggiamenti: chi tende ad “impossessarsi” della tradizione e chi tende a “distruggerla” invocando una nuova era».

Ed infatti una delle sconfitte del 2.0 è stata proprio una insana distorsione della democrazia dove, dice Pignataro «tutti possono dire tutto e lo spazio è stato occupato dagli “inventori” di microaziende messe in diretta contrapposizione con chi aveva la storia. Nella popolosissima Campania bisogna occupare lo spazio perché spazio non ce n’è a sufficienza e si finisce con il non rispettare più la tradizione sviluppando incapacità a capire la forza di chi ha lavorato nel passato».

La Grande Famiglia, radicata sul territorio dove opera da lunghissimo tempo, resta un modello dal quale non si può prescindere, riesce ad esprimere prodotti che durano negli anni e che non hanno equivalenti, proprio per mancanza di confronti possibili: «Prima si vede il “l’originale” e poi si guarda oltre, prima i capitelli del Partenone poi Capitol Hill» e’ l’efficace battuta del giornalista.

Bisogna avere la consapevolezza, da tramutare anche in umiltà, aggiungerei, che la forza dell’Irpinia, della Campania tutta è stata “l’abbarbicarsi” ad uno stile che è diventato, quindi, un indicatore di riconoscibilità, un prototipo dal quale non si può prescindere e che assume un ruolo storico, sociale ed emozionale unico e “ripetibile” solo da autoctoni consapevoli, lungimiranti e “ladri” della tradizione.

Qual è la grande differenza tra storico e storicizzato?

«Il ruolo di Lucio Mastroberardino, della Sua Famiglia è stato di mantenere la viticoltura ma soprattutto l’impostazione di questa “cultura della vite”; il modo migliore per porsi in gioco era specializzarsi non diventare piccole-grandi aziende».

Adoro le Cantine “ordinate” quelle che hanno fortissimi caratteri di riconoscimento, come succede nei Centri Antichi dove non ti perdi mai perché ogni angolo ha il suo significato precipuo ed è nella sua “verità” voluta dal tempo e dalla necessità che risiede la “riconoscibilità” ed anche l’unicità; sono gli autoctoni che sanno e possono continuare a costruire in quella maniera per formare il tessuto urbano di quel Borgo da tramandare alla storia.

Adoro le Cantine “quadrate”, quelle inscrivibili in un cerchio, dove ci si può rilassare nella “sezione aurea” della semplice sequenza delle etichette prodotte per concentrasi sulla complessità dei vini che rappresentano.

Serpeggia la consapevolezza che la Giornata Nazionale della Cultura del Vino e dell’Olio al Castello di Taurasi è stata una “chiacchierata vera” sul futuro del territorio.

Serpeggia la consapevolezza che il “patrimonio” di una Famiglia può essere, nella consapevolezza collettiva, essere messo a disposizione di un territorio e che i “dividendi di bilancio” possono ricadere anche sugli abitanti che lo abitano trasformandosi in ricchezza per tutti.

Serpeggia la consapevolezza che è arrivato il momento di mettere da parte i pregiudizi e le gelosie e sentirsi orgogliosi di appartenere ad una storia, fare squadra: «Nel 1920 l’Irpinia era la seconda produttrice di vino dopo i Castelli Romani» ricorda Piero (Mastroberadino); il secondo anello dopo la tradizione, la storia è la geografia.

E nella consapevolezza di quanto appena “assaporato”, i calici si riempiono dei vini, quelli cari a Lucio (Mastroberardino) di Terredora, da abbinare alle emozioni ancora “calde”; sulla tovaglietta un grappolo d’uva stilizzato, in cui quattro verdi olive hanno ottenuto ospitalità tra gli acini, separa la simmetrica cromaticità dei bianchi e dei rossi in degustazione: tre Fiano di Avellino DOCG, Campore 2007, 2008, 2010 e tre Taurasi DOCG, Fatica Contadina 2008, Paco dei Fusi 2007, Campore 2006.

Vini dalle “spalle larghe” come li ha definiti Nicoletta Gargiulo (Presidente AIS Campania) che ha anche guidato gli assaggi completati dalla “maestria” di tutto il “panel”.

Vini che hanno espresso la cultura, la storia, la geografia di un Terra e la fatica della Gente che l’ha lavorata per le sette generazioni che finora ha espresso.

Vini che hanno conservato nelle bottiglie il ricordo di chi li ha fatti, di Lucio, come nel suo intervento aveva anticipato, e promesso, il fratello Paolo Mastroberardino.

 


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