
di Andrea Petrini
Ci sono luoghi in cui il vino è una mera voce di bilancio, un algoritmo studiato a tavolino per assecondare il gusto medio di un pubblico di passaggio. Succede quasi ovunque a Roma, e succede con matematica certezza nei grandi crocevia del turismo di massa. Lì, a due passi dalle mura vaticane, dove la marea umana scorre instancabile, la ristorazione ha quasi sempre firmato la sua resa: carte dei vini banali e precostituite, i soliti tre o quattro grandi marchi industriali a fare da scudo al cassetto serale, menù fotocopia pensati per intercettare l’ennesimo avventore da spennare con una Carbonara mediocre. Un conformismo pigro che anestetizza il palato e standardizza l’anima della città.
Poi, nel cuore di questa catena di montaggio del gusto, al civico 7 di Piazza Risorgimento, la geografia commerciale della Capitale si interrompe bruscamente per farsi epica intima, racconto, eresia pura. È qui che oggi sorge Vineria Risorgimento, un progetto inaugurato ad agosto 2025 proprio negli spazi che un tempo ospitavano Pergamino – storica insegna romana e pioniera nell’introdurre la cultura dello specialty coffee in città. L’idea prende vita da un’intesa profonda tra due personalità chiare del panorama cittadino: da un lato Luigi Parise, mente visionaria già dietro al successo dello stesso Pergamino, del Morrison’s – tra i pub più longevi e identitari della città – e di Be.Re; dall’altro Sirio Di Francesco, figura cresciuta nel mondo rigoroso della birra artigianale e già tra i fondatori di Argot Prati. Insieme hanno dato forma a un micro wine bar di appena trenta coperti che si impone un obiettivo limpido e ambizioso: scardinare le logiche di questo nevralgico crocevia romano per portare nel cuore di Roma un racconto del vino fondato unicamente su artigianalità, territorio e coerenza produttiva.
Entrare qui significa varcare la soglia di un’ossessione genuina, quella che Sirio Di Francesco coltiva ogni giorno dietro al banco. Se la stragrande maggioranza dei proprietari di wine bar della Capitale si accomoda sulla sponda sicura delle mescite commerciali, Sirio ha scelto la via della ricerca spasmodica, quasi febbrile. Un lavoro di scavo che non è una semplice selezione di etichette, ma una dichiarazione di guerra culturale al banale.
Il manifesto di questa resistenza trova luogo appena si varca la soglia del locale dove tutte le pareti custodiscono circa quattrocento referenze in perenne, continua evoluzione. Una biblioteca liquida che segue un principio netto e inscindibile: scegliere unicamente produttori artigianali che lavorano nel rispetto profondo della terra, custodi di un legame imprescindibile tra il vitigno e il suo luogo d’origine. Non troverete qui una sola dinamica guidata dalle tendenze passeggere del mercato o dalle mode del momento, ma una valorizzazione pura e rigorosa del concetto di terroir – inteso nell’accezione più nobile e complessa, come l’insieme irripetibile di suolo, clima, esposizione e cultura agricola che definiscono l’identità profonda di un vino.
«Non amiamo la definizione di vino naturale», spiega Sirio, che negli ultimi anni ha affinato e strutturato questa sua viscerale passione con un percorso da sommelier e un master di specializzazione. «Parliamo piuttosto di vino artigianale: diretto, sincero, fedele al territorio». Una filosofia che si traduce nel rifiuto dei dogmi ideologici e dei cosiddetti “naturaloni” difettosi o puzzolenti, spesso sdoganati per snobismo. Sirio esige la pulizia espressiva, il livello assoluto di una mano agricola che sa essere impeccabile. Per lui la vita è bianca o nera, i grigi non sono ammessi.
La distribuzione della carta riflette fedelmente questa visione e si divide tra un 60% di Italia e un 40% di Francia, con alcune mirate incursioni tra Spagna, Austria e Germania. La Francia occupa uno spazio d’onore sia per l’amore personale dei soci, sia per una precisa scelta strategica: proporre una selezione non scontata e d’indubbio spessore proprio in una zona fortemente turistica. Evitando un’offerta esclusivamente locale che rischierebbe di ammiccare con facilità al pubblico straniero, Sirio eleva l’asticella del dibattito e costringe l’ospite a spogliarsi dei propri preconcetti.
Tra le aree che meglio raccontano questo meticoloso lavoro di scavo c’è il Languedoc, con vini ancora accessibili ma dotati di un carattere monumentale, come quelli firmati da Domaine de Courbissac. Oppure, sul fronte opposto, la Sardegna fiera di Davitha, sotto Sassari, dove si coltivano ed esaltano esclusivamente varietà autoctone, fino a tornare nel Lazio, che gioca in casa ma senza retorica, svelando realtà d’eccellenza come l’azienda Rinelli di Affile: vigne tra le più alte e impervie della regione, interpreti di un Cesanese di straordinaria ed eroica eleganza.
Ed è qui che l’ossessione per la ricerca incontra la volontà di condivisione: per evitare che queste perle restino confinate nell’esclusività di una bottiglia intera, Sirio ha scelto di scardinare la rigidità della carta classica attraverso una monumentale lavagna che campeggia nel locale. La mescita diventa così il fulcro di un’accessibilità democratica e un invito dinamico alla scoperta, mai all’esclusione. Si tratta di una rotazione incessante che garantisce sempre almeno quattro bollicine — con i grandi Champagne di piccoli vignerons proposti al prezzo politico di 10 euro — accanto a cinque bianchi, rosati e rossi di territorio che viaggiano in una forbice onestissima tra i 6 e i 12 euro. Tutto questo si compie con una trasparenza e un’onestà intellettuale che lascia disarmati, soprattutto se rapportata alla posizione d’oro del locale e alla rarità della proposta.
In questo scenario, anche la cucina abdica felicemente al suo storico ruolo di protagonista per farsi spalla, supporto devoto e mai invasivo del calice. Dal piccolo laboratorio di gastronomia fredda escono piatti immediati ma di spessore clamoroso, dove ogni ingrediente porta la firma di un artigiano del gusto: si parte da una golosa sponda di piccoli sfizi vegetali e sottoli d’autore — che viaggiano tra i 3 e i 4 euro — dove spiccano i carciofi alla brace, gli straccetti di melanzane di Agnoni o le giardiniere artigianali (La Giardiniera di Morgan) lavorate a regola d’arte. Il cuore più conviviale del menù batte invece tra taglieri con ricche selezioni di salumi e norcineria del territorio, formaggi italiani ed esteri ricercati, bruschette farcite, pizze e golosi padellotti caldi serviti espressi, che si assestano mediamente tra i 10 e i 20 euro. E per chi vuole spingersi oltre, la carta regala incursioni nobili come le acciughe del Mar Cantabrico con burro francese, o il raffinato foie gras d’oca aromatizzato al Sauternes, servito con una misticanza alla vinaigrette di Lambic.
Con l’arrivo della bella stagione, grazie anche ad un accogliente spazio esterno, sono in programma appuntamenti mensili con i produttori, piccole verticali e mescite tematiche dedicate a specifiche zone o cantine, sempre in un formato informale e partecipato. L’obiettivo resta quello dichiarato fin dall’inizio: sensibilizzare il pubblico romano a un approccio al vino più consapevole, offrendo in piazza del Risorgimento un indirizzo capace di distinguersi per profondità di selezione, coerenza e servizio.
Vineria Risorgimento
Piazza Risorgimento, 7 – Roma
Tel. 06 8953 3745
Aperto tutti i giorni con orario continuato dalle 11 a mezzanotte
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