Viva il Vinitaly Special Edition: impressioni e assaggi da una manifestazione sorprendente

Pubblicato in: Eventi da raccontare

di Raffaele Mosca

“Ascoli Piceno è nota come la città delle cento torri: nel medioevo i nobili locali cercavano di affermare il proprio potere cercando di costruirne di sempre più alte. Alle scorse edizioni di Vinitaly mi sembrava che succedesse lo stesso: si faceva a gara a chi si accaparrava lo stand più grosso per svettare sugli altri. Quest’anno non è successo nulla di tutto ciò, è stato un Vinitaly democratico e molto costruttivo.”

In queste parole di Angela Velenosi, il punto di forza di una manifestazione sulla quale nessuno avrebbe scommesso e che, invece, si è rivelata fantastica. Tutto ciò che mi sento di dire a riguardo è: che sia benedetto il Vinitaly Special Edition! … Finalmente una versione tranquilla, senza calca e senza stress, di una fiera dalla quale il vino italiano non può prescindere.

Sarà pur vero che alla kermesse B2B hanno partecipato meno aziende del solito e che quelle piccole e medio-piccole erano in minoranza rispetto ai grandi nomi, ma il feedback dei partecipanti è stato molto positivo. Da un lato i produttori hanno trovato un livello medio degli avventori decisamente più alto del solito e non hanno dovuto filtrare l’ingresso al proprio stand (con inevitabili malumori da parte degli esclusi). Dall’altro gli addetti ai lavori sono riusciti a degustare, lavorare, interfacciarsi con le cantine senza gli intoppi e disagi ai quali, purtroppo, erano abituati da qualche anno a questa parte.

In fin dei conti è giusto, sacrosanto consentire anche ad amatori ed appassionati di assaggiare, conoscere le aziende e i loro titolari, anche di divertirsi, ma bisogna allo stesso tempo garantire un ambiente di lavoro dignitoso ai professionisti. La soluzione – a detta di molti – sarebbe allungare la kermesse annuale e riservare almeno due giornate a stampa e operatori del settore. In questo modo si risolverebbero molti dei problemi che negli ultimi anni hanno gettato un’ombra sull’evento più importante della stagione.

Detto questo, le aziende e i consorzi presenti erano meno del solito, ma sempre tanti. Queste sono quelle che ho avuto modo di approfondire:

 

Querciabella

Da una bellissima chiacchierata con Emilia Mairinig, responsabile vendite nel Regno Uniti, è venuto fuori l’identikit di un’ azienda antesignana del biologico, biodinamico e vegan, con una sede a Ruffoli, nella parte più alta del comune di Greve in Chianti, e un’altra in Maremma, a due passi dal mare e nei pressi del parco dell’Uccellina. Querciabella è il brand oramai affermatissimo dei Castiglione, imprenditori italo-americani che hanno rilevato il primo podere chiantigiano a cavallo tra anni 70’ e 80’ e che, con l’ausilio del mescolavin Giacomo Tachis, hanno concepito il Camartina, blend di Cabernet Sauvignon e Sangiovese, tra i primi Supertuscans in terra chiantigiana. Già nel 1988 è arrivata la svolta green: “ non volevamo solamente rinunciare alla chimica – spiega Emilia – ma anche creare un ecosistema funzionante. Abbiamo cominciato a piantare grani antichi e fagioli nei pressi vigneti e oltre 40 piante di sovescio tra un filare e l’altro. Decisivo è stato l’incontro con Nicolas Joly, che ci ha indirizzato sulla via della biodinamica”. Quindi la scelta di puntare anche sul Chianti Classico, con due etichette da Sangiovese in purezza, e di creare un bianco molto ambizioso, inizialmente denominato Batard e Batard-Pinot, poi rinominato “Batàr” per evitare querelle infinite con i vignaioli di Borgogna. E’ proprio lui a lasciare il segno in quest’occasione: così diverso dagli Chardonnay della Cote de Beaune, sicuramente più ricco, mediterraneo, ma senza traccia di rovere in eccesso e con una persistenza lunga, profonda, su toni di pesca gialla, nocciola e pepe bianco. Segue a ruota uno strepitoso Chianti Classico 2018 che offre una purezza di frutto disarmante e una progressione balsamica e agrumata di somma piacevolezza. Buoni anche il Camartina 2017, che, però, è appena irruvidito dall’annata complicata, e il più morbido, più solare Turpino 2017 dalla Maremma.

 

G.D. Vajra

Azienda langarola che non ha bisogno di presentazioni: tra le più importanti produttrici di Barolo di Barolo, oltre che di Freisa, Dolcetto, Barbera, mantiene alta l’asticella qualitativa nonostante i numeri piuttosto importanti. E’ proprio Francesca Vajra a servirci una versione deliziosa del cru di Dolcetto Coste & Fossati (2019), che già in questa fase si fa apprezzare per equilibrio, succosità, vinosità allegra che va a braccetto con la parte floreale. Poi passiamo ai due Baroli 2017: Costa di Rose, da un Cru nei pressi del Castello dei Marchesi Falletti, floreale come il nome suggerisce, ma molto classico in bocca, ematico e scandito da un tannino in via di assestamento; e poi il Bricco delle Viole, da vigna alta poco penalizzata dall’annata bollente, che mantiene una parta fruttata integra, compenetrata da profumi streganti di sandalo e liquirizia, anice stellato e tè nero, e una bocca di raro equilibrio, con un tannino arrembante e aromi ugualmente fini a siglare la chiosa. Molto buona anche la Freisa 2017, versione raffinata di un vitigno di cui si parla fin troppo poco e che, quando è ben interpretato, si avvicina molto al Nebbiolo.

 

Apollonio

Un solo assaggio dal tacco d’Italia dopo una sfilza di toscanacci: mi rinfresco il palato con un rosato veramente notevole, per niente omologato. Diciotto Fanali 2017 è l’ennesima riprova del potenziale evolutivo della tipologia: di un colore salmone/rosa antico, passa in barrique per 12 mesi e tira fuori un bel corteo di aromi dolci ma non stucchevoli, di cannella e vaniglia, confetto alla rosa, rosa canina, creme de cassis, qualche refolo balsamico. E’ soave e goloso, non esente da qualche tocco ossidativo, che, però, non scalfisce la buona salinità di fondo è da profondità alla chiusura. Da provare su piatti di una certa struttura: per esempio una parmigiana di melanzane con caciocavallo podolico.

 

Pisoni

Nella Valle dei Laghi, ad est del Trentino, un’azienda innovativa, eclettica, che si cimenta in imprese folli come la riproduzione di un vigneto medievale ritratto in un affresco con varietà PIWI. La vigna in questione – che non subisce alcun tipo di trattamento – è a piede franco. Il vino che ne deriva, Mesum 2019, esprime aromi prorompenti di ananas e litchi, mostarda di pere, zafferano e un’idea fumè. E’ bizzarro e accattivante, denso di frutto ed erbaceo sul fondo, con un finale teso e appena ammandorlato. Interessante anche il Rebo 2018, vino da vitigno nato dall’incrocio tra Merlot e Teroldego, che, nella versione senza appassimento, offre un frutto puro, succosissimo e fragrante da vino montano, mentre il Reboro, la versione con appassimento in stile Amarone, ha un’ allure più internazionale. Stratosferico, infine, il Vino Santo 2006: uva sultanina, fichi al mosto cotto, cannella, coriandolo, e un sorso appagante, godereccio, denso e allo stesso tempo dinamico, infinito in persistenza.

 

Moscato di Scanzo

Un vino unicorno di cui tutti hanno sentito parlare, ma che raramente si ha l’occasione di assaggiare. Il territorio è quello della provincia di Bergamo e questa è la DOCG più piccola della Lombardia con soli 31 ettari. Il vino è un rosso non propriamente dolce – ma con residuo zuccherino – che non ha nulla di scontato. Il profumo ricorda quello di una Lacrima o di un Aleatico: i toni speziati e balsamici svettano sulla classica frutta sciroppata. Il sorso può essere più o meno morbido, ma è sempre contraddistinto da durezze rinfrescanti che permettono di sbizzarrirsi con gli abbinamenti. “Non è con il dessert che va abbinato e nemmeno con il cioccolato – ci spiega la titolare dell’azienda Pavoncella Folcieri – sta bene con le carni, con la selvaggina in particolare ”. Il suo, in effetti, è il meno zuccherino e più gastronomico dei cinque assaggi. Sulla stessa linea le versioni di Magri e di Cascina Frances – la seconda portentosa per profluvio speziato – mentre l’etichetta di Biava, forse il produttore più noto della denominazione, spinge su rotondità fruttate più avvolgenti, ma si distingue comunque per equilibrio e non omologazione.

Questo è quanto per l’edizione 2021. La speranza è che non sia l’ultima, ma la prima di tante!

 


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