
di Carmen Autuori
«In un momento storico segnato da tante incertezze, la fiducia diventa una necessità. Non è soltanto uno stato d’animo, ma un vero e proprio modus vivendi, una pratica quotidiana». Filomena Vocca, responsabile marketing di Solco Maggiore e promotrice del Sono Terra Festival, ha spiegato così la scelta della parola guida della terza edizione della manifestazione, che si è svolta per due giorni al Convento di San Pietro Alli Marmi, a Eboli. «L’attività di divulgazione svolta da Solco Maggiore, anche attraverso il Festival, vuole contribuire a generare un pensiero critico fiducioso e a creare le condizioni per scelte consapevoli».
Un bisogno che riguarda da vicino l’agricoltura, dunque, soprattutto quando si parla di fare rete, di valorizzare le produzioni per trasformare la qualità in un’occasione concreta di sviluppo.
È intorno alla parola fiducia che si sviluppa il confronto tra Mauro Rosati, direttore di Origin Italia, della Fondazione Qualivita e autore del libro La Filosofia della DOP Economy, Maddalena Fossati, direttrice de La Cucina Italiana e Presidente del Comitato promotore Cucina Italiana Patrimonio Unesco, e Luciano Pignataro, giornalista enogastronomico e scrittore. Due i temi al centro della discussione: il valore economico delle denominazioni d’origine e il riconoscimento UNESCO della cucina italiana, entrambi strettamente legati alla dimensione culturale del cibo che passa attraverso il patrimonio di conoscenze e di memoria fino ad arrivare al rapporto con i territori.
La Dop Economy
Mauro Rosati ha coniato il termine DOP Economy per definire un sistema economico che va oltre il valore dei singoli prodotti. Da questo concetto nasce il suo volume Filosofia della DOP Economy; il neologismo, entrato nel vocabolario Treccani, è oggi utilizzato anche a livello internazionale.
«Il valore economico non è il solo valore che si ricava da queste filiere e da queste esperienze – ha sottolineato Mauro Rosati -, intorno alle produzioni di qualità si è sviluppato un sistema di relazioni e iniziative che guarda oltre il prodotto, oltre il valore economico. Una vera e propria forza che si fa collante per la comunità».
In questo percorso, un ruolo decisivo spetta ai consorzi di tutela, chiamati a gestire le regole delle filiere, garantire la qualità e tenere insieme imprese che restano concorrenti sul mercato. «Quando si parla di qualità, prima di tutto bisogna gestirla attraverso le regole. Se non c’è un soggetto che le governa, la qualità non ha senso, il consorzio diventa così un’istituzione, una palestra di confronto tra produttori e territorio, ma soprattutto il luogo in cui imparare a collaborare.
Rosati ha definito questo equilibrio coopetizione: «La capacità di cooperare per il valore comune e di competere sui mercati». Una strategia che consente alle imprese di valorizzare insieme un patrimonio condiviso, pur mantenendo la propria autonomia commerciale. Perché, come ha ricordato citando una delle difficoltà maggiori del lavoro consortile, «il lavoro più difficile del mondo è quello di tenere insieme le persone. E quando questo accade, il valore generato dalla denominazione non resta circoscritto al prodotto, ma si estende all’intera comunità>>.
La Campania è la prima regione del Mezzogiorno per valore della DOP Economy, con circa un miliardo di euro, 59 prodotti a indicazione geografica e oltre 9.000 operatori. Un patrimonio agroalimentare, vitivinicolo e ittico di primo piano che, secondo Mauro Rosati non esprime ancora tutte le sue potenzialità. Tra i punti di forza, la Dieta Mediterranea e l’Arte del pizzaiuolo napoletano, entrambe riconosciute dall’UNESCO; tra le criticità, la qualità del territorio e del paesaggio e la frammentazione delle organizzazioni che operano nel settore, con sovrapposizioni che rendono più difficile coordinare il mercato e le politiche di sviluppo.
Ma fare sistema significa anche potersi fidare. Ed è proprio qui che Rosati lega la DOP Economy al tema del Festival: «Io devo sapere che un’informazione è vera per potermi fidare di te. In un contesto dominato dalla sovrabbondanza di notizie, consorzi e istituzioni possono diventare luoghi di confronto e di informazione affidabile. La fiducia è quel capitale che tiene insieme persone e imprese per ottenere un valore che da soli non riuscirebbero a raggiungere». Un principio che vale soprattutto per la Campania, dove la ricchezza delle produzioni ha bisogno di una visione condivisa per tradursi in sviluppo concreto per i territori.
La cucina italiana, patrimonio di memoria e relazioni
Dal valore delle produzioni al riconoscimento UNESCO della cucina italiana il passaggio è naturale: in entrambi i casi, il patrimonio va oltre il prodotto in sé e comprende ciò che si costruisce intorno ad esso. Se la DOP Economy mette in evidenza il valore generato dalle filiere, dai territori e dalle comunità, il riconoscimento UNESCO allarga lo sguardo alla dimensione culturale della cucina italiana.
È questo il punto emerso dal confronto tra Maddalena Fossati, Mauro Rosati, e Luciano Pignataro. Valore delle produzioni e valore culturale non sono dimensioni contrapposte, ma aspetti complementari di uno stesso patrimonio, che comprende prodotti, memorie familiari, gesti, saperi e contaminazioni, e che trova nella cucina uno strumento di trasmissione e condivisione.
Per Maddalena Fossati una delle chiavi per comprendere il significato del riconoscimento UNESCO è la dimensione immateriale della cucina: non soltanto ricette, ma gesti, relazioni, consuetudini e occasioni di convivialità. Un patrimonio che si trasmette attraverso la pratica quotidiana e che trova nella famiglia uno dei suoi luoghi privilegiati.
«All’inizio facevamo fatica a identificare questo elemento intangibile della cucina italiana – ha raccontato – non si trattava di compilare un elenco di preparazioni celebri, ma di riconoscere ciò che le accompagna e le rende parte di un’esperienza collettiva. Il cibo custodisce le esperienze personali legate ai piatti e alle persone che ce li hanno fatti conoscere, alimentando fiducia, ottimismo. È parte di quell’umanesimo italiano fondato sulle relazioni e sulla condivisione>>.
Il riconoscimento, dunque, non premia semplicemente una somma di ricette, ma la funzione culturale della cucina italiana, ossia la capacità di trasmettere saperi e creare occasioni di incontro tra generazioni. Una prospettiva che porta con sé anche una preoccupazione concreta. «Sono molto preoccupata del fatto che le persone cucinino sempre meno. Bisogna riscoprire il valore del fare, basta anche semplicemente cucinare per proteggere questo patrimonio, è questo il vero atto di trasmissione culturale».
C’è un altro aspetto che il confronto mette in evidenza, la tradizione che non è qualcosa da conservare immobile, al riparo da ogni cambiamento.
Rosati la descrive come un processo che tiene insieme trasmissione e trasformazione. La cucina italiana si è formata attraverso incontri e contaminazioni, mettendo in relazione territori, ingredienti e culture sociali differenti. La cucina popolare ha dialogato con quella nobile, le abitudini locali si sono arricchite di nuovi prodotti e preparazioni.
«La tradizione è legata a due parole, trasmissione e tradimento – spiega Rosati -. Entrambe derivano dal latino tradere, cioè consegnare, trasmettere. La tradizione, quindi, si conserva proprio attraverso il cambiamento, si tramanda, ma si trasforma, accogliendo nuovi elementi senza perdere la propria identità>>.
Luciano Pignataro riporta il discorso sull’identità e sulla necessità di riconoscere il valore delle differenze. In un mondo sempre più connesso, osserva, il rischio è che le relazioni restino superficiali e che la ricerca di modelli uniformi finisca per cancellare le specificità.
«Siamo in una fase in cui la diversità sembra una colpa e invece è un grande pregio – afferma -. La cucina italiana dimostra esattamente il contrario, la sua forza deriva dagli incontri, dalle contaminazioni e dalla capacità di accogliere ingredienti e abitudini differenti. L’Italia è il risultato di passaggi e scambi continui, e la sua cultura gastronomica ne conserva le tracce>>.
Per questo, secondo Pignataro, non ha senso inseguire una tradizione museale o un’idea di autenticità che escluda il cambiamento. Il valore sta nella capacità di riconoscere ciò che rende un territorio distinto dagli altri, senza rinunciare al dialogo, tutto ciò che ha permesso alla cucina italiana di diffondersi nel mondo. Dagli anni Duemila, la ristorazione e i prodotti italiani hanno conquistato uno spazio sempre più importante negli altri Paesi. Un successo che non dipende soltanto dalla qualità delle materie prime, ma anche dalla capacità della cucina di farsi portatrice di una cultura riconoscibile e accolta da comunità diverse.
Il riconoscimento UNESCO rafforza questa dimensione universale: la cucina italiana appartiene all’Italia, ma è diventata anche patrimonio di chi la pratica, la conosce e la ama in altri luoghi del mondo.
Alla fine, il discorso torna alla parola che accompagna questa edizione del Sono Terra Festival. La fiducia è necessaria per fare rete, per condividere regole e obiettivi, per riconoscere il valore del lavoro altrui. È ciò che permette a una denominazione di diventare più di un marchio, a una ricetta di trasformarsi in memoria collettiva, a un territorio di costruire prospettive di sviluppo.
I Premi Solco Maggiore
Tra i momenti centrali del Sono Terra Festival c’è stata l’VIII edizione del Premio Solco Maggiore, che anche quest’anno riconosce il valore di persone e percorsi capaci di incidere nei rispettivi ambiti, dalla comunicazione alla produzione agricola, dalla tutela delle identità territoriali all’impresa. Quattro le categorie assegnate nel 2026: Comunicare a Maddalena Fossati, Identità a Mauro Rosati, Coltivare ad Attilio De Divitiis, socio di OP Solco Maggiore, Impresa ad Antonio Orlotti, presidente di OP Latte di Bufala Mediterranea.
Il buffet curato da Geppino Croce, Agrichef, ha valorizzato il Cavolfiore della Piana del Sele IGP, proposto in più preparazioni: dal carpaccio con nocciole di Giffoni e glassa di aceto di fichi alla versione in pastella, fino alla pasta mista con cavolfiore e tartufo. Tre interpretazioni che ne hanno messo in evidenza la versatilità, accanto ad altri prodotti del territorio e ingredienti stagionali.
Il menu comprendeva anche ciliegine di bufala con alici di Cetara, insalata di farro con verdure di stagione, patate con peperone crusco e sartù di riso alla partenopea. A completare la proposta, una selezione di latticini e salumi, prima del finale con babà al rum.
Solco Maggiore società Cooperativa Agricola a RL
Via Juri Gagarin, 35
Eboli
Tel. 0828 – 332925
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