Lucio Mastroberardino: Campania Felix o identità incompiuta?

Pubblicato in: Polemiche e punti di vista

Dal presidente dell’Unione Italiana Vini riceviamo e volentieri pubblichiamo (con breve replica)

di Lucio Mastroberardino

Con schiettezza e mi auguro senza fraintendimenti, proverò ad affrontare l’argomento senza svicolare e andando dritto dritto al nocciolo della questione.

La Campania del vino, ad oggi, si caratterizza per alcune grandi incoerenze o, meglio, per una ancora non completa e convinta scelta d’identità.

Piattaforma varietale incoerente

A fronte della voglia strategica e dichiarata di valorizzare gli storici vitigni regionali, in Campania, ancora, circa il 50% dei vigneti è fatto da varietà non autoctone (barbera, sangiovese, malvasia di candia, manzoni, trebbiano, Montepulciano), vera zavorra per la piena valorizzazione del potenziale vinicolo della nostra regione.

Deficit di visione

Parallelamente all’intenso processo di ristrutturazione del vigneto campano (OCM) – che però non ha ancora sufficientemente inciso in termini di vigneto – non si sono sviluppate una visione strategica ed attività di valorizzazione ed accompagnamento di tutte le produzioni (quantitativamente) nuove al mercato con i conseguenti problemi di remunerazioni cui assistiamo nelle ultime vendemmie.

Senza porsi il problema di razionale e profittevole collocazione al consumo dei vini per il produttore, si sono accresciute a dismisura molte denominazioni e, con l’aumento degli ettari vitati, per forza di cose siamo andati incontro, già prima che per la crisi economica e il calo dei consumi, alla produzione di quantità importanti di vino che i vari mercati non riescono ad assorbire. Solo in provincia di Avellino, ad esempio, le superfici dei vigneti di greco e fiano sono cresciute circa del 400%.

La Campania non declina i suoi territori e i produttori, in numero preponderante, preferiscono connotarsi nell’impronta varietale: i greco, i fiano, le falanghina, l’aglianico. Nel lungo termine, con tale comportamento commerciale – che asseconda solo l’attesa della distribuzione – i vitigni diventeranno “commodities” e la regione sarà soccombente rispetto a quelle limitrofe: Puglia, Molise, Sicilia, Calabria, innanzitutto per la scarsa competitività ambientale delle sue migliori aree viticole – quasi tutte di alta collina – ancor prima che di sistema.

Le varietà sono ripetibili: ovunque! Il territorio no. Privilegiando i vitigni più che i vigneti e le loro terre: l’Irpinia, il Taburno, il Vesuvio, il Cilento, la Terra di Lavoro è difficile far decollare la Campania come identità enologica compiuta e radicata.

La Campania, al di là di un unico ed isolato caso, è una delle pochissime regioni d’Italia che non ha attratto investimenti dei grandi gruppi vinicoli italiani. Chiedersi e capirne le ragioni sarebbe riflessione da fare attentamente, atteso che tutti questi gruppi hanno investito in regioni immediatamente limitrofe e molto dei loro investimenti includono largamente i vitigni “originariamente” campani.

Le aziende campane, in gran numero, focalizzano le proprie risorse su politiche di prodotto e queste, senza contemporanee politiche di brand e, peggio ancora, di territorio – per la “microscopica” dimensione di larga parte dei produttori – riducono la Campania per l’ennesima volta all’essenza di una commodity  e non costruiscono solida e radicata identità e valore distribuito. Quante e quali le aziende campane, oggi, sono riconoscibili nel mercato e dal consumatore finale? La regione né conta oltre quattrocento.

Alla Campania, a differenza del resto di Italia – si veda l’Alto Adige, il Trentino, il Veneto e così via è mancato e manca l’apporto del positivo  contributo della Cooperazione nella costruzione del sistema di valore ed identità. Le Cooperative Campane – nonostante isolati e non sistematici sforzi – ancora oggi concentrano le loro produzioni per larga parte a vini da vitigni non campani, privi di identità e di quasi impossibile valorizzazione commerciale. Eppure, se ci fossero delle chiare e definite identità d’impresa e strategie manageriali, anche in questo caso sarebbe possibile creare delle storie di successo. Perché dimenticare l’esempio positivo dell’Emilia e il Tavernello o Galassi, etc? E’ fondamentale che la cooperazione campana si recuperi alla costruzione d’identità e alla crescita di valore del sistema, che guadagni specializzazione nell’approccio al mercato e capacità a progettare e perseguire gli obbiettivi prescelti con coerenza.

Non meno della cooperazione, il deficit di scelta d’identità qualificabile con comportamenti commerciali di “né carne, né pesce: basta che si venda!” altrettanto deve essere recuperato da larga parte dei produttori privati campani, specialmente piccoli e medio piccoli. Nella prospettiva di costruzione vera di un territorio vitivinicolo essere l’artigiano altamente specialistico di un Vino non è un minus, ma in Campania non si capisce perché tutti gli artigiani, una volta riconosciuti tali, ad un certo punto del loro successo debbono mettersi a fare di tutto iniziando a produrre anche altri vini comprando le uve, snaturando il plus della loro essenza, e rincorrendo con enfasi le richieste dei mercanti del vino. Eppure, gli artigiani potrebbero sviluppare più semplici e intelligenti sinergie di aggregazione dove l’artigiano del Greco di Tufo, si allea con quello del Fiano di Avellino e del Taurasi, oppure quello del Taburno, del Taurasi e del Cilento per rispondere  alla richiesta del mercato senza snaturare la loro identità? Invece prevalgono i comportamenti, alla pari dei vari imbottigliatori locali – principali clienti delle Cooperative – che non perseguono né l’obiettivo del prestigio né quello della crescita nel territorio, ma solo quello dei facili guadagni e determinano la caduta di immagine delle produzioni di qualità regionali.

Qualunque analisi di performance della distribuzione, evidenzia che sebbene ai vini campani sia riconosciuta una significativa potenzialità questa, altrettanto, non riesce ad essere pienamente espressa.

L’assenza di una forte identità territoriale, l’assenza di un brand Campania forte è, oggi, il principale punto di debolezza dell’enologia campana insieme  alla scarsa capacità di sviluppare sistematiche e continuative azioni di comunicazione al mercato. Non basta avere una storia di qualità e una tradizione del marchio se poi non lo si sa comunicare e vendere costruendo valore per l’impresa e per il territorio.

Il vino campano, oggi, con estremo rischio e pericolo, anziché essere strategicamente attrattivo per il mercato, rimane esposto alla forza bruta del mercante. Non vendiamo i vini campani perché siamo bravi nel vendere e abbiamo costruito una domanda strutturata di mercato del vino campano, ma vendiamo perché il mercato ci cerca e venderemo fin quando ci cercherà. Oggi trendy, ma domani? Tutte le onde anche quelle più lunghe alla fine si spiaggiano e il sistema vino campano e i suoi uomini coscientemente e scientemente non possono e non deve accontentarsi di vivere sull’onda. Scusatemi ma, credo, siamo un po’ più che surfisti.

Orientare la Campania verso una crescita sostenibile, continua e duratura richiede, non solo far progredire le tecniche di produzione dei vitigni e di miglioramento della qualità del prodotto e della gamma di offerta, ma uno sforzo organizzativo collettivo sentito, condiviso e coerente con l’indirizzo strategico di costruzione del Brand Campania e non si costruisce il vino Campano solo costruendo le marche individuali senza degli efficaci poli di relazioni e comunicazione con la distribuzione e, ancor di più, con il consumatore in una logica di sistema

La mancanza di una strategia unitaria e coerente è frutto della latitanza di un mondo politico che rifugge le istanze e le preposizioni di soluzioni avanzate dal mondo imprenditoriale. L’esempio più eclatante, di questo atteggiamento, sono il mancato decollo dell’Istituto Regionale della Vite e del Vino e dell’Enoteca Regionale strumenti entrambi attesi dal comparto vitivinicolo Campano e che sono rimasti vittima dell’avvicendamento politico amministrativo della regione.

La creazione dell’Istituto Regionale della Vite e del Vino: consente di consolidare e stabilizzare nel tempo gli investimenti di valorizzazione della filiera vino, di effettuare un più efficace raccordo tra le esigenze del mondo della produzione e le risposte della parte istituzionale, contribuisce ad incrementare l’efficienza della spesa regionale, favorendo l’incontro con le istanze degli operatori. L’Istituto ha il ruolo di raggruppare tutte le competenze nel campo della ricerca, innovazione, promozione e valorizzazione del vino campano che a oggi sono disperse tra la miriade di articolazioni della struttura regionale creando non solo diseconomie ma soprattutto mancanza di incisività ai fini della competitività nel mercato.

L’Enoteca “vetrina” delle produzioni vitivinicole campane non ha senso di esistere. L’Enoteca è contenitore di esperienze, luogo di incontro, fattore di propulsione dello sviluppo economico della filiera vino campana, producendo e fornendo quotidianamente “formazione, informazione & comunicazione sul Vino Campano“. Uno strumento specializzato e fortemente orientato al business. L’Enoteca Regionale, oltre essere guida alla scoperta delle eccellenze e la realtà del mondo vitivinicolo campano, deve contribuire alla creazione di un mercato di consumi qualificati, diffusi e sostenibili per il consumatore e il produttore.

La bellissima analisi di Lucio Mastroberardino è lucida oltre che ampiamente condivisibile. La critica ai piccoli che fanno tutto, pesce o carne purché si venda sono spunti che mi appresto a “rubare”.
Ma sulla postilla serve un po’ di chiarezza e siamo sicuri che i due punti di vista coincidono perfettamente conoscendo la serietà di Lucio.
In sintesi, la debolezza di sistema ha le sue radici antropologiche nella società commercialmente, e culturalmente, poco evoluta e non al passo con i tempi e nel fatto che gran parte delle aziende sono una seconda attività per chi le porta avanti. Su 400 cantine campane, quelle che vivono esclusivamente di reddito agricolo sono poco più di cento. Appena sei aziende superano un milione di bottiglie. Dunque, nonostante il gran parlare, i numeri e le dimensioni regionali sono molto piccoli e di nicchia.
Certo i passi in avanti sono stati enormi rispetto a soli 15 anni fa, ma adesso è il momento della selezione vera, capire chi fa sul serio e chi sta a Giocagiò.

L’Istituto è una gran bella cosa sulla carta ma a patto che sia gestito pubblicamente e non privatamente.  Con uomini pubblici e per fini pubblici di sistema. Non è certo giusto usare soldi del cittadino in una regione dove non si compra più la carta negli ospedali per favorire lucro commerciale di pochi privati. Anche se sono produttori di vino. Direi anzi che chi vive di solo vino alla fine è penalizzato da un sistema dopato perché il rischio fa parte di ogni attività umana degna di questo nome.
Come è accaduto in Campania dove la spesa pubblica regionale del 2009 in questo settore è stata a dir poco discutibile.
Per fare un solo esempio: furono stanziati 4 milioni e mezzo per l’Enoteca regionale con una presentazione in pompa magna in puro rito partenopeo, ossia senza badare ai mezzi. Ebbene, di tutte quelle chiacchiere non è restato più nulla, se non il mezzo milione speso nella fase di avviamento che, come sempre avviene con i soldi pubblici, ha fatto felici studi di progettazione, tipografie e società di servizi.
Dunque, se istituto deve essere, che sia diretto da funzionari pubblici qualificati di cui è pieno l’assessorato.
Così come era l’Ersac prima del suo improvvido scioglimento.
Come pure l’Enoteca di Taurasi, anche qui inaugurata in pompa magna in un freddo dicembre. Solito, ennesimo, taglio del nastro ma poi? La Regione ha assicurato la possibilità che stia aperta un certo numero di ore durante la settimana? Se non fosse per la buona volontà della Condotta Slow Food e del Comune oltre che della Pro Loco, sarebbe restata chiusa subito dopo l’ennesima serata di chiacchiere vuote.
Vito Amendolara sta dimostrando di essere assessore di responsabilità. Viene da questo mondo, è sindacalista consumato ma anche uomo delle istituzioni. Ha trovato le casse svuotate e non ha intenzione di bruciare altri soldi.
Ebbene, si annullino le decisioni assunte di Giunta il venerdì prima del voto regionale che gridano ancora vendetta per gli aromi di Basso Impero che hanno esalato.
I protagonisti di questa stagione grigia appena chiusa, grazie a Dio, farebbero meglio a stare zitti e augurarsi che Procure, Corte dei Conti e cittadini si dimentichino di loro.
Poi se ne può riparlare con gente seria e perbene, qual è, per fortuna non solo, Lucio Mastroberardino.
Per il momento mi fermo per non tediare i lettori non campani. Ma non finisce qui.
(l.p.)


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