C’è un punto d’incontro tra Nerello Mascalese e Pinot nero? La risposta arriva da Etna Wine Forum

Pubblicato in: Eventi da raccontare

di Francesco Raguni

Il mondo del vino è un raggio ad ampio spettro: al suo interno, è facile trovare tratti comuni, persino in punti tra loro davvero distanti. Esempio di quanto appena detto è costituito dal binomio Nerello Mascalese – Pinot nero. Da un lato, abbiamo un’uva che ha trovato in un territorio come l’Etna la zona dove esprimersi al meglio, dall’altro invece si trova un vitigno antichissimo originario della Borgogna, che in Italia trova interessanti forme d’espressione, ad esempio in Alto Adige. Queste due uve a livello ampelografico non sono imparentate, dato che il Nerello nasce da un incrocio tra il Sangiovese e il Mantonico Bianco, mentre il Pinot – come detto prima – è un’’uva francese capace di adattarsi a differenti zone geografiche. Anche a livello agronomico presentano tratti differenti: il Pinot Nero ha un grappolo piccolo e compatto a maturazione precoce, mentre il Nerello Mascalese ha grappoli grandi e una maturazione tardiva.

Tuttavia, nonostante queste differenze, spesso accade che i due vitigni – una volta trasformati in vino, quando accostati – presentino dei tratti comuni. Un esempio interessante di ciò si ha tra il Nerello Mascalese e il Pinot nero dell’Alto Adige, in quanto – concettualmente – si tratta innanzi tutto di due vini di montagna. Infatti, sia che si tratti del Vulcano attivo più alto d’Europa, sia che si parli della sotto-regione vitivinicola della Bassa Atesina, a ridosso del Parco Naturale del Monte Corno, ci si trova ugualmente davanti a grandi escursioni termiche tra il giorno e la notte, che giocano un ruolo fondamentale nella creazione di un grande vino.

Quanto appena detto è stato, non a caso, tema di una apposita masterclass svoltasi in occasione di Etna Wine Forum, un evento enologico dedicato al vino etneo e all’alta ristorazione, che ormai da cinque anni si svolge nella prima decade di ottobre in quel di Villa delle Favare a Biancavilla. Così ad un tavolo moderato da Raffaele Fischetti (delegato FIS per Alto Adige), Daniela Scrobogna (degustatrice e responsabile del Comitato scientifico della FIS) e l’Avv. Orazio Consolo (anche sommelier e insegnante FIS) le strade di due UGA altoatesine (Unità Geografica Aggiuntiva – in Alto Adige ne sono state introdotte ben 86 per valorizzare i micro-terroir locali con regole di produzione dedicate n.d.r.) firmate Kurtatsch (cooperativa vinicola fondata nel 1900, che riunisce 190 famiglie di viticoltori su altrettanti ettari vitati tra i 220 e i 900 m.s.l.m. n.d.r.) si sono incontrate con i vini di tre differenti produttori dell’Etna.

In particolare, stiamo parlando di Glen e Mazon. La prima prende il nome dall’omonima del comune di Montagna e Salorno; i vigneti si trovano tra i 450 e i 700 m.s.l.m. e sono caratterizzati – come ora noto – da forti escursioni termiche tra giorno e notte. La seconda, invece, si trova a tra 350 e 450 m.s.l.m. sopra il paese di Egna (BZ), nel Sud dell’Alto Adige. La vera differenza tra le due denominazioni risiede nel suolo: l’uno ricco di calcare, argilla e porfido, l’altro anche con limo, sabbia e minerali. E così come sull’Etna ormai il concetto di Contrada esprime quello che per la Borgogna si chiama Cru, ora anche sull’Alto Adige l’introduzione dell’UGA ha ampliato la valorizzazione di alcune zone viticole.

Il viaggio da un punto all’altro dello Stivale è partito, però, con due bianchi, quali l’Etna Bianco di Terre di Montalto 2024 e il Freienfeld 2023 di Kurtatsch. Chardonnay dell’Alto Adige e Carricante hanno mostrato come i vini di montagna siano certamente simili in freschezza, ma radicalmente differenti in termini di sapidità (dove il Carricante spiccava rispetto lo Chardonnay) e bouquet olfattivo (in cui sicuramente ha inciso anche la differenza d’affinamento). Vini che si sfiorano, ma che non si riescono mai ad abbracciare. Così con questa immagine, romantica e struggente, passiamo al walzer dei rossi.

Il Glen è un Pinot Nero Riserva Kurtatsch del 2023: macera a freddo per 3 giorni, prima fermenta in acciaio e, dopo la malolattica, riposa in barrique per 12 mesi. Al calice color rosso rubino, presenta un naso ricco di frutta non ancora matura, sintomo di gioventù del vino; in bocca è pulito e rotondo, il tannino non aggressivo. Andando indietro nel tempo, fino al 2016, il medesimo vino – seppur frutto del lavoro di un differente enologo e relativo affinamento – cambia sensibilmente: sfumature granate precedono note di frutta ora matura e spezie scure; a tratti ricorda un vermut. Interessante notare, inoltre, come il tannino qui sia più presente.

Per il Mazon si può svolgere un discorso analogo. Anch’esso Pinot Nero Riserva Kurtatsch del 2023 (annata facile per la produzione n.d.r.), macera per 5 giorni e affina 12 mesi in barriques, inoltre riposa per un ulteriore anno in bottiglia. Il bouquet olfattivo presenta una dominante ben distinguibile: l’arancia rossa. Al sorso è agile e coerente con i profumi sprigionati. Andando pure qui indietro nel tempo e fermandoci al 2017 (annata particolare a causa di due grandinate n.d.r.) troviamo una varietà di profumi balsamici e una nota ematica marcata; interessante notare come anche in questo caso si manifesti un tannino più forte.

E il Nerello? Per il parallelismo sono state scelti due produttori provenienti dal versante Sud, quali Tenuta del Vallone Rosso e Grotta Fumata. Il primo vino è quindi TDVR – Nerello Mascalese 2021 (Nerello Mascalese al 90%, Nerello Cappuccio e Alicante al 10%), frutto di 20 giorni di macerazione e 11 mesi tra tonneau e barrique rovere francese. Il colore è simile al Pinot, anche al naso la nota fruttata (seppur più scura) è marcata, ma al sorso si nota subito la differenza: è un vino più austero, che ricorda un po’ il vecchio stile etneo. Il secondo, invece è Lato Sud 2022, un nerello mascalese in purezza che fermenta in acciaio. All’olfatto offre sfumature di frutta, il sorso è minerale e dal tannino elegante e levigato.

In questo viaggio, si deve tenere ben a mente che l’Alto Adige è comunque un territorio “vulcanico”, ora sopito, ma in cui – secoli orsono – vi era un complesso vulcanico e persino l’oceano. Il Parco dell’Etna, invece, beneficia ancora di un vulcano attivo. In fin dei conti, il paragone non di certo azzardato, ma la differenza tra le due realtà resta notevole: si tratta infatti di due rette parallele che potrebbero dare l’impressione di sfiorarsi, ma che – per definizione – non si incontreranno mai. A volte, però, si può godere anche di un’illusione: la bellezza non deve necessariamente essere concreta e tangibile, può arrivare dalla semplice immaginazione. Così accade quando ad un calice di Pinot nero altoatesino se ne affianca un altro di Nerello Mascalese.


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