Etna Chinato, la scommessa vulcanica di Federico Graziani

Pubblicato in: Curiosità

di Tonia Credendino
A Montelaguardia la vite cresce dentro una geografia che non concede nulla per scontato. La lava ha disegnato i pendii, il tempo ha composto i suoli, gli uomini hanno costruito terrazzamenti e custodito gesti che non si apprendono sui manuali. È in questo paesaggio, sul versante settentrionale dell’Etna, che Federico Graziani ha scelto di mettere radici. E da qui prende forma l’Etna Chinato: una bottiglia nuova, nata da una relazione lunga con la Montagna.

Federico non era arrivato sull’Etna in cerca di una vigna. A portarlo fin qui, nel 2006, era stato il lavoro di sommelier e il desiderio di conoscere più a fondo i vini del vulcano. Due anni dopo, a Passopisciaro, davanti a un vigneto centenario destinato all’espianto, riconobbe qualcosa che non poteva lasciar andare. Lo acquistò, affidandosi alla competenza di Salvo Foti, l’uomo con cui aveva cominciato a comprendere il carattere di quella terra. La prima vendemmia fu compromessa dalle piogge; il primo vino, Profumo di Vulcano, arrivò con l’annata 2010 e fu presentato nel 2012. La storia cominciò così, senza proclami: con una vigna salvata e una stagione da ricominciare.

Prima ancora di essere vignaiolo, Graziani era stato tra i sommelier più apprezzati della sua generazione. Nel 1998, a ventitré anni, vinse il concorso AIS come Miglior Sommelier d’Italia e lavorò nelle sale di Gualtiero Marchesi, Carlo Cracco, Aimo e Nadia Moroni. Poi la laurea in Viticoltura ed Enologia, conseguita nel 2006, e la scelta di trasformare l’assaggio in lavoro agricolo. Nel suo percorso convivono la precisione di chi ha imparato a leggere il vino e l’umiltà necessaria a lasciarsi istruire da una terra che non si lascia ridurre a un’idea.

Sull’Etna il Nerello Mascalese non è soltanto un vitigno: è una voce che cambia accento da una contrada all’altra. Il disciplinare dell’Etna Rosso prevede almeno l’80% di Nerello Mascalese, con la possibilità di affiancargli il Nerello Cappuccio. Ma la varietà da sola non basta a raccontare il vino. Contano l’altitudine, l’esposizione, la trama del suolo, il lavoro minuto tra i filari. Le vigne di Graziani si distendono tra i 600 e i 1.200 metri, in un territorio dove le pendenze e i terrazzamenti rendono ogni operazione più impegnativa. Qui la parola “vulcanico” non è un aggettivo da etichetta: è la materia stessa del lavoro, la sua bellezza e il suo peso.

Graziani ha imparato a riconoscerlo anche attraverso le persone. Per anni, durante la potatura, i lavoratori del luogo non gli hanno affidato le forbici: temevano che potesse danneggiare le viti. In quel gesto c’erano la severità del mestiere e la cura di chi quelle piante le conosce da sempre. Lui ne parla senza risentimento, con la gratitudine di chi ha capito che il sapere non si eredita per decreto. Si conquista restando, ascoltando, condividendo il lavoro. E ogni vendemmia si chiude con un pranzo cucinato da lui per la squadra: un modo semplice di riconoscere che il vino, prima di essere imbottigliato, è fatica di molte mani.

L’Etna Chinato nasce da questa familiarità con il luogo e dalla libertà di portarla altrove. La base è un Etna Rosso DOC 2019 di Montelaguardia. La china, che dà il nome alla categoria e la sua nota amaricante, incontra foglie di fico e d’ulivo, fiori di fico d’India, capperi, alloro e altre botaniche. La ricetta prende forma con Irene Foti, farmacista di Bronte, e con Andrea Maschio, che contribuisce a trovare l’equilibrio tra vino ed estratti. Il riferimento al Barolo Chinato è una parentela dichiarata, non un modello da replicare: qui la china attraversa il Mediterraneo e incontra il respiro dell’Etna.

Anche il viaggio della ricetta racconta le condizioni concrete in cui nascono certi progetti. Le botaniche vengono raccolte sull’Etna; per la lavorazione, il gruppo si rivolge alla distilleria Bonaventura Maschio in Veneto, dove Andrea Maschio ha contribuito a dosare e armonizzare i profumi. La Montagna immagina il prodotto, ma perché l’idea diventi bottiglia deve attraversare competenze e distanze.

Nel calice il rubino è limpido. La frutta rossa incontra l’arancia, la china si intreccia alle erbe, le spezie disegnano il fondo. Il sorso è caldo e avvolgente, ma non cede alla dolcezza: resta l’amaro dell’ulivo, la persistenza della china, una traccia che invita a tornare. La scheda del prodotto indica il servizio a 16 °C, liscio a fine pasto oppure con ghiaccio, soda e scorza d’arancia; lo accosta ai formaggi stagionati e al cioccolato.

La sua anima amaricante e il profilo delle botaniche si prestano anche alla miscelazione, dove l’Etna Chinato può diventare la firma di cocktail d’autore, da interpretare con libertà e misura. La produzione annunciata è di 2.000 bottiglie da mezzo litro e 100 da tre litri.

Sulla bottiglia, dalla forma che ricorda un’ampolla, si legge «Rimedio di Foti e Graziani». Non è una promessa, ma un sorriso rivolto a un tempo in cui le erbe si raccoglievano, si studiavano e si tramandavano. L’etichetta di Fabrizio Foti, dipinta a mano sulle cento bottiglie da tre litri, porta sulla superficie il segno scuro di una materia in movimento. Anche l’oggetto partecipa al racconto, come se il vulcano avesse lasciato un’impronta sulla carta.

L’Etna Chinato è la scommessa di un uomo che conosce il vino da ogni lato: dalla sala alla vigna, dall’ascolto del cliente alla responsabilità di chi custodisce un paesaggio. La novità non spezza il filo del suo lavoro, lo allunga. Accanto al Nerello, alle vigne antiche e ai vini che hanno costruito il suo percorso, Federico apre una strada diversa e vi porta con sé le persone, le piante e la Montagna che lo hanno accolto. Il risultato non pretende di spiegare l’Etna. Gli lascia spazio per parlare.

Federico Graziani Società Agricola S.r.l.
Contrada Mangani, frazione Montelaguardia, 95036 Randazzo (CT)


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