Garantito IGP | L’apofenia del vino

Pubblicato in: GARANTITO IGP

di Carlo Macchi

Mi sono di recente imbarcato, con alcuni cari amici, in una dissertazione filosofica di difficile soluzione: esiste il caso o esiste anche il Caso, insomma quella coincidenza che, spesso corroborata da altre coincidenze sospette, ti fa pensare che in ciò che accade non c’entri solo in caso, quello con la “c” minuscola?

Il più cinico dei commensali ha liquidato la questione con un parolone: apofenia, ossia la sindrome che colpisce chi crede di vedere cose e segnali che non ci sono. Più possibilisti gli altri.

Passa qualche giorno e, con altri amici, ci imbarchiamo in un’altra dissertazione, meno filosofica ma non meno insidiosa: i vini dolci e il loro mercato sono davvero in una crisi irreversibile? O, carsicamente, sono destinati a risorgere quando, per qualche motivo, il consumatore tornerà a chiedere certe bevute?

Le due dissertazioni, sempre per caso (o Caso?) hanno finito per convergere quando, per le recenti festività, a casa mi si è presentato un ulteriore amico, estraneo ai precedenti, con in mano un duplice omaggio: un Amarone della Valpolicella DOCG Classico Riserva Capitel Monte Olmi 2018 e un Recioto della Valpolicella DOCG Classico Capitel Fontana 2021, ambedue di Tedeschi, nome storico della Valpolicella.

Combinazione (appunto!), erano vini che già conoscevo, per averli assaggiati e annotati appena qualche mese fa, in occasione di un pranzo istituzionale. Un segno del destino o un ulteriore, banale episodio di potenziale apofenia? Un po’ per non deludere l’ospite e, soprattutto, perché non mi sento affatto apofenico, ho optato per la prima ipotesi e ho allegramente stappati tutto, al cospetto di un ottimo rollè di maiale e di un bel vassoio di pecorino parecchio stagionato.

Al termine, ho potuto così maturare una doppia sensazione: che da un lato, nell’aria c’è qualcosa che potrebbe far presagire un’inversione di tendenza riguardo al declino dei vini dolci e che, dall’altro, anche in me c’è la tendenza a rivalutare ciò pareva essere poco nelle mie corde.

Comincio dal secondo vino, che è quello che mi ha sorpreso di più o che forse rammentavo meno. Ricordavo un colore intenso e bouquet ricco, variamente screziato, ma delicato e pulito. Tale e quale l’ho ritrovato, ma con l’aggiunta di piacevoli note floreali, note fruttate pungenti, un accenno appena balsamico e un impatto olfattivo generale che, in bocca, si riflette in un sorso asciutto, compostissimo, di grande eleganza e di nessuna stucchevolezza, con buona pace dei quasi 73 grammi/litro segnati, ho verificato dopo, negli appunti. Insomma un gran bel vino che non solo mi ha riconciliato con la tipologia, ma  – a riprova – è finito presto, al pari dell’impegnativo formaggio che avevo messo in abbinamento.

Avevo un bel ricordo anche dell’Amarone Capitel Monte Olmi, a dire la verità, ma lo rammentavo meglio del Recioto e quindi sono andato più sul sicuro. Anche in questo caso, belle conferme: ho ritrovato il vino pieno di nerbo che avevo già assaggiato, elegante e sostenuto da un frutto rosso dolce e rotondo, ma netto e preciso, con una struttura importante al palato, diretto e in qualche modo agile, dove lunghezza e profondità vanno di pari passo senza annoiare. Un vino di bella identità tipologica e tuttavia ricondotto sui binari di una contemporaneità (brutta parola, ma si fa per capirsi) destinata a piacere pure a me, che sull’Amarone sono sempre un po’ prevenuto.

 


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