
di Mariangela Barberisi
Qual è il filo d’Arianna che unisce pomodori, vino, archeologia e cozze? La rinascita dei Campi Flegrei: un territorio immerso nella storia antica che costruisce il proprio futuro partendo dagli insegnamenti di Greci e Romani.
È in questo contesto che si riscopre il pomodoro Cannellino Flegreo, varietà adattata ai terreni vulcanici, sabbiosi e alla brezza marina, inserita dalla Regione Campania tra i Prodotti Agroalimentari Tradizionali (PAT). Il seme, non ibrido, è custodito dall’azienda vivaistica Cumadoro del Gruppo Tammaro, tramandato di generazione in generazione e coltivato rigorosamente a mano. L’origine del nome Cannellino deriverebbe, secondo una ricostruzione tradizionale, dalla tecnica di coltivazione: «Eseguita con il supporto di canne — spiega Vincenzo Tammaro — e legature in spago di juta o canapa».
L’edizione 2026 del Tour sul Pomodoro Cannellino Flegreo ha celebrato l’inizio della raccolta dell’«oro rosso» nella cornice dell’area archeologica di Cuma, valorizzando al contempo altri tesori locali come l’«oro nero» campano: la cozza allevata tra Capo Miseno, Baia e il Lago Fusaro.
La manifestazione è stata organizzata da Cumadoro e dall’Associazione Pomodoro Cannellino Flegreo, insieme al Parco Archeologico dei Campi Flegrei e con il patrocinio di Regione Campania, Città Metropolitana di Napoli, Ente Parco Regionale dei Campi Flegrei, Comune di Pozzuoli e MAC Monterusciello Agro City, nell’ambito della rassegna Gustosissimo (con GAL Parthenope ed EBAT). A guidare le degustazioni tra terra e mare è stata Roberta Criscuolo, esperta ASPI.
Un’unica visione guida tutti gli attori di questo celebre territorio: l’intreccio tra radici storiche, filari di pomodoro, vitigni, mitilicoltura e alta gastronomia. Mettere piede in quest’area significa immergersi nell’antichità — dall’Antro della Sibilla narrato da Virgilio nell’Eneide — e risvegliare i sensi: dall’olfatto, sollecitato dalla natura vulcanica, al gusto, appagato dalle creazioni degli chef locali. Tra questi spiccano i fratelli Luigi e Generoso Colandrea del ristorante e relais Don Salvatore di Monte di Procida, essi stessi produttori del Cannellino che valorizzano nei loro piatti.
L’alleanza tra privati e istituzioni è sancita dal Protocollo d’Intesa tra il Parco Archeologico dei Campi Flegrei e Confagricoltura Napoli. «Questa collaborazione – spiega Tiziana D’Angelo, Direttore Delegato del Parco – fa dialogare il paesaggio con la storia. Oltre il patrimonio archeologico c’è un territorio prospero che ha tantissimo da offrire a residenti e turisti».
Una sinergia dunque nata per valorizzare non solo il pomodoro, mal’intero patrimonio agricolo e culturale dell’area. Come sottolinea Giovanni Tammaro, anima di Cumadoro e presidente di Confagricoltura Napoli: «Siamo passati dai 10 ettari del 2018 ai quasi 60 del 2026, che oggi confinano direttamente con il Foro di Cuma. Stiamo lavorando anche al recupero di un antico vigneto di Falanghina e Piedirosso nel terreno di Santa Chiara, un’importante testimonianza della storica vocazione agricola puteolana valorizzata dal progetto Monterusciello Agro City».
Dalla terra al mare, la tradizione continua con la cozza campana (Mytilus galloprovincialis). Un’attività risalente all’VIII secolo a.C. come ricorda Fabio Postiglione, presidente dell’OP “Mytilus Campaniae”, si tratta di «un prodotto eccellente, capace di favorire la biodiversità e filtrare le microplastiche presenti nell’acqua».
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