
di Stefano Tesi
In ambito enoico, e non solo, i cosiddetti “cambi di stile” sono un terreno tanto stimolante quanto scivoloso, perché spesso inducono ad assaggiare con molti preconcetti: quello che il vino per forza sia cambiato (il che è ovvio), quello che il prima sia peggio del dopo o viceversa, quello che la soluzione di continuità col passato sia troppa, o che, alla fine, nel bicchiere si trovino vini eccessivamente diversi per essere confrontati. E via dicendo. Perdendo così di vista quegli elementi che, invece, la continuità la danno: il vitigno, il territorio e il clima.
In quest’ottica, partecipare a una verticale di Campinovi, il Bianco Toscana Igt di Dievole, prodotto nel cuore del Chianti Classico con uva Trebbiano al 100% dalla cantina del gruppo ABFV Italia (Alejandro Bulgheroni Family Vineyards, di proprietà del magnate argentino), è stata un’esperienza interessante: nel bicchiere abbiamo trovato 5 annate consecutive (2017-2021) di questo vino, ricavato da particelle selezionate dello stesso vigneto di 10 ettari, impiantato in un’area di fondovalle nel 2014.
“Annate caratterizzate ognuna – ha spiegato il direttore generale Stefano Capurso – da forti cambiamenti stilistici dettati da differenti usi dei legni e diverse macerazioni, frutto dalla nostra volontà di sperimentare le giuste vie per dare un’identità al vitigno toscano autoctono per eccellenza e di inserirci nel ristretto numero si aziende capaci, in Toscana, di scommettere su un Trebbiano di qualità, importante, adatto anche all’invecchiamento”.
Con queste premesse, la nostra attenzione si è concentrata sul millesimo più vecchio, il 2017, caratterizzato da un andamento stagionale assai siccitoso. Il vino fu affinato, quell’anno, per 12 mesi in botti grandi di rovere francese non tostato.
Il risultato della degustazione è stato superiore alle mie aspettative.
Il tappo era ovviamente perfetto. Il colore è un oro rosso profondo, tendente al biondo-miele. Al naso spicca subito una marcata nouance varietale che sfuma poi in note evolute e penetranti di fiori appassiti, frutta ipermatura, pot pourri. Al palato il Campinovi è complesso ma ancora agile, lunghissimo, asciutto all’impatto e poi più morbido, con vaghi ritorni fruttati e una dominante amarognola che lo rende enigmatico. In definitiva: un vino ancora vivo, che sarebbe interessante lasciare ancora qualche anno in cantina “per vedere l’effetto che fa”.
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