La Pazzaglia, tappa obbligata per capire il Grechetto

Pubblicato in: I vini da non perdere

di Chiara Giorleo 

Siamo a Castiglione in Teverina, nella Tuscia viterbese, a pochi chilometri dall’Umbria e da Orvieto. Qui, nel 1990, prende forma il progetto vitivinicolo della famiglia Verdecchia, oggi esteso su 10 ettari (70% Grechetto) e gestito da Laura Verdecchia e la sorella Maria Teresa con la collaborazione dell’enologo Daniele Di Mambro. Un territorio che potrebbe tranquillamente guardare all’Orvieto DOC, ma La Pazzaglia Tenuta La Pazzaglia | Eccellenza Vitivinicola nel Cuore della Tuscia sceglie di restare fuori dalla denominazione per inseguire un obiettivo più ambizioso: lavorare sul Grechetto e raccontarne tutte le potenzialità, troppo spesso non pienamente valorizzate.
Con Laura Verdecchia – tra le altre cose, una delle produttrici protagoniste del libro Vino, Donna “Vino, Donna” di Chiara Giorleo. Novanta storie di donne italiane del vino! – Luciano Pignataro Wine Blog, da poco uscito – ho avuto un’occasione unica e rara per fare finalmente chiarezza su una distinzione di cui in Umbria si parla continuamente: quella tra i due cloni di Grechetto, il G109, cosiddetto clone di Orvieto, e il G5, clone di Todi.

Una varietà tutt’altro che accomodante. In fermentazione il Grechetto può partire come un “cavallo pazzo”, e teme gli arresti fermentativi: per questo, specialmente quando si sceglie la fermentazione spontanea come da loro, il controllo della temperatura diventa ancora più delicato. E poi c’è il tempo. Alla Pazzaglia i vini escono quando si ritiene che siano pronti, come dovrebbe sempre accadere e a maggior ragione quando si lavora con una varietà di questo carattere. Quest’anno, eccezionalmente, convivono in uscita 2023 e 2024. Effetto del clima.

Si comincia con Miadimia 2024, un blend di G109, Malvasia, Trebbiano e Verdello. Laura ci tiene a definirlo un “vino quotidiano”, perché il vino non deve essere necessariamente riservato agli intenditori: equilibrato e scorrevole, centra perfettamente l’obiettivo.

Con Rendu 2022 i due Grechetto iniziano invece a dialogare: G5 per la forza, G109 per la freschezza, con una breve macerazione e fermentazione spontanea. Al naso pesca sciroppata e incenso; il palato è appagante, leggermente asciutto, goloso ma non dolce, sapido.

Poi arriva il momento che aspettavo: i due cloni in purezza.
Partiamo da un assunto: vengono lavorati nello stesso modo, con permanenza sulle fecce fini per quattro-cinque mesi e solo acciaio. Vediamo cosa raccontano nel bicchiere e poi tiriamo le somme.
Del G109 assaggiamo le annate 2024, 2023 e 2022. Con Poggio Trìame, espressione in purezza del G5, la verticale si allunga: 2024, 2023, 2022, 2021, addirittura la 2019 e, infine, un regalo inaspettato, la 2013.
In estrema sintesi: il G109 si mostra più floreale e aromatico, con un agrume maturo, quasi candito – per intenderci, più cedro che limone verde – e un tropicale che vira verso l’ananas. Tra le note secondarie emerge lo yogurt più che la pasticceria restando, quindi, più sobrio, tutto accompagnato da un tocco roccioso; al palato spinge soprattutto sulla freschezza.
Il G5 è invece più carnoso e grasso, con note pungenti che richiamano il pepe bianco e la cenere. La freschezza non manca, ma il sorso è più strutturato, opulento, spesso più intenso.
Due volti diversi che riportano però a una matrice comune. Il Grechetto resta un vino di struttura, impegnativo, non necessariamente lunghissimo ma riconoscibile proprio nella sua pienezza. Una varietà che chiede attenzione in vigna e in cantina, ma soprattutto tempo per essere capita. E poche esperienze lo dimostrano con la stessa chiarezza di una verticale così.


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