Luigi Tecce ospite di Nando Salemme a LaVillett di Abraxas, sul Lago d’Averno | Sogno, utopia e visione

Pubblicato in: I vini da non perdere

di Tonia Credendino
Alcune serate nascono come degustazioni e trovano compimento in una dimensione più ampia, dove il vino diventa strumento di lettura di persone, territori e scelte. L’incontro tra Luigi Tecce e Nando Salemme, a LaVillett di Abraxas, sul Lago d’Averno, nei Campi Flegrei, si colloca con naturalezza in questo orizzonte, costruendo un racconto che prende forma nella relazione tra produzione e accoglienza.LaVillett rappresenta il cuore più raccolto del progetto Abraxas, una dimora immersa nel verde in cui l’ospitalità assume un ritmo preciso e riconoscibile.

La cucina a vista, il grande tavolo condiviso, il fuoco che accompagna la serata disegnano un ambiente in cui ogni elemento partecipa a un equilibrio complessivo. Nando Salemme definisce un contesto capace di accogliere e sostenere, in cui il gesto quotidiano si trasforma in esperienza senza bisogno di dichiarazioni.

In questo spazio, Luigi Tecce porta un pensiero che trova immediata risonanza. Il vino, nel suo lavoro, nasce come esito di un sistema complesso in cui geografia, vitigno, uomo e tradizione storica costituiscono un unico organismo. Le vigne tra Paternopoli e Castelfranci, nell’areale del Taurasi, si sviluppano su altitudini importanti, su suoli argilloso-calcarei con componenti vulcaniche, in un contesto caratterizzato da escursioni termiche marcate e ventilazione costante. Da queste condizioni prendono forma vini di struttura, tensione e capacità evolutiva.

“A Casa Mia si fa vino dal 1935”, afferma Tecce, indicando una continuità che attraversa il tempo e che precede ogni formalizzazione produttiva. All’interno di questa visione, le annate assumono un ruolo centrale. Ogni vendemmia costituisce un episodio autonomo, definito da condizioni specifiche e irripetibili. Il lavoro in cantina accompagna questo processo senza alterarlo, lasciando emergere la natura dell’anno.

Nei Satyricon questa impostazione si esprime con chiarezza: ogni annata sviluppa una propria identità, con variazioni di tensione, apertura e struttura che riflettono il contesto di origine. Nei Poliphemo, il confronto tra annate distanti, come 2012 e 2016, rende evidente il ruolo del tempo, con una stratificazione più profonda da un lato e una dinamica più verticale dall’altro.

Puro Sangue R19 restituisce una lettura essenziale e diretta del vitigno, mentre Maman 24 introduce un cambio di ritmo che conferma la natura aperta del percorso.

La coerenza del lavoro di Tecce si fonda su una visione che riconosce valore a ogni passaggio, senza necessità di stabilire gerarchie. Ogni vino corrisponde a un momento preciso, a un equilibrio definito, e contribuisce alla costruzione di un’identità che si sviluppa nel tempo.

“Dobbiamo riappropriarci di quello che è stato fatto da millenni”, afferma, delineando una posizione che valorizza la continuità e la responsabilità del gesto produttivo. Il dato biografico si inserisce in questo quadro con naturalezza. “Avevo 25 anni quando è morto mio padre. Mi sognava impiegato di banca”. Una frase che segna il passaggio tra aspettativa e scelta, e che trova sintesi in una consapevolezza lucida: “Papà aveva ragione”. Le coordinate familiari – 1902 per il nonno, 1938 per il padre – delineano una linea che attraversa il tempo e si riflette nella produzione, mentre la dimensione personale si traduce in una forma di continuità che passa attraverso il lavoro.
Questo approccio trova un punto di contatto evidente con il percorso di Nando Salemme. Anche in questo caso, la costruzione si sviluppa per stratificazione, attraverso una crescita coerente che mantiene saldo il legame con il territorio. Abraxas e LaVillett rappresentano oggi una sintesi matura di questa visione, inserita in un contesto come quello dei Campi Flegrei, dove la presenza del vulcano, della luce e dell’acqua contribuisce a definire un’identità forte e riconoscibile.

Irpinia e Campi Flegrei si incontrano così su un piano comune, dove la profondità e la lentezza dell’Aglianico dialogano con l’energia dinamica di un territorio vulcanico. La tavola condivisa diventa il punto di convergenza di queste due esperienze, costruendo un racconto coerente e leggibile.
Luigi Tecce e Nando Salemme rappresentano due percorsi autonomi che trovano affinità nella capacità di mantenere una direzione chiara nel tempo. La loro forza risiede nella coerenza, nella relazione con il territorio e nella scelta di costruire identità riconoscibili attraverso il lavoro quotidiano.
Il vino, in questo contesto, assume il valore di testimonianza. Una forma concreta di memoria e visione, capace di attraversare il tempo e di restituire, in modo preciso e misurato, il senso di un percorso condiviso.


Dai un'occhiata anche a:

Exit mobile version