
Ci ha lasciato Roberto Mostini, alias il Guardiano del Faro. Il 20 aprile aveva dato il suo commiato con un post su Facebook:
“Bonjour! Dunque quest’anno non parteciperò alla stesura di schede per la Guida del Gambero Rosso. Un incidente, il ritiro patente e ora un virus debilitante. E anche un processo. La sfiga ci vede benissimo quando sei debole. Non mi piace scrivere di ristoranti senza andarci. Specie se sono locali che non frequento da pre covid. Troppo lontani nel tempo. Non si può scrivere di ricordi. Questione di etica. Ringrazio comunque le volenterose direttrici del Gambero per la fiducia che l’anno scorso mi aveva portato a scrivere 50 schede. In queste condizioni non arriverei a 10.”
Nella mia vita sono sempre stato affascinato dalle personalità eccentriche, a volte pagando pegno, ma in questo caso è stato un grande arricchimento. Anche per questo blog a cui Roberto Mostini ha collaborato per quasi tutto il 2010, inizialmente con una rubrica intitolata “I Vini Francesi del Guardiano del Faro” da cui poi estrasse il suo libro, poi debordando anche in racconti, recensioni e aneddoti della sua amata Liguria o di alcuni viaggi in un Sud per lui lontano che però lo attraeva proprio per i diversi codici comportamentali e gastronomici a cui lui faceva riferimento. Memorabile una festa da Lello Tornatore a Tenuta Montelaura, due mondi totalmente diversi che si sono incrociati e amati perché entrambi avevano in comune la venerazione per le cose vere. Ed era proprio questa la sua caratteristica che mi aveva subito affascinato, in una cornice di una sterminata cultura gastronomica franco-italiana che tra i pochi, i pochissimi, incrociava cibo e vino per lui mai stati scissi. Altro elemento che mi aveva subito attratto. Poteva dare le ricette della Lievre a la royale come quella della sogliola oppure scrivere di Romanée–Conti come di un qualsiasi grande cuoco.
Di qualche anno più giovane di me, ci separava un confine sottile ma essenziale perché apparteneva alla prima generazione del riflusso post sessantottino, quando il sogno di cambiare le cose non convinceva più nessuno e la droga, a partire dal 1976, cominciò a falcidiare centinaia di giovani vite prime dedite alla militanza politica. In sintesi, il primo passaggio dalla generazione del Noi a quella dell’Io, dalla generazione dei boomer a quella successiva.
In questa faglia generazionale cambia la bussola per navigare la vita, la politica non è più l’unica chiave per vivere il mondo, ci si concentra sulle cose, sulla tecnica, e questo spiega come mai in sostanza io e lui fossimo agli antipodi nell’approccio. L’IO ebbe la sua prima vittoria nel Forum del Gambero Rosso nel quale si sono formate intere generazioni prima del trionfo dei social, nei quali l’Io ha vinto definitivamente la sua battaglia in Occidente.
Roberto aveva un disincanto tutto moderno e proprio delle persone molto intelligenti sulla vita e sul mondo ma proprio per questo gli piacevano le persone vere come il mitico Franco il Trattore. In un’epoca da fin du monde quale era iniziata a profilarsi, alle persone colte non restava che rifugiarsi nella cultura, vivere la gastronomia non per allontanarsi dal mondo ma per entravi con garbo, disincanto, puntando sul lato edonistico.
Tutto questo non vuol dire superficialità come si potrebbe pensare oggi. Anzi, al contrario è molto più superficiale la campagna sui vini naturali o i tanti slogan che si rincorrono sui reel dell’approfondimento, la lettura e lo studio. Già perché, parliamo di meno di venti anni fa, le cose per conoscerle le dovevi vedere di persona e provarle. Un atteggiamento che leggiamo proprio nelle sue ultime righe: “non parlo senza visitare”. Un dettaglio che per molti oggi, anche per la crisi epocale della editoria tradizionale, non è ritenuto esiziale nel senso comune.
Roberto aveva una scrittura fantastica, evocativa, una seconda pelle, entrava nei piatti come nel tratteggiare le persone con pochi segni grafici, essenziale e profondo. Rappresentava quella figura di gourmet che ormai non esiste più se non con qualche rara eccezione ma che resta ancora il riferimento per tanti cuochi e produttori che non hanno capito che quell’epoca è finita.
D’improvviso lasciò il Blog, l’impostazione troppo giornalistica lo aveva annoiato, e proprio la noia era la sua grande nemica, aveva bisogno continuo di cambiare.
La connessione mentale che avevamo ci impedì di litigare, ogni tanto, chiedendolo, rilanciai qualche suo pezzo e continuai a leggerlo, lo posso confessare ora, sull’Armadillo, l’unico blog che ho frequentato.
Per capire che era oltre basta leggere i saluti che tante persone che lo hanno conosciuto gli fanno, coetanei per lo più, perchè non avendo mai preteso di insegnare nulla a nessuno difficilmente qualcuno sotto la soglia dei 50 ha avuto la fortuna di leggerlo.
Chi vuole può farlo cliccando il nome che si era scelto come era di moda, Guardiano del Faro, in questo Blog oppure nella virtuale ed enorme Antologia di Spoon River che è diventato il web.
Ciao, è stato bello conoscerti, un onore avere i tuoi pezzi.
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