di Raffaele Mosca
Siamo stati a Orgosolo, paese forse più noto per il grande racconto inciso sui muri che per il vino. La storia del banditismo sardo, delle rivoluzioni contro i soprusi dei potenti, della resistenza culturale e sociale qui è diventata pittura pubblica con i murales, nati negli anni Sessanta e Settanta per iniziativa di artisti e militanti politici – in particolare il collettivo anarchico milanese Dioniso e il pittore senese Francesco Del Casino – che usarono i murales come strumento di denuncia, memoria e presa di parola collettiva. Oggi sono centinaia e rendono Orgosolo una delle principali attrattive turistiche della regione fuori dalle coste.
Quanto al vino, siamo a due passi da due epicentri della produzione della Sardegna centro-orientale come Mamoiada e Oliena, ma l’assetto produttivo qui è molto diverso. A Orgosolo esistono solo due cantine, peraltro di dimensioni molto modeste.
La prima è Orgosa di Peppino Musina, contadino a tempo pieno. La sua é una garage winery in senso stretto, con una struttura a dir poco spartana, circa 700 piante di Granazza e poco più di Cannonau. Musina fa vini in modo totalmente arcaico — e proprio per questo contemporaneo — con pochissima solforosa e senza alcuna aggiunta. Il suo vero punto di forza, come sempre nel caso di questo territorio, è il vigneto: Orgosolo ha la fortuna di essere un areale integro, dove la vigna si é propagata interamente a selezione massale, senza marze da vivaio. Un dettaglio tutt’altro che secondario in Sardegna, dove per decenni ha regnato la confusione clonale, con innesti errati (come il tai rosso veneto scambiato per Cannonau) che hanno spesso compromesso la qualità della produzione.
L’altra realtà è Cantina Orgosolo, una piccola cooperativa che riunisce micro-viticoltori del paese. In totale circa 2,5 ettari, ma con una notevole varietà di altitudini ed esposizioni. La cantina è leggermente più tecnologica, ma lo stile resta dichiaratamente low intervention.
La Granazza è uno dei fili conduttori più interessanti. Cantina Orgosolo la declina in un bianco molto interessante e relativamente economico, Ispavillu 2024, con macerazione breve, capace di restituire con misura e garbo il carattere di un vitigno complesso quanto originale. Musina, invece, la assembla al Vermentino nel suo Gramentino 2024: appena riduttivo, con accenti di iodio, erbe aromatiche, agrumi e fieno. Ha un tannino abbastanza accentuato e un finale asciutto-salino che lo rendono facile da abbinare ai pecorini freschi o poco stagionati.
Bene anche il Cannonau che Orgosolo, spesso più generoso rispetto a quelli della vicina Mamoiada, ma senza cedimenti né pesantezze. A colpire sono soprattutto le versioni più fresche, senza legno: Neale 2024 (“Sincero” in sardo) di Cantina Orgosolo, con 15% di Muristellu, è tutto giocato su pepe rosa, ciliegia e macchia mediterraneo. È fresco, salino, spigliato, con un fondo appena boschivo a dare un pelino di spessore in più. Nero di Orgosa Rosso 2024, un field blend a prevalenza Cannonau, è più esplosivo: ha profumi di fragola, china, accenti floreali e balsamici quasi da mirto. Un accenno di volatile gli dà slancio e distensione; il finale è più aperto e rilassato rispetto al precedente, ma sempre soave.
Ancora più convincente Luna Vona 2024 di Cantina Orgosolo: confettura, spezie dolci, fiori, humus ed erbe officinali. C’è più dolcezza e pienezza di frutto, ma anche grande equilibrio, tannino leggero e una spinta citrina che accompagna verso un finale di rara distensione e delicatezza.
Infine, menzione speciale per il Cannonau Riserva Tziu Ziliu 2018 di Orgosa, stappato freddo di cantina durante una colazione rustica a base di salame fatto in casa (e non solo!). Più materico, ma sempre agile, ancora privo di tracce evolutive. Forse meno profondo dell’ultima annata in commercio (2021), ma con la beva giusta per giocare, senza troppi complimenti, il campionato dei grandi Grenache mondiali.
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