
di Francesco Raguni
La Minnella Bianca è un antico vitigno a bacca bianca tipico della Sicilia orientale, che viene coltivato quasi esclusivamente sulle pendici del vulcano Etna e che, fino a poco tempo fa, è stato usato principalmente come uva da taglio, se non per altro. Di certo, il suo scopo primigenio – o comunque quello che li era addossato – non era certamente quello di essere vinificato in purezza. Il suo nome deriva dal dialetto siciliano “minnedda”, che tradotto in italiano diventa mammella. Guardando l’acino si può intuire il perché di questo collegamento: la sua forma, allungata e leggermente appuntita, ne ricorda i connotati.
Considerata tra le varietà più vetuste dell’Etna, ha origini incerte: basti pensare, che è stata registrata ufficialmente per la prima volta nel Catalogo nazionale varietà di vite nel 1970. Presenta una maturazione tardiva e predilige una potatura corta; inoltre è caratterizzato da una bassa vigoria, mentre la produttività risulta abbastanza irregolare. Storicamente, quindi, la Minnella Bianca è stata spesso impiegata come uva da taglio, tanto con il Carricante quanto con il Cataratto. Piantata nelle vecchie vigne miste che connotano le pendici dell’Etna, una volta superati i 600 di altitudine, ha condiviso i suoli anche con il principe incontrastato del vulcano etneo, il Nerello Mascalese.
Eppure, quest’uva ha sempre dimostrato di avere grande resistenza a diverse patologie che possono affliggere la vite, come la peronospora. Poco importava però di questa sua caratteristica, secondo alcuni la Minnella bianca era persino un’uva da dare in pasto ai maiali. Tuttavia, un giovane produttore dell’Etna ha scelto di andare in direzione ostinata e contraria, provando così a dare alla Minnella Bianca una chance o – per usare un’espressione a lui più affine – a “darle voce”. Stiamo parlando di Giuseppe Grasso dell’azienda Stanza Terrena. Lo stesso produttore ha detto, parlando della sua filosofia produttiva, come il suo compito non sia “costruire un’identità, ma interpretare quella che già esiste”.
Così due anni fa è nato Psicodramma, un vino bianco macerato – un orange, praticamente – prodotto con sola Minnella Bianca. “Psicodramma è un viaggio emotivo ed esplorativo, che mette in scena le luci e le ombre di un vitigno unico” afferma. Ed effettivamente così è: la macerazione e il successivo lungo affinamento hanno trasformato questo vitigno, conferendogli davvero nuova voce. Derivante da viti centenarie, infatti, macera 10 giorni per poi affinare in barriques per 10 mesi. Al naso note balsamiche ed erbe officinale, regala un sorso dall’acidità marcata e un tannino vivo. La scelta del nome è singolare e al contempo altamente calzante: questo, infatti, deriva dall’omonima forma di psicoterapia formalizzata da Jacob Levy Moreno, in cui l’attore-paziente sale sul palco e mette in scene i propri drammi repressi.
In ossequio alla filosofia che risiede nel suo nome, Giuseppe ha scelto di materializzare il concetto di Psicodramma, trasformando il suo palmento in contrada Santo Spirito, per una sera, in un teatro, così da unire due mondi differenti e renderli complementari. La pratica della pigiatura dell’uva, momento intimo ed esclusivo delle vendemmie che riempiono i giorni in cui si saluta l’estate, diventa un momento di allegoria per raccontare la rivoluzione di questo vitigno. Presa per mano da Giuseppe, salvata da una vasca dove Nerello Mascalese, Carricante e Grecanico ne tarpavano le ali, sminuendo gli aggettivi con cui il pubblico la dipingeva, ha trovato il suo spazio sicuro in una seconda vasca.
La Minnella, ora sola e indipendente, ha così fatto riecheggiare la sua voce nel palmento, dichiarandosi pronta a riposare nelle stesse botti dove altri vitigni già da tempo attendevano d’essere imbottigliati, da soli o in sua compagnia.
In conclusione, a parere dello scrivente, un aggettivo calzante per questo vino sarebbe quindi “malinconico”. La malinconia indica, per definizione, una tristezza meditativa, a volte associata al ricordo di qualcosa che non c’è più o al sentimento della caducità delle cose. E infatti, se da un lato tale indipendenza le conferisce finalmente voce, dall’altro la espone alle stesse accuse di chi, ab origine, l’aveva relegata a un ruolo secondario, di certo non da protagonista. Ed è qui, in questo sentimento malinconico, che la mano del vignaiolo, quella di Giuseppe Grasso, è intervenuta.
Il progetto è chiaro: togliere la Minnella Bianca dalla moltitudine, dandole un suo spazio e capire cosa scaturisce da questa scelta di fiducia. Così a distanza di 2 anni, Psicodramma 2024 è un vino che, tutelato dal cappotto della macerazione e dell’affinamento in legno, volge finalmente il suo sguardo al resto del mondo, dimostrando di saper resistere sia all’urto del tempo sia all’invettiva altrui.
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