Salina, Capofaro Malvasia Resort di Regaleali

Capofaro esattamente come il luogo in cui sorge: una punta di Salina che guarda verso Panarea, a ridosso di uno dei fari dell’isola che sembra quasi costruito per dare ulteriore fascino al resort a cinque stelle di RegaLeali. Un resort che in qualche modo ha aiutato a completare l’offerta turistica isolana, con l’opulenza minimalista di un’enclave per vip e turisti ricchi che preferiscono guardare le Eolie da questo magnifico affaccio sul mare.


Il ristorante interno (aperto anche al pubblico esterno) è gestito – ci hanno spiegato – in collaborazione con il ristorante “All’oro”, osannato astro nascente della ristorazione romana.
La carta è scarna e priva di un menu degustazione. Tra i primi abbiamo provato i paccheri setaro con totani, pomodorini e capperi e le linguine (fatte in casa) con scampi e pachino (una proposta del cortesissimo chef, venuto in soccorso di chi al tavolo non poteva mangiare molluschi).

Tra i secondi abbiamo scelto, il pesce spada grigliato (servito con le patate al rosmarino) e un trancio di ricciola servito con una straordinaria caponatina, purtroppo arrivata al tavolo senza la ricotta salata-affumicata prevista dal menù. Abbiamo fatto notare la mancanza e l’errore è stato corretto, con le scuse dello chef – a rendere giustizia ad un piatto che così conquista più carattere.

Vista la nostra curiosità e le tante domande, su proposta del direttore di sala (anch’egli venuto a Salina nell’ambito di questa collaborazione con All’oro), ci è stato servito un assaggio di tiramisù di baccalà. Si mangia con il cucchiaio che, superata la spolverata di cacao e la spuma di patate in superficie, arriva al cuore sapido del baccalà. Un piatto che dà soddisfazione al palato come alla testa e che rende giustizia al giovane chef Francesco (sous chef, in trasferta, del ristorante romano) dagli inequivocabili fondamentali, messi in evidenza – senza possibilità di bluff -dalla semplicità della carta.

Quando ci è stato servito il tiramisù di baccalà, il direttore di sala ci ha spiegato: “avevo detto un assaggio ma questo è molto di più” per poi rivolgersi ad un suo collaboratore dicendogli a mo’ di scenetta: “mi raccomando non segnarla in conto, non facciamo i tirchi, questa ai signori la offriamo noi!” . Quel tocco da tradizionale osteria romana, di cui si sentiva davvero la mancanza…

A parte la digressione del tiramisù, la cucina è tutta basata sull’essenzialità e sulla presentazione, senza identità né emozioni. Più di ogni altra cosa, l’incompiutezza del progetto è forse lo stesso spirito da enclave del resort: a parte il pescato straordinariamente fresco, la cucina non dialoga con il territorio e non attinge ai tumultuosi fiumi della tradizione culinaria eoliana che lì fuori, passata la recinzione, scorrono tumultuosi.

Un esempio su tutti, nella carta dei dolci abbiamo trovato persino una salsa di lavanda che è forse l’unica essenza che sull’isola non cresce spontaneamente, eppure basta fare un centinaio di metri sul sentiero che sale al monte Fossa delle Felci per ritrovarsi avvolti dalla macchia mediterranea “com’era una volta”, con erbe aromatiche di ogni genere. Un luogo magico dove persino le gemme dei pini della riforestazione hanno un aroma mai sentito prima e non sanno di Vidal. A proposito, se ve la sentite la camminata fino in cima è un’esperienza mistica, nei giorni senza foschia.

Certo in tutto questo pesa anche il tipo di pubblico a cui si rivolge il ristorante, che – ci è stato spiegato – è prevalentemente interno al resort e che è in buona parte straniero, per quello che abbiamo potuto vedere. Ma un ragionamento del genere (se è stato fatto) finisce con l’essere un cane che si morde la coda visto che una rumorosa tavolata di francesi poco distante da noi ha richiesto la presenza dello chef per ordinare (rigorosamente fuori carta) piatti di matriciana e carbonara…

Per chiudere, abbiamo scelto un tiramisù alle fragole (al bicchiere, sul fondo olio e scaglie di sale) e una bavarese al cioccolato bianco con spuma di zabaglione di caffè, accompagnata da due calici di malvasia delle Lipari RegaLeali, le cui vigne crescono tutt’intorno al resort.

Nota negativa la carta dei vini, e non perchè sia prevalentemente monomarca (del resto non poteva essere diversamente). Nel resort targato RegaLeali mi sarei aspettato più curiosita’ nella proposta del vino, non le solite cose che si trovano in tutti i supermercati siciliani per giunta proposte a ricarichi che se non impressionano per la cifra finale, in percentuale sono consistenti.

Ottimo il servizio, con tanti camerieri locali, testimoni viventi della schiva ma appagante ospitalità isolana. Il conto: 166 euro (in due) comprese due bottiglie di acqua minerale e una di Grillo di Mozia. Mi rimane il dubbio che il motivo principale per lasciare le tante, buone, trattorie dell’isola e salire a Capofaro non possa essere che il desiderio di un ambiente e di un servizio particolari magari per un’occasione da festeggiare.

NP


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