La Cucina di San Pietro a Pettine Trevi (PG)
tel. 334 536 3028
Aperto a cena, la domenica anche a pranzo
Chiuso martedì e mercoledì

di Carmen Autuori
La prima impressione che regala il ristorante “La Cucina” di San Pietro al Pettine, piccola frazione di Trevi nel cuore dell’incantevole Umbria, tra Assisi e Spoleto, è quella di trovarsi seduti in un palco privilegiato. Da qui si assiste a uno spettacolo mozzafiato: uno dei paesaggi più suggestivi d’Italia, la Fascia Olivata Assisi–Spoleto.
A fare da scenografia si estendono 40 chilometri di straordinaria bellezza: un territorio che non è soltanto agricolo, ma profondamente culturale. Il suo aspetto attuale è il risultato dell’intervento armonioso dell’uomo, che ha saputo modellarlo nel pieno rispetto dell’ambiente. Gli ulivi della varietà Moriolo, infatti, furono impiantati tra il XVII e il XIX secolo, anche se la loro presenza in Umbria risale già all’epoca etrusco-romana.
Il ristorante si trova nella splendida tenuta con annessa tartufaia di famiglia da quattro generazioni, che prende il nome dalla piccolissima frazione di Trevi, sorta intorno a una delle chiese rurali più suggestive e architettonicamente affascinanti- attentamente restaurata dalla famiglia Caporicci – della Valle dell’Umbria Sud. Novecento anni di storia come testimoniato da antichi documenti con la dicitura San Pietro a Pettine, appunto, dallo schema essenziale nel rispetto dei prototipi della Porziuncola di Assisi, non è un caso che qui era solito sostare San Francesco in occasione dei suoi viaggi a Roma.
In questo contesto ricco di storia e memoria, la protagonista è Alice Caporicci.
La chef arriva in cucina dopo un percorso fatto di arte, fotografia e studi letterari e diverse esperienze altamente formative tra Italia e Londra con chef del calibro di Fulvio Pierangelini, Jamie Oliver e Marco Gubbiotti. E lo fa quando papà Carlo ha deciso di ristrutturare parte della tenuta per farne un ristorante.
Il suo tratto distintivo è l’interpretazione elegante del tartufo, patrimonio della tenuta. Tuttavia, il fungo ipogeo non è il protagonista assoluto della proposta: nelle mani della chef torna alla sua funzione originaria, quella di esaltatore di sapori.
Dalle carni ai dessert, passando per il mondo vegetale e talvolta per il pesce di fiume, Alice lo declina in molteplici sfaccettature. In alcuni piatti, come i primi, il tartufo è al centro della scena; in altri, invece, diventa un prezioso valore aggiunto il cui scopo è quello di esaltare l’ingrediente principale.
Protagonista o comprimario, il tartufo si muove in maniera trasversale e con grande equilibrio all’interno della sua cucina.
Secondo Carlo Caporicci, La Cucina rappresenta la chiusura del cerchio del concetto di “natura sovrana” che, dal 1948, ispira il lavoro della famiglia, con il tartufo umbro protagonista nelle diverse fasi della filiera: dalla raccolta alla trasformazione, fino alla degustazione, diventando l’ingrediente principale di una cucina ricercata e contemporanea.
La ricerca e la maturità della chef si riflettono in ogni creazione e lasciano emergere con naturalezza un animo artistico che fa della libertà la sua espressione più autentica.
In questa prospettiva nasce “Libero”, il nuovo menù che abbandona i classici percorsi degustazione e supera la tradizionale distinzione tra antipasti, primi e secondi, proponendo un racconto senza gerarchie, guidato unicamente dal gusto e dalla libera scelta del cliente.
<<La nascita di questo menù vuole raccontare la nostra essenza – spiega la chef –: un’antologia di piatti che riflette scelte, inclinazioni e creatività della nostra realtà. Allo stesso tempo, tiene conto delle predilezioni e del percorso di ogni cliente. Questa formula nasce dal desiderio di superare la staticità dei menù degustazione e delle categorie predefinite, lasciando a ciascuno la libertà di scegliere e muoversi tra i piatti in modo spontaneo>>.
Il ristorante si sviluppa in due sale estremamente curate negli arredi, dove la solidità dei materiali tradizionali – pietra, legno e camini antichi – si intreccia con elementi di design contemporaneo, come le iconiche lampade di Flos, dando vita a un equilibrio armonioso tra memoria e modernità, in perfetta sintonia con la filosofia della cucina. Alle pareti, meravigliose ceramiche di Deruta arricchiscono gli ambienti con un tocco di autentica tradizione umbra.
Nella bella stagione, è possibile pranzare o cenare nel curato dehors, la cui posizione privilegiata offre una vista di rara bellezza sulla valle spoletana: un paesaggio che si accende di infinite sfumature di verde, punteggiate dal rosso dei papaveri tra le distese di grano ancora giovane.
Il servizio di sala, guidato da Federico Foschi, affiancato da una squadra giovane e attenta, si distingue per un’accoglienza curata e discreta, che interpreta con sensibilità i desideri dell’ospite, mantenendo al tempo stesso un approccio naturale e mai formale.
La stessa cura nei dettagli appartiene alle tre camere e alla suite che offrono agli ospiti la possibilità di vivere un’esperienza immersiva in una terra dalla struggente bellezza. Anche qui nessun dettaglio è lasciato al caso, dagli arredi, alla biancheria, ai prodotti per la cura del corpo. Di grande impatto anche la piscina a sfioro posizionata tra rigogliosi cespugli di erbe aromatiche.
Il menu
Libero si suddivide in tre sezioni: piatti storici, piatti pop e piatti d’autore.
Magnifica la selezione dei pani che comprende anche la Torta di Formaggio, piatto tipico della colazione pasquale umbra, che Alice ha voluto mantenere tutto l’anno in carta in omaggio alla tradizione della sua terra. A completare la selezione la focaccia e il pane da grani autoctoni.
L’amuse bouche è una piccola frittella di pasta bignè con tartufo nero accompagnata da zabaione al tartufo.
L’Assoluto di bosco, piatto storico della chef, parla il linguaggio della tenuta: tagliatelle, funghi, ginepro, olio alla cenere e tartufo nero pregiato.
Il patè di fegatini di pollo è proposto con il Pan brioche: un lievitato eccellente che mette in evidenza la solidità della tecnica della chef in ogni ambito.
Sempre dal menù storico l’uovo croccante con patata e, naturalmente, tartufo nero pregiato.
La tagliata in olio cottura, con tartufo, rapa cotta sotto la cenere e crema di cicoria, uno dei piatti “pop”, racconta la versatilità della chef con il vegetale, così come il carciofo con topinambur nero, mandorla e limone in conserva.
Straordinari i Bottoni di cipolla di Cannara alla piastra, lardo, pecorino del Santo e tartufo nero pregiato: una sorta di gyoza in salsa umbra.
La libertà creativa di Alice emerge, prepotente, anche nei dessert.
La piccola torta Pavlova con concassè di fragole, sorbetto di piselli e foglie di rucola con sciroppo al sambuco è un vero è proprio omaggio al libero pensiero che caratterizza i suoi originali abbinamenti.
Per gli amanti del cioccolato imperdibile il Tartufo Nero con gianduja e porcino.
“La Cucina” di San Pietro al Pettine si conferma non solo come destinazione gastronomica, ma come esperienza completa, in cui paesaggio, storia, accoglienza e visione culinaria sono la sintesi di un racconto profondamente identitario. Un luogo in cui il tartufo, simbolo della tenuta, diventa filo conduttore di una cucina libera, colta e contemporanea grazie a una chef e a una squadra straordinaria.
La Cucina di San Pietro in Pettine
tel. 334 536 3028
Aperto la sera, la domenica anche a pranzo
Chiuso martedì e mercoledì
Prezzo medio per un pranzo completo dai 70 agli 80 euro
Scheda del 26 febbraio 2025
Umbria, La Cucina di Alice di San Pietro a Pettine, mangiare in tartufaia di Luciano Pignataro
Da Trevi a Salina c’è un fil rouge, qualcosa di estremamente prezioso, che regala al piatto che vi portano a tavola qualcosa di assolutamente italiano che distingue la nostra cucina perchè non è regolato dall’algoritmo nutrizionale anglosassone: ossia il valore della casa e della famiglia. Per questo la cucina di Alice Caporicci ci ha coinvolto proprio come quella di Martina Caruso. Sono due cuoche che vivono in armonia con la natura in cui sono nate e questa loro completezza interiore si riflette in maniera pazzesca nella loro cucina che mette voglia di tornare. Come del resto la neostella Domenico Marotta nel Casertano o Michelina Fischetti a Vallesaccarda.
Alice lavora nella casa in cui è nata, quarta generazione di una famiglia dedita alle conserve e alla trasformazione dei prodotti, ora leader nel tartufo di qualità grazie al piglio imprenditoriale del padre Carlo. Si, avete capito bene, qua si mangia in tartufaia. Ma non è la solita cucina in cui il tartufo cannibalizza tutto, anzi, è usato come dovrebbe sempre essere utilizzato: come esaltatore di sapore.
Attenzione però, Alice per passare dalla sua cameretta alla cucina ha dovuto fare parecchi chilometri: ha collaborato infatti con Jamie Oliver a Londra, Marco Gubbiotti presso Cucinà a a Foligno e Fulvio Pierangelini al Le Jardin de Russie a Roma. Estremamente concentrata sul lavoro, si distrae solamente con i gatti, i cani e i cavalli.
Il ristorante è composto da due sale molto fini: la prima più ampia con vetrata sulla natura, la chiesa e gli ulivi, la seconda, più raccolta, ricorda un tinello di casa.
San Pietro a Pettine è una località con quattro case nel comune di Trevi, qui si è affacciato il mitico Stanley Tucci con la sua trasmissione che alimenta il mito dell’Italia come viene vissuta dagli americani. Anche se l’Umbria non è regione per vegetariani (io non lo sono ma in due giorni ho mangiato la carne che consumo in un mese) la cucina di Alice è democratica, primo segno di modernità, anzi di contemporaneità: il vegetale ha un ruolo importante e non subalterno mentre, a fianco alle carni magnificamente trattate, fa capolino la cultura del pesce di acqua dolce (siamo vicini al Trasimeno). Lo stile di Alice non è ideologico: ci sono le sferzate amare che oggi fanno la differenza per i gastrofighetti influenzati dalle cucine del Nord Europa che riportano la materia prima alla sua essenzialità, ma l’uso della pasta punta decisa alla gola, al piacere estremo del carboidrato in ogni sua versione, sia secca che fresca. Del resto proprio il primo, una portata tipicamente italiana, fa la differenza grazie al potere rilassante e appagante dei carboidrati, simile a quello del vino: regalano convivialità e il piacere del cibo in quanto tale.
Parlavamo di vegetale: il sedano rapa alla Wellington ha una potenza di sapore molto ben estratto in cottura da far dimenticare la carne anche se il coniglio e il pollo sono semplicemente fantastici. Per i duri e puri della carne c’è la grigliata con una fantastica salsiccia di fegato che ci segnala la vicinanza delle Marche.
Il servizio è attento, capitiamo in una serata sold out e tutti i tavoli sono attenzionati bene. La carta dei vini offre ampia scelta, ma noi ci fermiamo, come è nostra abitudine sui vini locali di cui poco sappiamo e tanto apprezziamo.
Siamo in presenza, per capirci, di un bel buco della Michelin, quindi approfittatene subito. Perchè questa cucina vale la deviazione per usare un parametro caro alla Rossa e, come ha scritto Luigi Cremona, viene quasi il rimorso nel segnalarlo perchè è uno di quei locali che vorresti tutto per te.
Il pasto completo alla carta oscilla fra i 90 e i 100 euro, il menu degustazione (cinque portate salate più aperitivo, pre dessert, dessert e piccola psticceria) 100. Vini esclusi.
Alle spalle della cucina c’è l’azienda della famiglia Caporicci oggi condotta da Carlo. Specializzata in conserve, olio, soprattutto ben conosciuta dai cuochi di tutto il mondo per i tartufi.
L’abbiamo visitata e vi lasciamo alcune foto.
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