Carmine Botti è morto a 71 anni. L’inesorabile clessidra del tempo scorre e si porta via tutta la generazione protagonista della rinascita del vino campano. La sua era una piccola azienda familiare, poco meno di cinque ettari, che aveva fondato nel 1970 in Contrada Moio di Agropoli. Una collina dove ha allevato aglianico e fiano, le sue due grandi passioni.
Uno dei primi ad avviare un discorso di qualità che ha mantenuto inalterato nel corso degli anni. Ritroso ma non scontroso, Carminuccio lo chiamavano tutti, anche noi. Un diminutivo che rivela un carattere affabile, disponibile.
Un viticoltore vero, fuori dai meccanismi mediatici, conosciuto solo dagli appassionati del Cilento ma rispetatto da tutti i suoi colleghi proprio per la serietà del lavoro e la discrezione con cui lo portava avanti.
Le sue bottiglie erano sincere, il fiano fresco e profumato, l’Aglianico di tradizione maturato senza fretta in botti grandi. Il suo modo di porsi era generoso, ingenuo e vero. Stare con lui è sempre stato un grandr piacere.
Negli ultimi anni è stato affiancato dalla figlia Emiliana.
Perdiamo una persona per bene, ma contenti di essere stati tra i pochi a raccontarlo con costanza dall’inizio della nostra conoscemnza, metà anni ’90, ad oggi.
Alla moglie Valeria, alle figlie Emiliana e Francesca, alle sorelle Angela e Carmela le nostre profonde e sentite condoglianze.
Non lo dimenticheremo.
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