
di Chiara Giorleo
Prendendo spunto dagli ultimi incontri sull’enoturismo svolti in occasione di Vinitaly come la presentazione dello studio CESEO “Enoturismo in Italia: il valore della prossimità” ho deciso di intervistare due figure di riferimento in Italia per questo mondo con interrogativi mirati solo apparentemente provocatori.
Nel 1993 Donatella Cinelli Colombini lanciava Cantine Aperte con un obiettivo tanto semplice quanto rivoluzionario: aprire le porte delle aziende per mostrare ai visitatori come si fa il vino. Allora l’enoturismo, di fatto, non esisteva. Oggi è una realtà consolidata, ma proprio questa maturità impone nuove riflessioni. A raccontarle sono due generazioni che si confrontano: Donatella Cinelli Colombini, pioniera dell’enoturismo italiano, e Violante Gardini, presidente del Movimento Turismo del Vino.
Partiamo da un elemento base: Cantine Aperte e Movimento Turismo del Vino sono superati?
È una provocazione che ricorre spesso. La risposta, però, è no. Lo sono soltanto se li immaginiamo fermi al 1993. All’epoca la sfida era convincere le cantine ad aprire le porte. Oggi il rischio è quasi opposto: passare da un eccesso all’altro e pensare che anche le aziende più piccole debbano essere aperte sette giorni su sette, senza pause.
È proprio qui che il Movimento Turismo del Vino mantiene tutta la sua attualità e la capacità di strutturare l’offerta. Quindi, non tanto per organizzare un evento, quanto per costruire una rete di aziende che collaborano, si alternano nell’accoglienza e valorizzano insieme il territorio, evitando che ogni cantina debba sostenere da sola un’offerta continuativa e, in alcuni casi, limitativa.
Anche Cantine Aperte cambia così funzione. Se un tempo rappresentava l’occasione straordinaria per entrare in una cantina, oggi può diventare il momento in cui presentare le novità dell’anno, sperimentare nuovi format e dare ai visitatori un motivo per tornare. Alla degustazione si affiancano concerti, picnic, yoga tra i filari, iniziative culturali e altre esperienze, sempre nel segno del consumo responsabile. E l’offerta deve sapersi differenziare: il turista che arriva dall’estero ha esigenze diverse rispetto a chi vive sul territorio e può tornare più volte durante l’anno.
Fermiamoci ad analizzare cosa accade in Italia e come l’approccio si modifica in base alla geografia.
Un altro segnale dell’evoluzione arriva proprio dallo studio CESEO: l’enoturismo italiano sta assumendo identità territoriali sempre più marcate.
Violante Gardini mi spiega come emerge dagli studi: al Nord prevale un approccio pragmatico, orientato più spesso alla vendita del vino; al Centro il paesaggio diventa parte integrante dell’esperienza; al Sud emerge soprattutto il valore dell’accoglienza, della convivialità e del vino come occasione di condivisione.
Differenze così evidenti da spingere il Movimento Turismo del Vino a orientare i prossimi studi sulle singole regioni.
Tra gli aspetti emersi c’è anche quello dell’accessibilità. Più spesso a sud, raggiungere le cantine è più complesso e proprio per questo si stanno sviluppando offerte che comprendono navette, servizi logistici e pacchetti integrati. Parallelamente, è proprio il Sud a distinguersi per una maggiore propositività nel costruire rapporti con tour operator e operatori turistici.
Chi entra oggi in cantina?
Anche il pubblico sta cambiando, spiega Violante Gardini. Il bacino dei visitatori continua ad ampliarsi e coinvolge persone sempre più diverse.
Per Donatella Cinelli Colombini questo significa ripensare anche il modo di accogliere. «La degustazione tecnica è morta anche per i tecnici», afferma. Oggi il visitatore vuole conoscere le persone, la storia dell’azienda e vivere un’esperienza autentica. Più che un elenco di caratteristiche tecniche o una descrizione del territorio uguale per tutti, serve un racconto capace di rendere unica quella visita.
Quali sono le sfide del futuro?
A lungo si è parlato del limite delle lingue straniere. Oggi questo ostacolo è stato in gran parte superato grazie ad una migliore conoscenza dell’inglese passepartout e agli strumenti tecnologici.
Le sfide sono altre: progettare esperienze originali, strutturare meglio l’offerta, promuoverla con continuità e valorizzare i contatti raccolti durante le visite, evitando che il rapporto con il visitatore si interrompa una volta lasciata la cantina.
Anche il digitale deve fare un passo avanti. Il boom dei social non è stato strutturato al fine di far confluire in contatti verso siti e pagine che prevedono tute le informazioni: prenotazioni, pacchetti, servizi e indicazioni pratiche.
Altro tema a cuore di Donatella Cinelli Colombini, inoltre, è la dimensione: il piccolo produttore non parte svantaggiato, al contrario: la dimensione familiare è un plus.
Del resto, il margine di crescita è ancora enorme. Ogni anno l’Italia accoglie circa 106 milioni di turisti, ma solo il 10% visita una cantina, nonostante il turismo del vino sia tra gli interessi più forti di chi sceglie il nostro Paese.
La domanda, allora, non è come aumentare indiscriminatamente i flussi. La vera sfida è costruire esperienze di qualità. Qualità significa valore e quindi prezzi più alti per attrarre in modo più mirato. Prezzi e destagionalizzazione servono anche a combattere l’overtourism.
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