
di Marco Contursi
E’ una estate di crisi, si lamentano i ristoratori, si lamentano le pizzerie, si lamentano i produttori di vino.
Ovviamente, non tutti, c’è una percentuale, io direi un 30% a cui le cose vanno bene, ma che ci sia un calo è evidente.
C’è poi il problema del personale, e, nonostante se ne parli continuamente, nessuno vuole affrontarlo in modo serio, dal governo agli imprenditori, ma si continuano a dire sciocchezze.
Analizziamo i singoli punti:
• Non si trova personale. Vero, siamo arrivati al punto che un bar chiede scusa pubblicamente per il servizio offerto. Resta il fatto che la colpa è spesso dei datori di lavoro, perché fanno fuggire i dipendenti validi con orari assurdi e paghe non consone. Certo, non tutti, ma poiché sono ancora moltissimi quelli che lo fanno (basta fare un giro nella chat dedicate), generano un senso di sfiducia nella categoria dei dipendenti con la conseguenza che le persone serie cercano altre strade (fabbrica, McDonald’s e altre multinazionali ecc) e restano a spasso le mele marce, i senza arte né parte, quelli che vanno via dopo poco senza neanche avvisarti. Non è così??? Ok, allora perché i McDonald’s non hanno il problema di trovare dipendenti??? Se tu ristoratore o pasticciere fai stare un dipendente in un laboratorio, con 40 gradi, a fare dolci e pizzette dalle 12 alle 14 ore, 7/7 giorni non meravigliarti se pur pagandolo bene questi va via (caso reale ed attuale). E’ cambiata la percezione della vita, le persone vogliono vivere e non solo lavorare per accumulare, tranne qualche caso patologico, dovuto a ludopatie o altre fragilità, che necessitando di molti soldi, si spacca la schiena oltre il normale. Sia chiaro: 1) per 8 ore offrire meno di 50/60 euro vuol dire sfruttare.
2) Per un dipendente normale, 8/9 ore è il tempo massimo da dedicare al lavoro, poiché ci sono anche la famiglia e le proprie passioni da seguire. Il datore di lavoro che chiede di fare di più è un negriero, il dipendente che fa di più è un disagiato. Entrambi sono complici della deriva del settore. Punto.
• Locali vuoti. Qui il problema è molteplice. Sicuramente incide l’aumento del carburante e del costo della vita in generale e quindi il mangiare fuori che è pur sempre un lusso viene spesso accantonato per far posto a cose necessarie come visite mediche, aggiusti alla macchina e simili. Resta però che molti imprenditori vogliono compensare le perdite aumentando i prezzi.
Facciamo due conti, colazione al bar al banco va da un minimo di 2,7 (cornetto 1.5, caffè 1.2) a punte di 4-6 euro (cornetto cubico 3,5, caffè 1.3) a persona. Prezzi da me pagati, al banco, in città non turistica questa settimana.
Se fossimo stati una famiglia di 4 persone se ne andavano 15-20 euro a prima mattina. Una pizza parte dagli ormai 7-8 euro di una margherita a medie di 10-12 euro per pizze un filino più complicate. Il coperto ormai 3 euro anche per una tovaglietta e un fazzoletto di carta. Un piatto di penne al pomodoro 12 euro, un secondo parte da 15-18, e parlo di osterie, i luoghi non turistici. Sui lidi, soprattutto in Campania, stanno perdendo il senso della misura, complice la mancanza di spiagge libere che invece sono numerose altrove (calabria, sicilia). Gli affitti non ne parliamo proprio. In Cilento, anche in località meno chic (che poi definire chic alcune..) si parla di 1300-1500 a settimana per un bilocale da 4 persone. Mi dite una famiglia media come fa????? Ve lo dico io: molti rinunciano, altri sono aiutati da genitori e nonni con le pensioni, ma quando questi non ci saranno più, il settore crollerà definitivamente.
• Si vende meno vino. Proprio ieri un produttore mi poneva il problema della scarsità delle vendite. Con altri ne avevamo parlato di recente. Vero. Le cause? Troppe cantine innanzitutto, perché ormai chiunque si mette a fare vino e vuole venderlo, anche il medico, l’avvocato, il notaio, persone che, il vino, dovrebbero comprarlo e non venderlo. O, al massimo, farlo per regalarlo agli amici. Poi si mette pure la normativa sempre più stringente e le campagne stampa che dicono che anche un bicchiere fa danni assurdi. La stampa specializzata infine, spesso, dà maggiore visibilità ai big che alle piccole cantine. Vabbè, ma il problema maggiore sono i ricarichi di ristoranti e pizzerie che arrivano anche al 500%, quando il ricarico giusto è il 100%, con punte del 150% per bottiglie più economiche. Per un locale medio, meglio avere una carta dei vini ridotta ma fatta con criterio (a partire dalla prossimità del produttore) che una sterminata, con costi di gestione alti, che vengono riversati sul consumatore finale.
• Consumatori facilmente suggestionabili. Una colpa del caro prezzi è anche dei consumatori che sono facilmente suggestionabili e quindi vanno ad affollare locali in vista sui social, che però praticano prezzi folli, e snobbano attività più economiche e che offrono una qualità più alta, solo perché poco presenti sui social o non instagrammabili come location. La conseguenza è che questi locali “famosi” sui social aumentano i prezzi con l’aumentare della clientela, mentre quelli che invece puntavano sulla qualità e sul buon rapporto qualità-prezzo vanno in seria difficoltà. Sia inoltre chiaro, un locale che mette sedute 300/500 persone non può fare qualità, toglietevelo dalla testa.
Ci saranno cibi precotti e riscaldati, materie prime industriali, servizio approssimativo, bagni sporchi, come di recente mi è capitato in un locale di cucina di mare, affollatissimo (300 persone circa) ma la cui proposta gastronomica era indegna pure per l’animale che mangia nel trogolo. Ma, questo locale, sui social spinge, e nonostante decine di recensioni e segnalazioni pessime, la gente corre. Resto schifato difronte alla superficialità e dabbenaggine del consumatore italiano medio.
Qui non si tratta di avercela con chi ha un locale, sia chiaro, gestire una attività non è facile, gli affitti sono sempre più cari e le tasse strozzano, ma la soluzione non può essere aumentare sempre i prezzi, per il semplice motivo che le persone non ce la fanno più e anche mangiare fuori una pizza è diventata un lusso. Le associazioni di categoria dovrebbero seriamente intraprendere azioni di protesta col governo per chiedere un sensibile calo della tassazione e politiche concrete di aiuto alle imprese medio-piccole, piuttosto che favorire sempre e solo quelle grandi. Altrimenti, a breve, sopravviveranno solo le grandi catene o i ristoranti di grossi gruppi, quelli, per capirci, che hanno milioni di euro alle spalle, e le osterie, le pizzerie di quartiere, finiranno tutte nel dimenticatoio, trascinandosi dietro il comparto del vino e di tutto ciò che ruota intorno all’ indotto della ristorazione.
Cambierà qualcosa? Ovviamente no. I ristoratori continueranno ad aumentare i prezzi e a lamentarsi delle scarse vendite, i consumatori andranno meno a cena fuori, tranne quelli ricchi, si sceglierà un locale in base ai video su tik tok, tante attività piccole chiuderanno, tirandosi dietro i fornitori, tanti proprietari delle mura che chiedevano affitti folli, senza volerli abbassare, si ritroveranno coi locali vuoti, e il Governo si lamenterà che non ci saranno i soldi per le pensioni, ma di aiutare le partite iva piccole neanche per sogno.
Tutti contenti, vero??…
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