Fave e Festa dei Morti, una storia che attraversa i secoli

Pubblicato in: La stanza di Carmen

di Carmen Autuori 

Signurì… ‘e muorte!
Sott ‘a péttola che nce puorte?
E nce puorte ‘e cunfettiélle…
Signurì… ‘e murticiélle.

Bastano questi versi, che fino al secolo scorso risuonavano per le strade di Napoli, per dare il senso della Festa dei Morti nella tradizione popolare partenopea. I bambini, con la cascettella, un salvadanaio di legno a forma di bara, andavano di casa in casa chiedendo offerte per i morticielli, che diventavano piccoli dolci, ma soprattutto confetti. Era anche un modo per far entrare il concetto di morte nel linguaggio di chi si era da poco affacciato alla vita, d’altra parte il confine tra vita è morte non è mai stato così indefinito come nella cultura partenopea.

Questo avveniva anche in Sicilia e in molte altre zone del Sud dove il 2 novembre conservava ancora una dimensione conviviale, fatta di dolci e cibi rituali. Proprio in Sicilia i bambini aspettavano la mattina della Festa dei Morti per trovare i cannistri, cesti colmi di dolci, frutta secca e piccoli doni, con al centro i pupi di zucchero, statuette colorate che raffiguravano cavalieri, paladini e altri personaggi. Come ricorda la scrittrice e studiosa delle tradizioni popolari Maria Oliveri, questa usanza affidava simbolicamente ai defunti il compito di portare doni ai più piccoli, mantenendo vivo il legame tra le generazioni. Una tradizione che sopravvive ancora oggi anche grazie alla pasticceria I Segreti del Chiostro, a Palermo, dove si preparano questi dolci per custodire la memoria di un rito dalle origini antichissime.

Non è, però, una prerogativa meridionale: da Nord a Sud, l’Italia custodisce un patrimonio di usanze legate alla commemorazione dei defunti come abbiamo già scritto su questo blog.

Dietro queste tradizioni si muove una storia antichissima, nella quale alimentazione, religiosità e credenze popolari si sono intrecciate nel corso dei secoli. Tra gli alimenti che più a lungo hanno conservato un significato simbolico ci sono le fave, legate fin dall’antichità classica al mondo dei morti. Ed è proprio da una zuppa di fave che vogliamo partire, per risalire lungo il filo della memoria, tra riti antichi e cucina contadina.

Le fave, un legume tra storia e credenze

Nei Fasti, Ovidio descrive le Lemurie, antiche celebrazioni romane dedicate a placare i lemuri, gli spiriti dei defunti che, secondo la credenza, tornavano a manifestarsi durante la notte. Nel corso del rituale, il capofamiglia lanciava alle proprie spalle fave nere, pronunciando una formula propiziatoria per allontanare gli spiriti e proteggere sé stesso e i suoi familiari.

L’usanza narra tutta la complessità del rapporto tra vivi e morti nel mondo antico, dove le fave non erano soltanto un alimento, ma assumevano una funzione rituale, diventando un tramite simbolico tra due dimensioni dell’esistenza. Attorno a questo legume si sono sviluppate interpretazioni diverse, fino alla credenza secondo cui avrebbe contenuto le anime dei defunti.

Con il cristianesimo, le antiche pratiche pagane non scomparvero ovunque nello stesso modo: alcune furono abbandonate, altre si trasformarono, altre ancora sopravvissero nel patrimonio delle consuetudini popolari. Nel Medioevo, intanto, la commemorazione dei defunti acquistò una precisa collocazione nel calendario religioso. Fu l’abate Odilone di Cluny a promuovere, tra la fine del X e l’inizio dell’XI secolo, la celebrazione di tutti i fedeli defunti nel giorno successivo a Ognissanti, destinata a consolidarsi nella tradizione occidentale.

Accanto alla preghiera e alla celebrazione liturgica si svilupparono pratiche di carità e di condivisione del cibo. La distribuzione di alimenti ai poveri, in particolare, esprimeva il legame tra la memoria dei defunti e la comunità dei vivi. Le testimonianze sulle specifiche usanze legate alle fave variano, tuttavia, da un territorio all’altro e non consentono di ricondurre ogni tradizione a un’unica origine.

Dalle mense medievali alla cucina di casa

Le fave appartengono anche alla storia quotidiana dell’alimentazione. Economiche, nutrienti e facilmente conservabili una volta essiccate, hanno rappresentato per secoli una risorsa importante, soprattutto nelle famiglie contadine. Venivano cotte in acqua, trasformate in minestre oppure schiacciate fino a ottenere preparazioni dense, antenate di quelle che oggi chiameremmo vellutate.

Il Liber de coquina, ricettario medievale tramandato in manoscritti dell’Italia meridionale tra la fine del Duecento e l’inizio del Trecento, comprende preparazioni a base di fave frante. È una testimonianza significativa della presenza di questo legume nella cultura gastronomica medievale e della sua versatilità in cucina. Il legame del ricettario con l’ambiente della corte sveva ha alimentato anche il richiamo a Federico II, ma non basta a dimostrare che una specifica zuppa di fave fosse un suo piatto abituale, anche perché la cucina di corte era del tutto distante da quella contadina, superfluo specificarlo.

Una zuppa per ricordare

In occasione della Festa dei Morti, la zuppa di fave riporta al centro una cucina essenziale, fatta di pochi ingredienti e tempi di cottura che non possono essere accelerati.

Nel Sud Italia, dove il calendario delle ricorrenze continua a scandire una parte importante della vita familiare, il 2 novembre conserva questa doppia dimensione: il raccoglimento e la festa, il ricordo e la convivialità. Accanto ai dolci rituali, diversi da regione a regione, sopravvivono preparazioni a base di legumi, grano e frutta secca, ingredienti che raccontano il rapporto profondo tra alimentazione, stagioni e memoria.

La zuppa di fave si inserisce in questa lunga storia senza pretendere di rappresentare un rito identico in ogni luogo, è piuttosto un invito a guardare oltre il piatto, a riconoscere nella cucina una forma di continuità tra passato e presente.

È assodato che il cibo risponda prima di tutto al bisogno di nutrirsi, ma nelle ricorrenze, anche quella dedicata ai defunti, assume un altro significato: diventa un modo per fare spazio alla memoria, riunire la famiglia e lasciare che le storie di chi ci ha preceduto continuino a sedersi, idealmente, alla nostra tavola.

È in questo intreccio tra memoria, storia e cucina che si inserisce la proposta di Paola La Corte, foodblogger e appassionata cultrice e custode delle ricette della tradizione. La sua zuppa di fave secche, accompagnata da cipolle di Tropea in agrodolce, recupera ingredienti poveri e familiari, giocando sull’incontro tra la sapidità del legume e la dolcezza del miele.

Zuppa di fave

Di Paola La Corte
Ricetta raccolta da Carmen Autuori

Tempo di preparazione: 10 minuti
Tempo di cottura: 4 ore

Ingredienti per 4 persone

Preparazione

Mettere le fave secche in ammollo in acqua fredda per 8-12 ore.
Trascorso questo tempo, scolarle, sciacquarle e trasferirle in una pentola con acqua pulita e una cipolla.
Cuocere a fuoco basso per circa due ore, eliminando la schiuma che si forma in superficie durante i primi minuti di cottura.
Quando le fave saranno morbide, regolare di sale e frullarle fino a ottenere una crema liscia e omogenea, aggiungendo, se necessario, poca acqua di cottura per raggiungere la consistenza desiderata.
Nel frattempo, preparare le cipolle in agrodolce.
Affettare sottilmente la seconda cipolla e lasciarla appassire in padella con l’olio extravergine d’oliva e un goccio d’acqua.
Aggiungere un cucchiaino di aceto e proseguire la cottura a fuoco dolce fino a quando la cipolla sarà morbida.
Unire il miele e lasciarlo sciogliere, mescolando delicatamente, così da ottenere una leggera caramellatura.
Distribuire la crema di fave ancora calda nei piatti, sistemare al centro le cipolle in agrodolce e completare con il prezzemolo fresco tritato e un generoso giro d’olio extravergine d’oliva a crudo.


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