Questa è la storia di un’uva dimenticata e di una ragazza che faceva l’avvocato. Dal loro straordinario incontro esce il nostro secondo vino dell’estate. Non sono uso consigliare bianchi di annata ma stavolta vi dico: stappatelo e bevetelo tutto, in fondo se un vino è buono e piacevole perché aspettare prima di aprirlo? A bottiglia aperta, una chiacchiera tira l’altra e mi accorgo che si arriva ben presto al fondo in maniera facile e piacevole. Profumi agrumati e anche di frutta esotica, acidità marcata, questa versione del Pallagrello si libera abbastanza bene della stanchezza che in genere trasmette anche nelle sue versioni più giovani. Stavolta l’enologo Vincenzo Mercurio e Teresa Mincione hanno deciso di forzare la mano, insistere sulla giovinezza e la capacità del vino di affrontare anche piatti ben strutturati. Per esempio un fior di latte o un grande fritto di paranza, ostriche e cozze, spaghetti alla Nerano e tanto altro ancora. Il vino si chiama La Luna e il Ventaglio.
Fatto il trailer, riavvolgiamo il nastro. Anzitutto che cosa è il Pallagrello Bianco? Si tratta di un’uva diffusa soprattutto nel territorio dell’Alto Casertano, fra Caiazzo e Castel Campagnano, confusa spesso con la Coda di Volpe o la Coda di Pecora. Fu riscoperta e rilanciata un quarto di secolo fa dalla Vestini Campagnano e portata avanti con determinazione da Manuela Piancastelli, che per amore di questa uva ha deciso di dare le dimissioni dal Mattino dove era una bravissima giornalista per dedicarsi anima e corpo alla produzione di vino raggiungendo ottimi risultati di critica e di pubblico anche con la sua successiva azienda, Terre del Principe.
E’ incredibile come anche Teresa, mamma di una splendida bambina, abbia deciso ad un certo punto di cambiare radicalmente la propria vita per dedicarsi alla produzione di vino. Tenace come tutti i timidi, determinata quando la sopportazione supera il suo limite massimo consentito, coraggiosa, Teresa viene rapita dal vino andando ad un corso di sommelier organizzato dall’Ais di Caserta alla mitica enoteca La Botte di Franco e Marco Ricciardi. Piano piano la scoperta dei profumi, il fascino delle vigne, il piacere di condividere le emozioni con le persone giuste, hanno occupato sempre di più la sua mente. Distraendola dalla carte bollate e dalle date di udienza.
Una passione coltivata con determinazione, andando a fare un master di specializzazione a Roma da Franco Ricci, cosa che, per inciso, in Campania non hanno fatto in più di cinque persone. Proprio il master, di alta qualità e con insegnanti di grande valore, le fa conoscere i grandi territori del vino, l’amore per il vino dell’Etna le imposta l’idea di vino all’epoca ancora fuori moda, ossia quella di un rosso elegante e fine. Lo Champagne le trasmette il rigore gustativo, la capacità di andare oltre il benessere di una bollicina per scoprire le differenze, la Borgogna le insegna il legame con il suolo.
Ma non finisce qui, Teresa inizia anche a scrivere di vino e a partecipare alle degustazioni del gruppo Slow Wine, un’attività svolta al massimo livello per oltre dieci anni.
Alla fine la decisione che viene condivisa con il marito Angelo, importante penalista, che ha il grande merito di aver seguito il principio “happy wife happy life”.
Ma come avvenne questa decisione radicale? “Potremmo definirlo uno scherzo del destino – risponde Teresa al collega Maurizio Paolillo. Manuela Piancastelli mi comunicò un giorno che avevano intenzione di chiudere l’attività aziendale. D’improvviso mi lanciò la proposta: Vendiamo le nostre vigne. Perché non le prendi tu? Sul momento mi sembrò un’idea folle. Poi piano piano si insinuò dentro di me la prospettiva della svolta radicale. Conoscevo quella vigna, l’avevo sempre amata e quell’idea pazza prese forma definitiva”.
L’azienda parte con un Casavecchia dal nome che riassume la filosofia di vita di Teresa, Nulla è per Caso. Una vera rivoluzione copernicana che ribalta la visione di questa uva rossa, in pieno accordo con l’enologo Vincenzo Mercurio: il sorso è alleggerito, la beva è immediata, l’uso del legno ben dosato. Insomma un vino che richiama in qualche modo i rossi dell’Etna da Nerello Mascalese. Sei ettari di proprietà in tutto, la cantina attrezzata con anfore e legno nella casa di campagna a Caiazzo e una giornata passata fra la cantina, le vigne, le serate per presentare i propri vini che, messi insieme non superano le diecimila bottiglie.
Il segreto di Teresa, come sempre avviene in ogni scelta di vita, è la passione, la voglia di fare bene e perseguire fino in fondo il proprio obiettivo. I suoi vini, questo bianco che abbiamo scelto per la serie qui sul Mattino dopo il Piedirosso di Gerardo Vernazzaro, sono di personalità, immediata, fatti con la cura necessaria, senza inseguire le mode se non con l’ambizione di fare esprimere il territorio dell’alta Casertano, ancora oggi poco conosciuto fuori dai circuiti degli appassionati e degli intenditori.
Un vino, una persona coraggiosa, un territorio. Non c’è niente di meglio per affronatare questa difficile estate.
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