
di Massimo Di Cintio
Luigi, il professore, non le mandava mai a dire. Amava la polemica ma non ha avuto mai nessun avversario. Era bastian ma non contrario a prescindere, e certo non per avere una qualche visibilità, dalla quale anzi rifuggiva per educazione familiare e cultura personale. Classe 1956, laurea in Lettere classiche con il massimo dei voti e tesi su “Nietzsche e la scienza” all’Università degli Studi di Roma, da vent’anni ordinario della cattedra di Filosofia all’Università dell’Aquila, Luigi Cataldi Madonna se n’è andato come aveva vissuto, in maniera semplice e discreta, vinto da una malattia che lo aveva fiaccato da tempo. A partire dagli anni Novanta era diventato uno dei sicuri e affidabili punti di riferimento del vino abruzzese e aquilano in particolare, dopo aver preso in mano e trasformato l’azienda agricola di famiglia avviata dal nonno, il barone Luigi, e proseguita dal padre architetto Antonio (Tonino per gli amici) che a metà degli anni ’70 del secolo scorso avviò l’imbottigliamento. Convinto del valore della viticoltura di montagna e da sempre impegnato a far conoscere la particolarità della Valle del Tirino e della sua amata Ofena, scelse il Guerriero di Capestrano come simbolo dell’azienda e intuì le potenzialità ulteriori di quell’altopiano sotto il Gran Sasso – definito “il forno d’Abruzzo” per la capacità di assorbire calore durante il giorno e di grandi escursioni termiche notturne – tanto da essere il primo a impiantare le prime vigne di Pecorino in Abruzzo nel 1990 per poi imbottigliare l’annata 1996, in un percorso, prima e dopo, fatto di oltre un decennio di prove per comprendere il ruvido carattere del vitigno e interpretarlo nel farlo vino, con risultati sempre più convincenti a partire dal 2005 fino al monumentale Frontone 2013 che celebra il nome della prima e più straordinaria vigna. Ma a Luigi Cataldi Madonna si deve anche il lavoro di valorizzazione del Cerasuolo d’Abruzzo nelle sue diverse versioni, tra le quali l’intenso Pié delle Vigne che richiamava storico metodo della “svacata” e diventato uno dei più importanti vini rosa italiani. E proprio ai vini rosa (guai a chiamarli rosati!) nel 2024 ha dedicato uno straordinario libro (Topic Edizioni) scritto a quattro mani con la bravissima figlia Giulia, stessa determinazione del padre, alla quale da alcuni anni aveva lasciato le redini della cantina. Ci mancherà la sua inconfondibile voce, alta, roca e profonda consumata dalle sigarette, la battuta pronta e sagace, il sorriso sardonico, l’umiltà dell’ascolto di fronte all’opinione che non condivideva ma che rispettava sempre. Ci mancherà la pacata profondità delle sue riflessioni e delle sue provocazioni sul presente e sul futuro della vitivinicoltura abruzzese. Ciao professo’, ciao Luì.
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