
di Alberto Giannattasio
Dopo il Festival di Sanremo, l’intento era chiaro: rallentare, respirare, lasciarsi avvolgere dalla quiete. E così è stato. Mi sono immerso negli Appennini Liguri, ad Apricale, dove domina maestoso il Castello della Lucertola.
Ai piedi del castello ho pranzato in un contesto sospeso nel tempo. Una scoperta autentica, dove il Rossese di Dolceacqua — vino identitario del territorio — padroneggia con eleganza, esprimendo profumi mediterranei, trama sottile e beva raffinata, specchio della terra aspra e luminosa di Liguria.
Il menù, semplice ma avvolgente, è stato un percorso coerente e territoriale:
salsiccetta in umido, panissetta di ceci, involtino di formaggio, torta di verdure ripiena di cavolo e verza. E poi — con ironia dichiarata — “non chiamatelo arancino”: una polpettina di riso con cavolfiore e salsiccia.
Baccalà e patate con timo, rosmarino e olive taggiasche; assaggio di primi con ravioletto di borragine al burro e rosmarino, trofietta al ragù di coniglio e olive taggiasche.
Lo stinco alle erbe aromatiche con patate agli aromi liguri introduce il piatto simbolo: il “Porcazzone”, racconto gastronomico nato dall’incontro tra maiale e maiale, profumato all’aglio e basilico. In abbinamento, un Rossese Riserva: maggiore struttura, tannino più presente, equilibrio perfetto con la componente grassa e aromatica del piatto.
Chiusura tipica di Apricale: zabaione con pansarole fritte agli agrumi, protagonista anche della tradizionale sagra del borgo. Un goccio di amaro e la foto di rito, sazi e sorridenti.
Nel cuore del borgo, da Da Baci, scendendo sei gradini si entra in una suggestiva cisterna: pietra viva, luci soffuse, atmosfera raccolta. Un luogo curato, intimo ma identitario.
Ho incontrato il patron Alessandro Telli e lo Chef Calogero Messina: interpretano un’ospitalità ligure contaminata da eleganza siciliana. Accoglienza sorridente, disponibilità sincera, competenza discreta.
Un’esperienza che coniuga territorio, memoria e cultura del vino.
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