Tenuta del Travale. Dare una nuova identità alla Sila

Pubblicato in: I vini da non perdere

di Maurizio Paolillo                                                                                                           (foto originali fornite dall’azienda)

La strada che da Cosenza sale verso la Sila avvalora un’idea: il Sud non è un luogo geografico, non dipende dalla latitudine. È una condizione dello spirito, un modo di sentire dell’anima, una condizione psicologica. Si è al Sud quando ci si sente al Sud. E qui siamo veramente a Sud, nel cuore della Calabria. Ma il clima di quella giornata era veramente nordico: la bruma, le nuvole minacciose, il verde cupo dei boschi richiamano immagini delle Highlands scozzesi più che del sole del Mediterraneo.

Arrivato in contrada Travale, nel comune di Rovito, mi addentro per una stretta strada di campagna e, dopo alcune centinaia di metri, giungo dinanzi alla cantina: una struttura moderna, realizzata con gusto e integrata nell’ambiente. Ci accoglie la famiglia Piluso al completo: Nicola, la moglie Raffaella Ciardullo, le figlie Matilde e Carlotta, i fondatori e conduttori di questa imprevedibile e non convenzionale realtà calabrese.

Matilde (M)         Sono d’accordo. Non esiste alcuna competizione. Rappresentiamo due contesti completamente diversi. Secondo me la Sila, come l’Etna, può diventare un marchio capace di veicolare la comunicazione del territorio, dei suoi prodotti.

N      Anche il nostro territorio avrebbe il potenziale per diventare un brand. L’Etna viene indicato come termine di paragone solo perché è l’unica altra area vitivinicola dove si coltiva il Nerello.

M      Siamo la porta della Sila. Abbiamo l’aria più pura d’Europa[1]; la Sila è stata individuata dall’UNESCO quale Riserva italiana della Biosfera[2]; la Calabria è la regione con il più grande patrimonio di biodiversità di flora e fauna in Europa.

N      Abbiamo la nostra identità e vogliamo sviluppare questa riconoscibilità, far sì che la Sila diventi un brand appetibile a livello internazionale.

La storia

N      No, siamo avvocati sia io che le mie figlie. Il legame con l’agricoltura è comunque forte. Mio padre è stato il decano degli agronomi calabresi.

N      Nel 1993 io e Raffaella ci sposiamo e decidiamo di trasferirci qui. Non c’era niente, solo una casa colonica diroccata; il terreno era incolto da 50 anni. Abbiamo rilevato la proprietà e man mano abbiamo realizzato una serie di migliorie. Nel 2007 c’è stata la svolta definitiva: abbiamo piantato la vigna su due dei cinque ettari della tenuta. La scelta è caduta su Nerello Mascalese e Nerello Cappuccio.

N      È stata una sfida. Tutti cercavano di dissuadermi, a cominciare da mio padre. Dicevano: «Sei un pazzo, il Nerello qua è scomparso da una vita».

N      Il Nerello è un vitigno autoctono calabrese.

N      Non voglio entrare in questa diatriba. La storia racconta che nel V secolo avanti Cristo i Greci portano la vite in Italia. La prima colonia greca è stata Sibari. Poi vennero Kroton, Hipponion, l’odierna Vibo-Valenzia, Locri, Rhegion, Reggio Calabria. Settant’anni dopo sono scesi in Sicilia e anche lì hanno portato la vite e il vino.

N      Sicuramente.

Le vigne

Le aree vitate sono a circa 520 metri di altitudine, disposte sui due versanti della collina dove sorge la cantina. La vigna che dalla stalla degrada a valle verso sud-ovest è chiamata Maneggio. La seconda è detta Anfiteatro per la forma assunta dalle terrazze e ha esposizione a sud–est.

N      Vennero a trovarmi in tanti: enologi, esperti, produttori. Tutti quanti, a cominciare da mio padre, mi sconsigliavano. «Devi piantare Magliocco» dicevano. Qualcuno mi dava un consiglio privo di senso, figlio probabilmente di un complesso d’inferiorità latente: «Metti i vitigni internazionali: Cabernet, Merlot, Syrah».

N      Neanche una pianta.

N      Perché dagli studi e dalle conoscenze che avevo, il Nerello si adatta perfettamente alle condizioni pedoclimatiche di questo ambiente.

N      Siamo in collina. Mio padre mi diceva sempre che i grandi vini si fanno in quella che lui definiva la “la dolce collina”. Qui ci sono forti escursioni termiche giornaliere, anche di 20 gradi: una condizione essenziale per il Nerello.

M      Siamo circondati dai boschi. Poi ci sono i monti della Sila. A 20 minuti da qui ci sono le piste da sci, in un comprensorio montano le cui vette si ergono fino ai 2.000 metri di altitudine. Ci troviamo in una sorta di canyon naturale, dove la sera si incanala l’aria fresca della Sila, che giova tanto al vigneto.

N      Le due subunità, Anfiteatro e Maneggio, una volta erano due burroni inaccessibili; non c’era entrato nessuno da 50 anni. Le ruspe hanno lavorato per mesi. Adesso vedi due versanti terrazzati.

N      Era una necessità. È proprio la configurazione orografica del territorio che lo richiede.

N      La pendenza a tratti era superiore al 40%. I nostri sono vigneti eroici certificati dal CERVIM[3].

M      I terrazzamenti hanno un grande impatto paesaggistico. Abbiamo anche messo a dimora lungo i filari circa 4.000 piante di lavanda. I composti aromatici che rilasciano ci aiutano a tenere lontani gli insetti dannosi, favorendo al contempo la presenza di farfalle e api.

M      Due ettari. L’estensione totale della tenuta è 5 ettari, di cui due vitati. La maggior estensione a Nerello Mascalese e una minima parte a Nerello Cappuccio.

N      Nel 2007 abbiamo fatto l’impianto. La 2014 la prima vendemmia che abbiamo imbottigliato. Erano poche bottiglie; oggi ne è rimasta solo una per la nostra collezione. Poi dal 2015 siamo andati a regime.

N      Abbiamo iniziato con un enologo locale. Lui però, a un certo punto, con grande onestà ci ha detto che non se la sentiva di portare avanti tutta l’azienda. Perciò ci siamo rivolti a Emiliano, che aveva già fatto esperienze importanti con il Nerello. Il nostro agronomo invece è Stefano Dini che ha un approccio meraviglioso con la vigna.

La cantina

La struttura ha dimensioni ridotte, ma è molto ben organizzata. C’è un ambiente destinato alle vasche in acciaio e un altro ai legni, barrique e tonneau, dove trova posto anche un’anfora di cocciopesto.

N      Le vinifichiamo e affiniamo separatamente. E poi facciamo gli assemblaggi. Mantenendo sempre un filo diretto con l’enologo.

N      Direi addirittura le singole piante. Facciamo analisi di continuo e insieme a Emiliano decidiamo dove l’uva è pronta e dove invece è il caso di attendere ancora qualche giorno.

M      Siamo una piccola realtà e questa è la nostra forza. Siamo partiti da subito con questa filosofia, con rese volutamente basse: la media è di 40-50 quintali a ettaro.

N      Ma non abbiamo nessuna volontà di spingere la produzione. È una scelta di vita. L’unica opzione possibile dato il contesto. Se, con due ettari, pensi alla grande distribuzione come mercato di riferimento, vendendo le bottiglie a 5 euro, sei già fallito.

N      Se si vuole fare qualità, l’unica opzione è curare con attenzione tutte le fasi della produzione. A regime arriviamo a circa 10.000 bottiglie.

N      Decliniamo il Nerello in tre versioni: Eleuteria, Nerello Mascalese in purezza, Esmén Tetra, uvaggio di Nerello Mascalese all’80% e Nerello Cappuccio al 20%, Epicarma, Nerello Cappuccio in purezza vinificato in rosa.

M      Una follia di Emiliano Falsini.

M      Perché, probabilmente, siamo gli unici al mondo a fare un Nerello Cappuccio rosato in purezza.

N      Esmén Tetra è un blend di Nerello Mascalese e Nerello Cappuccio, vinificato in piccole vasche aperte con follature quotidiane.

N      È il nostro vino più rappresentativo. Nerello Mascalese in purezza, affina per circa 18 mesi in barrique di Allier[5] e tonneaux di castagno calabrese; 6 mesi in acciaio e minimo 10 mesi in bottiglia.

N      La scelta del castagno è stata una nostra impuntatura. Abbiamo dovuto vincere la resistenza di iniziale di Emiliano. Ma abbiamo voluto fortemente dare questo continuum territoriale al Nerello, caratterizzarlo ancora di più come calabrese.

N      Per la svinatura, per pressare le vinacce.

N      Per quello usiamo solo la pigiadiraspatrice. Per Epicarma preleviamo solo lo sgrondo, il fiore. Il pressato va in Esmén Tetra, dove c’è appunto il 20% di Nerello cappuccio.

N      Tutti i vini fanno fermentazione spontanea. Malolattica spontanea in primavera. Nessuna filtrazione e nessun travaso.

M      Un nostro principio inalienabile è assecondare la natura. Coltiviamo l’idea di realizzare vini unici e irripetibili a seconda dell’annata.

N      Non è successo niente di particolare. La Calabria è storicamente siccitosa. Di norma abbiamo la fortuna di portare in cantina uve sanissime. L’idea di assecondare la natura è favorita dalle condizioni ambientali. Da noi sono frequenti i venti freddi, non abbiamo problemi di umidità, di ristagni. Perciò possiamo permetterci questa politica non interventista.

M      Aiuta molto la biodiversità, il fatto che di vigne ce ne sono pochissime qui intorno. Le nostre sono praticamente immerse nel bosco.

 

I vini

Accediamo alla sala degustazione per assaggiare i vini. Ci accolgono due vistosi e affettuosissimi cani: Numa, un Corso Italiano dal mantello nero e Oliver, un Labrador Retriever color cioccolato

N      IGT Calabria. Come territorio, rientreremmo nella DOP Terre di Cosenza, ma i nostri vitigni non sono previsti dal disciplinare. Quando siamo partiti nel 2007 abbiamo dovuto combattere con la Regione Calabria: loro non consideravano i Nerelli come vitigni autoctoni e quindi non li avevano inseriti nell’elenco delle varietà autorizzate.

N      Adesso sia il Nerello Mascalese che il Cappuccio sono presenti nell’elenco. Abbiamo dovuto lottare, ma è servito.

N      Si sta diffondendo parecchio, specie a sud di Reggio, tra Pellaro e Palizzi. Lì siamo di fronte allo Stretto dove storicamente il Nerello si coltivava su tutti e due i versanti.

M      Sono state riprese da miniature di Gioacchino Da Fiore[6], teologo nato a Celico (CS), l’unico calabrese citato da Dante alla Divina Commedia.

Matilde stappa e versa Epicarma 2024.

M      Sembra greco ma in realtà è un gioco linguistico: è costruito con le sillabe iniziali dei nomi di mia sorella e mio: la E è l’iniziale dei nomi di tutti i nostri vini; PI è riferito al cognome Piluso, CAR è Carlotta, MA è Matilde.

M      Qualcuno l’ha chiamato oro–rosa–ambrato. Si potrebbe dire una via di mezzo tra un bianco e un rosa.

N      Il mosto viene immediatamente separato dalle bucce dopo la pigiatura perché il Cappuccio cede tanto colore.

N      Prevalentemente in acciaio. Abbiamo sperimentato parecchio prima di trovare la strada. La prima annata è andata solo in acciaio; nella seconda abbiamo assecondato Emiliano che ama i rosa affinati in legno. Dall’annata 2024 facciamo due mesi in anfora di cocciopesto e poi acciaio.

È la volta di Esmen Tetra 2021.

M      Vuol dire Siamo noi quattro. L’azienda è a conduzione familiare e il nome lo ribadisce.

N      80% Nerello Mascalese e 20% Nerello Cappuccio. Il 25–30% dell’uva è vinificata a grappolo intero. Affina 12 mesi in barrique di rovere e tonneau di castagno, quindi fa 3 mesi in acciaio prima dell’imbottigliamento.

M      Emiliano ha una mano molto felice nell’uso del legno. Lui mi piace perché non utilizza ricette predeterminate. Si fa delle domande e cerca le risposte, le soluzioni. È molto rispettoso del territorio, l’approccio è differente a seconda dei contesti.

Versiamo Eleuteria 2021.

M      Certamente. Eleuteria significa Libertà, il nome più bello del mondo. Per questo lo abbiamo voluto destinare al nostro vino di punta.

N      Questo lo sentiamo anche per verificare la differenza fra il blend e il Nerello Mascalese in purezza della stessa annata.

N      Questo fa un affinamento più lungo: 18 mesi in barrique di Allier e tonneau di castagno calabrese; quindi 6 mesi è in acciaio e poi va in bottiglia.

N      È una selezione. Le dimensioni ridotte ci permettono scegliere i singoli grappoli. Durante la vendemmia selezioniamo i migliori delle migliori parcelle e li lasciamo sulla pianta una decina di giorni in più dopo aver raccolto l’uva per Esmen ed Epicarma. Arriviamo all’incirca alla metà di ottobre.

N      Può dipendere dal terreno, che è molto diverso. Rispetto alla terra vulcanica dell’Etna, qua abbiamo un terreno franco che dona più struttura, più consistenza.

N      Sì, però, secondo me, nel tempo, questa cosa si può solo attenuare, arrotondare.

Sentiamo quindi Eleuteria 2017.

N      Di questa annata sono rimaste poche centinaia di bottiglie mentre la 2018, 2019 e 2020 non sono più disponibili.

Concludiamo gli assaggi con Eleuteria 2015.

N      Eleuteria 2015 ha ancora una piccola percentuale di Cappuccio. Tra il 5 e l’8%. Quando siamo partiti era l’unico vino prodotto. Ci andavano tutte le uve aziendali. Nel 2018 Emiliano ci ha proposto di fare un vino d’ingresso che potesse diversificare la nostra offerta. Abbiamo pensato di ampliare la proposta affiancando a una bottiglia di alta gamma un’altra più accessibile. E così è nato Esmen Tetra che ha sostituito l’Eleuteria prima maniera.

Gli assaggi nel complesso lasciano una sensazione finale molto stimolante: abbiamo incontrato vini particolari, dotati di buona personalità. Niente di banale, di già visto o sentito. Vini agili, che giocano sul dinamismo più che sulla struttura, sulla finezza più che sulla potenza.

Quella di Tenuta del Travale è la storia di una famiglia che ha perseguito con coraggio e senza compromessi un’idea originale e spregiudicata, incuranti di chi ha visto in loro la presunzione di una cantina calabrese che non vuole essere calabrese. Una famiglia che ha avuto la forza d’inseguire un sogno: ridare lustro a una storia dimenticata e dignità a una terra quasi emarginata dalla grande avventura del vino italiano.

Note:

[1] Alla luce di una ricerca condotta nel 2010 dalla Fondazione Nanodiagnostics ETS di Modena, nella località di Tirivolo, in comune di Zagarise (CZ), nella Sila Piccola, è stato riscontrata la qualità dell’aria più alta d’Europa.

[2] Nel 2014 la Sila è divenuta la 10a Riserva della Biosfera italiana nella Rete Mondiale dei siti di eccellenza dell’UNESCO.

[3] CERVIM (Centro di Ricerca, Studi, Salvaguardia, Coordinamento e Valorizzazione per la Viticoltura Montana) è un organismo internazionale istituito dalla Regione Autonoma Valle d’Aosta nel 1987 al fine di salvaguardare e sostenere la viticoltura estrema nonché prevenire l’abbandono dei vigneti di montagna. https://www.cervim.org/

[4] Emiliano Falsini, toscano di nascita e formazione, collabora con diverse aziende vitivinicole in Italia e nel mondo (California, Nuova Zelanda, Argentina). È anche produttore di vini da Nerello Mascalese sul versante Nord dell’Etna e da Cabernet Franc a Castagneto Carducci (LI).

[5] La barrique di Allier è realizzata in legno di rovere proveniente dalle foreste del dipartimento francese dell’Allier, nel Massiccio Centrale https://glossario.wein.plus/allier-2

[6] Gioacchino da Fiore (1130 – 1202) abate, teologo e filosofo, fondatore dell’Ordine Monastico Florense. Nel 2001 è stata avviata la causa di beatificazione.

 


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