Tenuta del Travale. Dare una nuova identità alla Sila
di Maurizio Paolillo (foto originali fornite dall’azienda)
La strada che da Cosenza sale verso la Sila avvalora un’idea: il Sud non è un luogo geografico, non dipende dalla latitudine. È una condizione dello spirito, un modo di sentire dell’anima, una condizione psicologica. Si è al Sud quando ci si sente al Sud. E qui siamo veramente a Sud, nel cuore della Calabria. Ma il clima di quella giornata era veramente nordico: la bruma, le nuvole minacciose, il verde cupo dei boschi richiamano immagini delle Highlands scozzesi più che del sole del Mediterraneo.
Arrivato in contrada Travale, nel comune di Rovito, mi addentro per una stretta strada di campagna e, dopo alcune centinaia di metri, giungo dinanzi alla cantina: una struttura moderna, realizzata con gusto e integrata nell’ambiente. Ci accoglie la famiglia Piluso al completo: Nicola, la moglie Raffaella Ciardullo, le figlie Matilde e Carlotta, i fondatori e conduttori di questa imprevedibile e non convenzionale realtà calabrese.
- Nicola se dovessi presentare la tua azienda da dove partiresti?
La nostra peculiarità è coltivare solo Nerello; Nerello Mascalese e Nerello Cappuccio.
- Una scelta singolare e coraggiosa.
Una scelta che vent’anni fa poteva appariva controcorrente, ai limiti della follia, ma che col tempo ci ha dato ragione.
- Qualcuno ha provato a mettere in competizione il vostro territorio con l’Etna. A me quest’idea pare veramente demenziale.
Matilde (M) Sono d’accordo. Non esiste alcuna competizione. Rappresentiamo due contesti completamente diversi. Secondo me la Sila, come l’Etna, può diventare un marchio capace di veicolare la comunicazione del territorio, dei suoi prodotti.
N Anche il nostro territorio avrebbe il potenziale per diventare un brand. L’Etna viene indicato come termine di paragone solo perché è l’unica altra area vitivinicola dove si coltiva il Nerello.
- Effettivamente questo è un territorio ricco di fascino.
M Siamo la porta della Sila. Abbiamo l’aria più pura d’Europa[1]; la Sila è stata individuata dall’UNESCO quale Riserva italiana della Biosfera[2]; la Calabria è la regione con il più grande patrimonio di biodiversità di flora e fauna in Europa.
N Abbiamo la nostra identità e vogliamo sviluppare questa riconoscibilità, far sì che la Sila diventi un brand appetibile a livello internazionale.
La storia
- Nicola raccontaci la storia dall’inizio. Tu sei un agronomo?
N No, siamo avvocati sia io che le mie figlie. Il legame con l’agricoltura è comunque forte. Mio padre è stato il decano degli agronomi calabresi.
- Quando inizia l’avventura di Tenuta del Travale?
N Nel 1993 io e Raffaella ci sposiamo e decidiamo di trasferirci qui. Non c’era niente, solo una casa colonica diroccata; il terreno era incolto da 50 anni. Abbiamo rilevato la proprietà e man mano abbiamo realizzato una serie di migliorie. Nel 2007 c’è stata la svolta definitiva: abbiamo piantato la vigna su due dei cinque ettari della tenuta. La scelta è caduta su Nerello Mascalese e Nerello Cappuccio.
- I motivi di questa scelta?
N È stata una sfida. Tutti cercavano di dissuadermi, a cominciare da mio padre. Dicevano: «Sei un pazzo, il Nerello qua è scomparso da una vita».
- Ma perché una volta c’era?
N Il Nerello è un vitigno autoctono calabrese.
- Ah, questa è una novità! È la vostra teoria. Secondo la mia teoria è un vitigno autoctono siciliano, originario della piana di Mascali, alle falde dell’Etna.
N Non voglio entrare in questa diatriba. La storia racconta che nel V secolo avanti Cristo i Greci portano la vite in Italia. La prima colonia greca è stata Sibari. Poi vennero Kroton, Hipponion, l’odierna Vibo-Valenzia, Locri, Rhegion, Reggio Calabria. Settant’anni dopo sono scesi in Sicilia e anche lì hanno portato la vite e il vino.
- Quindi il vino arriva prima in Calabria, nell’antica Enotria?
N Sicuramente.
Le vigne
Le aree vitate sono a circa 520 metri di altitudine, disposte sui due versanti della collina dove sorge la cantina. La vigna che dalla stalla degrada a valle verso sud-ovest è chiamata Maneggio. La seconda è detta Anfiteatro per la forma assunta dalle terrazze e ha esposizione a sud–est.
- Come nasce l’idea di puntare sul Nerello?
N Vennero a trovarmi in tanti: enologi, esperti, produttori. Tutti quanti, a cominciare da mio padre, mi sconsigliavano. «Devi piantare Magliocco» dicevano. Qualcuno mi dava un consiglio privo di senso, figlio probabilmente di un complesso d’inferiorità latente: «Metti i vitigni internazionali: Cabernet, Merlot, Syrah».
- E tu non li hai messi?
N Neanche una pianta.
- Quindi, alla fine, perché il Nerello?
N Perché dagli studi e dalle conoscenze che avevo, il Nerello si adatta perfettamente alle condizioni pedoclimatiche di questo ambiente.
- Cioè?
N Siamo in collina. Mio padre mi diceva sempre che i grandi vini si fanno in quella che lui definiva la “la dolce collina”. Qui ci sono forti escursioni termiche giornaliere, anche di 20 gradi: una condizione essenziale per il Nerello.
M Siamo circondati dai boschi. Poi ci sono i monti della Sila. A 20 minuti da qui ci sono le piste da sci, in un comprensorio montano le cui vette si ergono fino ai 2.000 metri di altitudine. Ci troviamo in una sorta di canyon naturale, dove la sera si incanala l’aria fresca della Sila, che giova tanto al vigneto.
- Mi sembra che abbiate fatto importanti lavori di sistemazione del suolo.
N Le due subunità, Anfiteatro e Maneggio, una volta erano due burroni inaccessibili; non c’era entrato nessuno da 50 anni. Le ruspe hanno lavorato per mesi. Adesso vedi due versanti terrazzati.
- Avete fatto un intervento notevole.
N Era una necessità. È proprio la configurazione orografica del territorio che lo richiede.
- Questo mi interessa molto. Sono anni che combatto una battaglia per la salvaguardia dei terrazzamenti. Voi avete compreso che questi pendii potevano essere messi a coltura solo con quel tipo di sistemazione.
N La pendenza a tratti era superiore al 40%. I nostri sono vigneti eroici certificati dal CERVIM[3].
- Devo dire che lo scenario delle vigne è veramente spettacolare.
M I terrazzamenti hanno un grande impatto paesaggistico. Abbiamo anche messo a dimora lungo i filari circa 4.000 piante di lavanda. I composti aromatici che rilasciano ci aiutano a tenere lontani gli insetti dannosi, favorendo al contempo la presenza di farfalle e api.
- Che estensione ha la vigna?
M Due ettari. L’estensione totale della tenuta è 5 ettari, di cui due vitati. La maggior estensione a Nerello Mascalese e una minima parte a Nerello Cappuccio.
- Qual è la prima vendemmia in commercio?
N Nel 2007 abbiamo fatto l’impianto. La 2014 la prima vendemmia che abbiamo imbottigliato. Erano poche bottiglie; oggi ne è rimasta solo una per la nostra collezione. Poi dal 2015 siamo andati a regime.
- Il vostro enologo è Emiliano Falsini[4]. Avete iniziato con lui?
N Abbiamo iniziato con un enologo locale. Lui però, a un certo punto, con grande onestà ci ha detto che non se la sentiva di portare avanti tutta l’azienda. Perciò ci siamo rivolti a Emiliano, che aveva già fatto esperienze importanti con il Nerello. Il nostro agronomo invece è Stefano Dini che ha un approccio meraviglioso con la vigna.
La cantina
La struttura ha dimensioni ridotte, ma è molto ben organizzata. C’è un ambiente destinato alle vasche in acciaio e un altro ai legni, barrique e tonneau, dove trova posto anche un’anfora di cocciopesto.
- Ho visto che le vigne presentano condizioni molto variabili in termini di esposizione, pendio, ventilazione. Come fate a gestire le vinificazioni delle diverse parcelle?
N Le vinifichiamo e affiniamo separatamente. E poi facciamo gli assemblaggi. Mantenendo sempre un filo diretto con l’enologo.
- In questo modo riuscite a gestire in maniera diversa le singole vigne?
N Direi addirittura le singole piante. Facciamo analisi di continuo e insieme a Emiliano decidiamo dove l’uva è pronta e dove invece è il caso di attendere ancora qualche giorno.
M Siamo una piccola realtà e questa è la nostra forza. Siamo partiti da subito con questa filosofia, con rese volutamente basse: la media è di 40-50 quintali a ettaro.
- Credo che in questo contesto sia estremamente difficile andare oltre.
N Ma non abbiamo nessuna volontà di spingere la produzione. È una scelta di vita. L’unica opzione possibile dato il contesto. Se, con due ettari, pensi alla grande distribuzione come mercato di riferimento, vendendo le bottiglie a 5 euro, sei già fallito.
- Quindi l’imperativo è rimanere piccoli?
N Se si vuole fare qualità, l’unica opzione è curare con attenzione tutte le fasi della produzione. A regime arriviamo a circa 10.000 bottiglie.
- Quanti vini realizzate?
N Decliniamo il Nerello in tre versioni: Eleuteria, Nerello Mascalese in purezza, Esmén Tetra, uvaggio di Nerello Mascalese all’80% e Nerello Cappuccio al 20%, Epicarma, Nerello Cappuccio in purezza vinificato in rosa.
M Una follia di Emiliano Falsini.
- Perché?
M Perché, probabilmente, siamo gli unici al mondo a fare un Nerello Cappuccio rosato in purezza.
N Esmén Tetra è un blend di Nerello Mascalese e Nerello Cappuccio, vinificato in piccole vasche aperte con follature quotidiane.
- E di Eleuteria cosa possiamo dire?
N È il nostro vino più rappresentativo. Nerello Mascalese in purezza, affina per circa 18 mesi in barrique di Allier[5] e tonneaux di castagno calabrese; 6 mesi in acciaio e minimo 10 mesi in bottiglia.
- Castagno calabrese? Piuttosto sorprendente.
N La scelta del castagno è stata una nostra impuntatura. Abbiamo dovuto vincere la resistenza di iniziale di Emiliano. Ma abbiamo voluto fortemente dare questo continuum territoriale al Nerello, caratterizzarlo ancora di più come calabrese.
- In cantina c’è anche il torchio. Lo usate ancora?
N Per la svinatura, per pressare le vinacce.
- Anche per il rosa?
N Per quello usiamo solo la pigiadiraspatrice. Per Epicarma preleviamo solo lo sgrondo, il fiore. Il pressato va in Esmén Tetra, dove c’è appunto il 20% di Nerello cappuccio.
- Come gestite le fermentazioni? Usate lieviti selezionati?
N Tutti i vini fanno fermentazione spontanea. Malolattica spontanea in primavera. Nessuna filtrazione e nessun travaso.
M Un nostro principio inalienabile è assecondare la natura. Coltiviamo l’idea di realizzare vini unici e irripetibili a seconda dell’annata.
- A proposito di annate, la vendemmia 2023 com’è andata? La peronospora ha fatto danni anche da voi?
N Non è successo niente di particolare. La Calabria è storicamente siccitosa. Di norma abbiamo la fortuna di portare in cantina uve sanissime. L’idea di assecondare la natura è favorita dalle condizioni ambientali. Da noi sono frequenti i venti freddi, non abbiamo problemi di umidità, di ristagni. Perciò possiamo permetterci questa politica non interventista.
M Aiuta molto la biodiversità, il fatto che di vigne ce ne sono pochissime qui intorno. Le nostre sono praticamente immerse nel bosco.
I vini
Accediamo alla sala degustazione per assaggiare i vini. Ci accolgono due vistosi e affettuosissimi cani: Numa, un Corso Italiano dal mantello nero e Oliver, un Labrador Retriever color cioccolato
- Con che denominazione escono i vostri vini?
N IGT Calabria. Come territorio, rientreremmo nella DOP Terre di Cosenza, ma i nostri vitigni non sono previsti dal disciplinare. Quando siamo partiti nel 2007 abbiamo dovuto combattere con la Regione Calabria: loro non consideravano i Nerelli come vitigni autoctoni e quindi non li avevano inseriti nell’elenco delle varietà autorizzate.
- E adesso?
N Adesso sia il Nerello Mascalese che il Cappuccio sono presenti nell’elenco. Abbiamo dovuto lottare, ma è servito.
- Altri produttori calabresi hanno piantato Nerello in anni recenti?
N Si sta diffondendo parecchio, specie a sud di Reggio, tra Pellaro e Palizzi. Lì siamo di fronte allo Stretto dove storicamente il Nerello si coltivava su tutti e due i versanti.
- La prima cosa che colpisce sono le etichette. Come nascono? Hanno un significato particolare?
M Sono state riprese da miniature di Gioacchino Da Fiore[6], teologo nato a Celico (CS), l’unico calabrese citato da Dante alla Divina Commedia.
Matilde stappa e versa Epicarma 2024.
- Qual è il significato del nome? Sembrerebbe una parola di origine greca.
M Sembra greco ma in realtà è un gioco linguistico: è costruito con le sillabe iniziali dei nomi di mia sorella e mio: la E è l’iniziale dei nomi di tutti i nostri vini; PI è riferito al cognome Piluso, CAR è Carlotta, MA è Matilde.
- Mi colpisce il colore che è veramente sui generis. Più che rosa è ambrato; non sembra affatto un rosato calabrese.
M Qualcuno l’ha chiamato oro–rosa–ambrato. Si potrebbe dire una via di mezzo tra un bianco e un rosa.
N Il mosto viene immediatamente separato dalle bucce dopo la pigiatura perché il Cappuccio cede tanto colore.
- E l’affinamento?
N Prevalentemente in acciaio. Abbiamo sperimentato parecchio prima di trovare la strada. La prima annata è andata solo in acciaio; nella seconda abbiamo assecondato Emiliano che ama i rosa affinati in legno. Dall’annata 2024 facciamo due mesi in anfora di cocciopesto e poi acciaio.
- Bel naso, molto particolare. Le note di erbe officinali prevalgono sul frutto. Anche al palato è molto interessante: fresco, persistente, dinamico, lungo, dalla straordinaria sapidità.
È la volta di Esmen Tetra 2021.
- Questo nome è davvero di origine greca, giusto?
M Vuol dire Siamo noi quattro. L’azienda è a conduzione familiare e il nome lo ribadisce.
N 80% Nerello Mascalese e 20% Nerello Cappuccio. Il 25–30% dell’uva è vinificata a grappolo intero. Affina 12 mesi in barrique di rovere e tonneau di castagno, quindi fa 3 mesi in acciaio prima dell’imbottigliamento.
- Il legno non è invadente. Si percepisce ma è discreto.
M Emiliano ha una mano molto felice nell’uso del legno. Lui mi piace perché non utilizza ricette predeterminate. Si fa delle domande e cerca le risposte, le soluzioni. È molto rispettoso del territorio, l’approccio è differente a seconda dei contesti.
- Il frutto è ben delineato, accompagnato da note di spezie. I tannini sono maturi, non invadenti. Viene fuori una bella terziarizzazione, con note di cioccolato, aromi di torba, buona mineralità.
Versiamo Eleuteria 2021.
- Anche questo nome ha una matrice greca.
M Certamente. Eleuteria significa Libertà, il nome più bello del mondo. Per questo lo abbiamo voluto destinare al nostro vino di punta.
N Questo lo sentiamo anche per verificare la differenza fra il blend e il Nerello Mascalese in purezza della stessa annata.
- Ricapitoliamo le differenze tra Eleuteria ed Esmen Tetra.
N Questo fa un affinamento più lungo: 18 mesi in barrique di Allier e tonneau di castagno calabrese; quindi 6 mesi è in acciaio e poi va in bottiglia.
- È diversa anche la scelta delle uve?
N È una selezione. Le dimensioni ridotte ci permettono scegliere i singoli grappoli. Durante la vendemmia selezioniamo i migliori delle migliori parcelle e li lasciamo sulla pianta una decina di giorni in più dopo aver raccolto l’uva per Esmen ed Epicarma. Arriviamo all’incirca alla metà di ottobre.
- Stessa annata però naso completamente diverso. Più evoluto, con note di terra, balsamiche, di china. I tannini sono molto vivi, presenti; molto più percepibili rispetto ai vini dell’Etna.
N Può dipendere dal terreno, che è molto diverso. Rispetto alla terra vulcanica dell’Etna, qua abbiamo un terreno franco che dona più struttura, più consistenza.
- Questo è molto interessante. Stiamo provando a leggere, a parità di vitigno, l’influenza del substrato di coltivazione. Però le differenze nei tannini possono derivare anche dai legni utilizzati. Voi ovviamente siete consapevoli che il castagno è molto ricco di tannini?
N Sì, però, secondo me, nel tempo, questa cosa si può solo attenuare, arrotondare.
- Trovo addirittura delle somiglianze con l’Aglianico: i tannini sono più rotondi ma anche questo è un vino potente, scontroso. È sapido, minerale, elegante, con bella presenza in bocca, carattere ben definito. È giovane ma si avverte già una certa terziarizzazione, con note di caffè, di liquirizia. La sommatoria dei caratteri derivanti dal suolo e dal legno di castagno rende il vino completamente calabrese.
Sentiamo quindi Eleuteria 2017.
N Di questa annata sono rimaste poche centinaia di bottiglie mentre la 2018, 2019 e 2020 non sono più disponibili.
- Naso completamente diverso dalla 2021, molto più complesso, avvolgente, affascinante. Note di frutti rossi maturi, erbe mediterranee, capperi, rabarbaro. Anche al palato è più evoluto, con una maggiore concentrazione. I tannini sono fitti, levigati. Grande eleganza, bella dinamicità.
Concludiamo gli assaggi con Eleuteria 2015.
- Rispetto alla 2017 il colore è più carico, più intenso. Ha fatto una macerazione più spinta?
N Eleuteria 2015 ha ancora una piccola percentuale di Cappuccio. Tra il 5 e l’8%. Quando siamo partiti era l’unico vino prodotto. Ci andavano tutte le uve aziendali. Nel 2018 Emiliano ci ha proposto di fare un vino d’ingresso che potesse diversificare la nostra offerta. Abbiamo pensato di ampliare la proposta affiancando a una bottiglia di alta gamma un’altra più accessibile. E così è nato Esmen Tetra che ha sostituito l’Eleuteria prima maniera.
- Anche questo è caratterizzato da una nota che accomuna tutti i vini: l’eleganza e la pulizia di naso e di bocca. Un vino piacevole, interessante, a suo modo intrigante.
Gli assaggi nel complesso lasciano una sensazione finale molto stimolante: abbiamo incontrato vini particolari, dotati di buona personalità. Niente di banale, di già visto o sentito. Vini agili, che giocano sul dinamismo più che sulla struttura, sulla finezza più che sulla potenza.
Quella di Tenuta del Travale è la storia di una famiglia che ha perseguito con coraggio e senza compromessi un’idea originale e spregiudicata, incuranti di chi ha visto in loro la presunzione di una cantina calabrese che non vuole essere calabrese. Una famiglia che ha avuto la forza d’inseguire un sogno: ridare lustro a una storia dimenticata e dignità a una terra quasi emarginata dalla grande avventura del vino italiano.
Note:
[1] Alla luce di una ricerca condotta nel 2010 dalla Fondazione Nanodiagnostics ETS di Modena, nella località di Tirivolo, in comune di Zagarise (CZ), nella Sila Piccola, è stato riscontrata la qualità dell’aria più alta d’Europa.
[2] Nel 2014 la Sila è divenuta la 10a Riserva della Biosfera italiana nella Rete Mondiale dei siti di eccellenza dell’UNESCO.
[3] CERVIM (Centro di Ricerca, Studi, Salvaguardia, Coordinamento e Valorizzazione per la Viticoltura Montana) è un organismo internazionale istituito dalla Regione Autonoma Valle d’Aosta nel 1987 al fine di salvaguardare e sostenere la viticoltura estrema nonché prevenire l’abbandono dei vigneti di montagna. https://www.cervim.org/
[4] Emiliano Falsini, toscano di nascita e formazione, collabora con diverse aziende vitivinicole in Italia e nel mondo (California, Nuova Zelanda, Argentina). È anche produttore di vini da Nerello Mascalese sul versante Nord dell’Etna e da Cabernet Franc a Castagneto Carducci (LI).
[5] La barrique di Allier è realizzata in legno di rovere proveniente dalle foreste del dipartimento francese dell’Allier, nel Massiccio Centrale https://glossario.wein.plus/allier-2
[6] Gioacchino da Fiore (1130 – 1202) abate, teologo e filosofo, fondatore dell’Ordine Monastico Florense. Nel 2001 è stata avviata la causa di beatificazione.





