Napoli, Antica Trattoria Da Carmine ai Tribunali, cucina di casa dal 1967 tra sogni e vecchi fantasmi.

Via Tribunali, 330
Tel. 081.294383
Aperto: pranzo e cena ( 12:00/16:00 – 19:00 – 23,00) dal mercoledì al sabato; a pranzo: solo martedì e domenicaChiuso: l’intero lunedìC/credito: sì tranne American ExpressBuoni pasto: siAsporto: si
Ferie: 20 – 31 agosto

di Giulia Cannada Bartoli

I locali, dove oggi troviamo la trattoria Da Carmine, esistono da quasi un secolo: negli anni ‘30 c’èra già una taverna, fu poi ceduta ad un fruttivendolo, fino a quando, nel 1967, Carmine Romano  decise di aprire una mescita, in via dei Tribunali al civico 91.

La mescita, o meglio, il classico Vini e Oli di quegli anni, vendeva un po’ di tutto: naturalmente vino, olio, ma, anche pasta, conserva di pomodoro, olive, burro, legumi, farina, tutto sfuso, nella carta oleata o in quella giallina da salumiere a seconda degli acquisti.  Carmine era, in un certo senso, del mestiere: suo padre, Francesco Romano, aveva un’attività di vendita all’ingrosso di vino nella zona vesuviana. Il naturale sbocco commerciale del vino di queste parti, come, quello di Ischia, era ed è Napoli, quindi, nonno Francesco, si avviava tutti i giorni con carretto, cavalli e botti verso la città. Suo figlio Carmine, probabilmente grazie ai contatti commerciali del papà, s’impiegò come cameriere per parecchi anni, presso il noto ristorante della Ferrovia il “Bergantino dal 1848”, a tutt’oggi esistente. Nel 1967, Carmine trovò l’occasione di un locale libero al n. 91 di Via Tribunali, che già allora, oltre alla famosa Pizzeria Di Matteo al civico 94  e la  mitica pizzeria  Sorbillo al n. 32 , pullulava di mescite,  acquafrescai, salumerie e trattorie; intraprese così l’attività di Cantina – Vini e Oli che andò avanti fino al 1995.

In quegli anni, sua figlia Adele aveva conosciuto Eduardo, l’attuale marito, mentre, Maurizio suo fratello,  stava terminando gli studi all’alberghiero. Si presentò l’occasione di spostarsi nei locali al n. 330 di Via Tribunali: tre belle sale su due piani , papà Carmine la colse  al volo, era venuto il momento di lasciare il passo ai giovani, tirò in ballo il genero Eduardo e,  a tutti e tre, Adele, Maurizio ed Eduardo, disse: “Uagliù  mò veritavella vuje” ( ragazzi ora tocca a voi). I tre, pieni di entusiasmo e voglia di fare, avviarono la trattoria, con l’aiuto di Mamma Antonietta. Il locale fu chiamato naturalmente “ da Carmine”.

L’ Antica Trattoria  si trova giusto a metà di Via Tribunali,  fa angolo con Piazza San Gaetano e la Basilica di San Lorenzo, un dedalo di affascinanti vicoli impossibili da raggiungere in auto. Dall’area dell’antico Foro romano (proprio in piazza San Gaetano) si accede alla visita della “Napoli Sotterranea”: un tratto degli antichi acquedotti napoletani, perlustrabili per un’area di diecimila quadrati,  che in realtà, si estendono con cunicoli e cisterne per decine di chilometri sotto l’antica città. I passaggi sotterranei furono scavati in età greca per convogliare le acque provenienti dalle falde del Vesuvio e dotare ogni casa di pozzi per l’acqua potabile. Nel tempo, sono stati ampliati e adibiti a svariati usi (tra cui quello di rifugio antiaereo in guerra) e vi si trovano antiche testimonianze del ricco passato. L’itinerario meno stancante e più ricco di suggestive soste, parte da Corso Umberto, salendo per Via Mezzocannone fino a Piazzetta Nilo.

Il nome Mezzocannone pare alluda ad una fontana fatta costruire nel secolo XV dal Re di Napoli e duca di Calabria Alfonso II. Questa lunga fontana in piperno, addossata al muro per l’abbeveramento dei cavalli, era dotata di un tubo estremamente corto (cannone = cannello di fontana) e rappresentava un personaggio aristocratico in atteggiamento impacciato (al punto che “‘o Rre ‘e Miezocannone” divenne un appellativo per denotare un portamento ridicolo o, di particolare goffaggine, probabilmente riferito proprio ad Alfonso II.

Prima del Risanamento (fine 1800), la strada, molto più stretta di quanto non sia attualmente, era popolata di tintori, che, lavorando nelle loro botteghe, lasciavano colare verso il fondo della via le loro miscele, rendendola impraticabile. Salvatore Di Giacomo, tra fine’800 e inizio ‘900, la definì il “budello di Mezzocannone” : “un lurido intestino napoletano”. In un vicolo a destra della strada, Vicolo Mezzocannone, si trovava la famosa fontana. Alla fine di Via Mezzocannone, risalendo da Corso Umberto, ci troviamo in piazza San Domenico Maggiore, uno dei più notevoli interventi urbanistici di epoca aragonese, in cui si sovrappongono diversi stili architettonici. La piazza s’inserisce nella celebre Spaccanapoli (via S.Biagio dei Librai), strada all’antico decumano inferiore.

In fondo alla piazza spiccano la scalinata e l’abside poligonale della chiesa di S. Domenico Maggiore, costruita tra la fine del ‘200 e l’inizio del ‘300. Sugli altri tre lati, si ergono palazzi rinascimentali e barocchi: palazzo Corigliano, cinquecentesco, sede di dipartimenti dell’Università Orientale, che conserva ancora interni settecenteschi; palazzo Sangro di Casacalenda, parzialmente costruito da Luigi Vanvitelli; palazzo Petrucci, di origine quattrocentesca edificato dai Del Balzo, a metà del secolo, passò ad Antonello Petrucci, segretario di Ferrante d’Aragona, quando questi fu condannato a morte per una congiura. Ll’immobile fu quindi rimaneggiato attraverso i secoli ed oggi è uno degli indirizzi gastronomici stellati della città. All’ingresso principale della chiesa si accede attraverso un ampio cortile da Vicolo San Domenico. Dulcis in fundo, in piazza, c’è la pasticceria più famosa di Napoli: Scaturchio che ha subìto, negli ultimi anni, diverse vicissitudini. Fortunatamente il mito sopravvive, sfogliatelle, babà e “ministeriali” sono assicurati.

Sulla destra della piazza, incontriamo Piazzetta Nilo,  uno dei tanti piccoli slarghi di Napoli situati all’interno della vecchia cinta muraria, per la precisione a Spaccanapoli. Il suo nome è lo stesso da duemila anni, per via degli Alessandrini che si stanziarono in questo punto della città, dove avevano abitazioni, botteghe ed interessi. Decisero così di far erigere un monumento che ricordasse la loro patria: la statua raffigurava il Dio Nilo, come un vecchio barbuto e seminudo disteso su una pietra, con a destra una cornucopia ed i piedi appoggiati sulla testa di un coccodrillo. La scultura si trova nella posizione originaria, proprio dove la vollero gli alessandrini. Siamo proprio nel cuore del centro antico e, non a caso, la piazza e la statua del dio Nilo sono dette “il Corpo di Napoli”. Qui, di fronte alla Chiesa di S. Angelo a Nilo, c’è una bottega di antiquario che è stata, o, è tuttora, (non si hanno notizie certe in merito), di proprietà del famoso “Agostino ‘o pazzo”, mito dei napoletani negli anni ’70.

Antonio Mellino, detto Agostino ‘O Pazzo: Agostino in omaggio a Giacomo Agostini,’o pazzo , perché il suo comportamento era alquanto singolare. La penultima domenica d’agosto verso mezzanotte Piazza San Ferdinando fu messa a soqquadro da una motocicletta. A cavalcarla era un ragazzo di 17 anni , era il periodo nel quale quasi cinquecento motorini fuorilegge, utilizzati per il classico scippo, furono sequestrati. A questo punto sale alla ribalta il Masaniello degli anni  ’70, riconoscibile per la maniera spericolata di guidare e per il giubbotto di finta pelle nera completamente aperto sul petto stile Easy Rider.

La moto usata era una 125 modificata. Da quella domenica sera, Agostino O’Pazzo comparve regolarmente nel centro di Napoli, diventando l’incubo e al tempo stesso, il divertimento, dei turisti, dei napoletani per bene e della polizia, con le sue acrobazie da stunt in barba a tutti i regolamenti di circolazione, ai semafori rossi imboccati a 120 all’ora e all’abitudine di procedere contromano. A Napoli non si parlava che di lui e Agostino non si fece attendere: una notte, circa cinquecento persone si erano assiepate intorno a Piazza Trieste e Trento, quando gli automobilisti arrabbiati dal forzato stop, si fecero sentire, scoppiò il finimondo: botte e danneggiamenti di tutte le auto in fila. A quel punto intervenne la polizia e i ragazzi scesero di corsa per i vicoli pronti alla battaglia contro le forze dell’ordine. Intanto, Antonio Melillo era riuscito a prendere il largo senza farsi  più rivedere. La TV si accorse della situazione a bocce ferme, quasi si fosse trattato di una goliardata estiva. Alla fine, Melillo fu preso , aveva già un discreto curriculum alle spalle, ma, in ogni caso,  una volta scontato il suo debito,  quei pochi giorni di gloria gli diedero lustro, tanto che i registi lo vollero come stuntman . Tra i film girati con lui, “Un posto ideale per uccidere” con Ornella Muti e Irene Papas , “La Pelle” della Liliana Cavani e “Maccheroni” di Ettore Scola, tanto per citare tre dei più noti. Oggi, si dice, faccia il restauratore di mobili con suo fratello, due negozi  uno, in Piazzetta Nilo e l’altro, dove si può trovare lo stesso  Antonio – Agostino, in piazza Gerolomini alla fine di Via Tribunali, verso Via Duomo. Ad onor di cronaca, esiste anche un numeroso fan club che ne ricorda con nostalgia i tempi spensierati,  lontani dalla delinquenza di oggi.

A proposito di motociclisti spericolati, in tempi molto  più recenti, camminando per Via Tribunali, può capitare d’imbattersi in uno strano individuo, casco nero con toppe di pelle, braccialetti e catenine di stile etnico, un gran  paio di occhiali neri da vista e un enorme fascio di rose rosse tra le braccia, chi sarà mai?…

Napoli, si sa,  è anche la città delle leggende e dei fantasmi: a pochi passi  in Piazza San Domenico Maggiore sorge Palazzo Sansevero, di proprietà di Raimondo di Sangro Principe di Sansevero (fine 1700), esponente del primo Illuminismo europeo, ardito uomo d’armi, letterato, editore, primo Gran Maestro della Massoneria napoletana, egli fu – più di ogni altra cosa – prolifico inventore e intraprendente mecenate.

Nei laboratori sotterranei del suo palazzo, in largo San Domenico Maggiore, il principe si dedicò a sperimentazioni nei più disparati campi delle scienze e delle arti, dalla chimica all’idrostatica, dalla tipografia alla meccanica, raggiungendo risultati “prodigiosi” per i suoi contemporanei.

Il suo messaggio intellettuale è così passato ai posteri, soprattutto attraverso il ricco simbolismo della Cappella Sansevero, meraviglia dell’arte mondiale, del cui suggestivo progetto il principe fu geniale ideatore.

Raimondo di Sangro alimentò un vero e proprio mito intorno alla propria persona, destinato a durare nei secoli. Gli interessi del principe di Sansevero si rivolsero anche alla scienza medica. Nei laboratori sotterranei del suo palazzo, egli mise a punto alcuni farmaci che operarono diverse guarigioni, che a tutti parvero dei veri e propri miracoli.

Con sommo segreto mi è stato confidato, che il Principe di San Severo abbia composta una certa materia simile al sangue di San Gennaro, e che secondo l’intemperie dell’aria comparisce di fare gli stessi effetti”: così il Nunzio Apostolico Lucio Gualtieri scriveva in una lettera del 1751. La fama di Raimondo di Sangro fu definitivamente compromessa presso la Chiesa a causa di questo esperimento, che sembrava mettere in dubbio il miracolo della liquefazione del sangue del patrono di Napoli.

A proposito di fantasmi, qualcuno a Napoli, afferma che in Piazza San Domenico, dove sorge palazzo di Sangro dei Principi di Sansevero, si senta ancora l’eco di fantasmi leggendari, appartenuti a Maria d’Avalos e al principe Raimondo di Sangro. A Napoli tutti erano a conoscenza della tresca tra la bella Maria e Fabrizio Carafa duca D’Adria. Lei era Maria D’Avalos legittima consorte di Carlo Gesualdo principe di Venosa, famoso madrigalista, innamoratissimo della splendida ma irrequieta Maria.

La nobiltà sussurra, il popolo commenta, con divertita indulgenza, l’audacia dei clandestini amanti. Ma l’amore rende ciechi. Don Carlo per qualche tempo non vede o non vuole vedere quel che gli succede intorno. La passione tra i due giovani amanti cresce ogni giorno di più, e presto anche la prudenza viene messa da parte. Tutti vedono. Tutti sanno. E’ il 17 ottobre 1590, Maria D’Avalos e Fabrizio Carafa, mentre in una delle stanze del celebre palazzo S. Severo, rinnovano, l’incantesimo dell’amore, Don Carlo, spalancata la porta di casa, sorprende i due amanti. Il principe non partecipa materialmente all’uccisione; i corpi straziati e nudi degli amanti furono esposti sul portone di casa, per mostrare alla città che l’onore del principe di Venosa era salvo.

Da allora, nelle notti senza luna, l’ombra evanescente della bella Maria vaga tra l’obelisco di S. Domenico Maggiore ed il portale del palazzo di S. Severo. Intorno alla piazza, al palazzo che fu teatro d’amore e di passione, di vendetta e di morte, i suoi passi sembrano riecheggiare per gli oscuri vicoli.  La Cappella Sansevero dei Sangro, che racchiude le spoglie dei membri della famiglia, in origine una semplice chiesetta, divenne tra il 1744 e il 1766 con Raimondo uno dei luoghi più misteriosi di Napoli. Egli chiamò presso di sé i più rinomati scultori e pittori perché dessero vita a un progetto tutto particolare. Gli artisti che lavorarono nella cappella riferirono che il principe fornì loro strani colori e un tipo di mastice che, una volta asciutto, assomigliava in tutto e per tutto al marmo. Il famoso”Cristo velato” di G. Sammartino, è una scultura che lascia il segno per il suo eccezionale realismo.

Quando si parla del principe Raimondo di Sangro torna alla mente un altro celebre aneddoto, che riguarda la vicenda delle cosiddette macchine anatomiche. E’ ancora possibile vedere questi strani e macabri oggetti nella già citata Cappella Sansevero a Napoli. Due corpi, uno maschile e uno femminile, composti dallo scheletro e dal groviglio inestricabile dei vasi sanguigni che avvolgono le ossa come un reticolo fittissimo. L’intero apparato cardiocircolatorio che avvolge lo scheletro è stato, in pratica, pietrificato e ancora oggi non è chiaro come sia stato ottenuto un simile risultato. Particolare impressionante è che la donna era incinta.

Oh, basta con gli incubi…

Torniamo a cose più amene e golose: la trattoria della famiglia Romano. Il nostro trio, Adele, Eduardo e Maurizio è infaticabile. La trattoria è sempre piena e, il più delle volte, c’è anche la fila che, confondendosi con quella che attende per entrare a visitare Napoli Sotterranea, aspetta di sedersi per mangiare. Il locale è allegro, luminoso su tre livelli, ai primi due le salette con i tavoli, al terzo la cucina a vista garantisce assoluta trasparenza e tranquillità. La ristrutturazione ha rispettato l’antica architettura, sono rimasti i soffitti a volta, gli archi e l’utilizzo di tanto legno e pietra viva.

Le pareti sono tappezzate di cartoline di clienti, recensioni di quotidiani e vecchie foto. Il pubblico è particolarmente misto, dagli uffici della zona, ai bottegai ed abitanti del quartiere per finire con i molti turisti, che, nonostante tutto, affollano il cuore di Napoli con gli occhi di chi  non ha mai  visto tante  meraviglie tutte assieme. Non manca, nelle giornate di festa e la domenica, il chitarrista di turno con le vecchie canzoni della vera “posteggia” napoletana classica, altro che neo –melodici. Gli scaffali sono carichi di bottiglie di vino campano, non grandi etichette ma, piccole cantine conosciute ai lettori di questo blog, oppure si può ordinare il classico bianco sfuso vesuviano, beverino, semplice e senza mal di testa.

Un profumatissimo cestino di pane arriva al tavolo apparecchiato allegramente  con tovaglia a quadroni tra il giallo, il rosso e il blu, da lontano intravedo il pezzo di pane  sul tagliere di legno, credo d’intuire la provenienza, mi butto e dico a Maurizio “Frattamaggiore, ci sei andata vicina mi risponde, Sant’Antimo”. (Mi racconta mia madre che, quando io non ero ancora nella sua pancia, insegnava in quelle zone, allora completamente di campagna. Di fianco alla scuola  c’èra un casale “sgarrupato” (malandato), dal quale proveniva un’irresistibile profumo: si trattava del forno a legna che due “vecchiarelle” avevano in casa, tutto nella stessa stanza: letto, cucina, “salotto” e forno. Mia madre e le sue colleghe compravano di tutto: dai filoni caldi che facevano fatica ad arrivare  a casa intatti, le uova fresche, le verdure, insomma, un sogno). Beh, rimettiamo i piedi per terra, anche se, qui dai fratelli Romano, è facile sognare, basta osservare la sfilza di piatti che vi passano sotto il naso, o,  alcuni volti di persone del quartiere che raccontano da soli la storia di una Napoli che non c’è più. Gli stessi ragazzi Romano, non ancora quarantenni, sono espressione di un’altra cultura, di un diverso approccio con le persone.

Pur vivendo nel mondo contemporaneo, hanno un altro modo di fare, una diversa grazia nel parlare con la gente: quella che a Napoli si chiama “confidenza”, che ti fa raccontare all’oste o al tuo vicino di tavolo quello che ti è capitato la mattina o, che ti fa sorridere, complice, a perfetti sconosciuti,  solo perché state  mangiando allo stesso tavolo. Tornando alla tavola, il resto è  ordinaria meraviglia: la spesa è giornaliera sotto i portici di Via Tribunali, le posate sono quelle di casa con i coltelli a seghetto, magari uno diverso dall’altro, bicchieri da trattoria, stavolta a calice. Sotto l’arco che separa le due sale, troneggia un grande “cuorno” rosso, perché, a Napoli, non è vero, ma ci credo, la sfortuna è sempre dietro l’angolo e un bel “cuorno” a portata di mano fa sempre comodo.

Il corno portafortuna trae le sue origini per via della forma, si pensa infatti che gli oggetti a punta, specialmente se aventi forma di corno, difendono da cattive influenze e malasorte se portati con sé. Si dice che il corno per portare fortuna deve essere rosso e fatto a mano. Il motivo per il quale il corno deve essere fatto a mano sta invece, nel fatto che ogni talismano fatto a mano acquisisce poteri benefici dalle mani che lo producono. Prototipo dei talismani, considerato essenziale medicus invidiae, il corno per adempiere validamente la sua funzione scaramantica non deve mai venire acquistato, ma solo regalato, e risultare: “tuosto, vacante, stuorto e co’ ‘a ponta spezzata” (apparire rigido, cavo all’interno, storto e terminante con punta spezzata). Veniamo al menù: invitante, sempre di stagione, abbondante e variegato. Si apre con una lunga lista di sfizi e contorni di verdure che, a Napoli non sono considerati nel senso etimologico del termine, ossia, “piatto che accompagna una pietanza principale”, no, da noi,  i contorni sono, nella maggior parte dei casi, “piatto unico”,  che sia una bella porzione di succulenta parmigiana di melanzane o un piatto misto di peperoni fritti, zucchini alla scapece, melanzane sale e pepe, carciofi arrostiti, peperoncini verdi fritti al pomodorino.

In stagione ( novembre – marzo per quelli migliori) sono onnipresenti i mitici “friarielli”. Veri e propri contorni possono essere le patate fritte o, al forno e freschissime insalate miste. Ci sono poi, gli antipasti o dopo pasti, ovvero, la grandiosa frittura napoletana di crocchè di patate, arancini di riso, panzarotti, pizzelle, paste cresciute e bruschette.

Poi, la mitica “ ‘mpepata ‘e cozze”, che da sola vale il viaggio.

La scelta dei primi piatti è altrettanto assortita, alcuni non mancano mai, altri cinque o sei variano ogni giorno. Irrinunciabili gli spaghetti a vongole, allo scoglio, alle cozze, o, al pomodorino del piennolo;

i fusilli freschi alla sorrentina con pomodorini, mozzarella e basilico; paccheri al profumo di mare; linguine al “cuoccio” appena rosè;

poi le minestre di stagione, pasta e ceci, pasta e fagioli, lenticchie e la mistica pasta e patate con la provola, fiore all’occhiello della trattoria.

I secondi ( se ci arrivate) offrono un’ampia selezione tra mare e terra. I fornitori sono gli stessi da anni, per carne e pesce   i Romano si rivolgono  da sempre a fornitori  che portano la “nominata” per freschezza e qualità. Dicevamo, la carne è quella tipica napoletana, polpette al sugo,

o, fritte,la braciola napoletana al sugo, farcita di aglio, prezzemolo, pecorino, uva passa e pinoli, salsicce alla brace, agnello al forno, o, alla brace, carne alla pizzaiola ( ci vuole il pezzo giusto, la braciola vuole la “ pettola di spalle o, la coperta”, mentre per la pizzaiola ci vuole la “colardella”) .

A seguire spezzatino con patate, la carne del ragù, incluse le “tracchie” (costine) di maiale, quella della genovese ( la gallinella o il muscolo) e dulcis in fundo, sul lato terra, il capretto con le patate che tradisce l’origine vesuviana della famiglia Romano, essendo questo un piatto tipico dei comuni di tutta la fascia intorno al Vesuvio, in particolare Sant’Anastasia.

Non a caso, scopro, che i Romano sono imparentanti con famosi ristoratori del vesuviano . Beh, l’estate è arrivata, il clima e la linea richiedono piatti più leggeri, diamo un’occhiata ai secondi di mare: si comincia con la classica insalata di mare,

immancabile una spettacolare frittura di paranzella, ovvero, di pesce di piccolo taglio, molto diffusa nella cucina napoletana, prende il nome paranza, da un  tipico modo di tirare la rete, a quattro o, otto braccia, cioè ” in paranza” . Si tratta di pesci  di piccole dimensioni, del golfo di Napoli . Si compone di solito di merluzzetti, triglie, alici, “ ficasuacia” (passera di mare simile alla sogliola), cepole, pesciolini lunghi, filiformi di colore rosa, gamberetti e , se si è veramente fortunati ,i “soricill”i ‘e mare ( pesce pettine).

La frittura viene fatta passando il pesce nella farina, quindi friggendolo rapidamente nell’olio bollente e poi asciugandolo su carta assorbente, va mangiata caldissima (frijenno magnanno, si dice a Napoli).  Ancora, gamberi e calamari fritti, o, alla brace; pesce spada ala griglia, orata alla brace o al forno con patate.

si va avanti con polipetti alla luciana,  “coccio” all’acqua pazza ( acqua, olio, aglio, pomodorino, sale e prezzemolo), sautè di vongole o frutti di mare misto, baccalà fritto o, in cassuola, alici indorate e fritte o in tortiera. Intanto, ci siamo dimenticati  per un attimo di Adele e Maurizio che volano instancabili tra i gradini che separano sala e cucina, un tacito e ineccepibile lavoro di squadra (condito da qualche silenziosa e benevola imprecazione) che trova il tempo di rivolgersi con il tono giusto a seconda dell’interlocutore: “ che ce magnammo oggi”? Per gli amici;  ‘e gnocchi , sì,  amore? Per i bambini; Dottò che vi servo oggi? Per i clienti più “altolocati”.

Ai fornelli da vent’anni, c’è Gaetano, per tutti Nino, il cuoco che stava già con papà Carmine, scomparso da appena un anno. Soltanto i dessert non sono opera della famiglia Romano, che non ha problemi ad ammetterlo: arrivano da una storica pasticceria nelle vicinanze: il babà da urlo (burro, farina, zucchero, sale, uova, lievito. Una lievitazione di circa sei ore, un tuffo nello sciroppo al rhum e …  ovviamente il segreto di famiglia)!

Ancora, il ciambellone con crema chantilly e fragoline, la torta caprese, la pastiera e gli struffoli a Pasqua e Natale. In chiusura, frutta fresca di stagione e, immancabile, quanto informale, ‘a tazzulella ‘ cafè, accompagnata, per chi gradisce, da un buon assortimento di amari, grappe e limoncello.

Oh, adesso veniamo al sodo…

Mediamente per antipasto, primo, secondo e contorno di terra si spendono circa 15, 00 – 18,00 euro con il vino della casa, se ci spostiamo sul mare, arriviamo tra i 20,00 e i 25, 00 euro. I dessert costano 3,00 euro e se pagate con la carta di credito, non dovrete neanche alzarvi dal tavolo, c’è il pos mobile.  Andrete via con la bocca dolce e il cuore pieno di una Napoli che è come un puzzle da rimontare, la famiglia Romano ha certamente un ruolo di primo piano, aggiunge almeno un tassello al giorno, fatto di umanità, onestà, passione, amore per il quartiere dove si è nati e rabbia nel vedere il degrado che avanza a passi da gigante.  Una sola parola viene in mente: resistere. La conferma mi viene pochi minuti dopo, uscita dalla trattoria, per un secondo caffè, nella controra napoletana, nella dormiente  piazza Bellini,

Tre ragazzi, sulla trentina,  seduti al bar cantano con la chitarra antiche strofe  popolari napoletane, pugliesi, siciliane e portoghesi, con una profondità e una comunanza di spirito  da  far accapponare la pelle, a voce alta, un grido: noi ci siamo e resistiamo, vogliamo volare alto, fuori dal degrado, per una Napoli sostenibile e verace,  che non significa assolutamente arretrata. Per andare avanti bisogna conoscere bene il passato e resistere.


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