Pizza a Vico è una squadra: guardiamo al mondo senza dimenticare da dove siamo partiti

Pubblicato in: Appuntamenti, persone

di Antonino Siniscalchi

Michele Cuomo, presidente di “Pizza a Vico”, in prima linea con Margherita Aiello, fin dalla prima edizione.

Quando è nata Pizza a Vico, nel 2016, immaginavate che sarebbe arrivata fino a Times Square?

«Assolutamente no. Quando siamo partiti era un’idea semplice: noi pizzaioli che scendevamo in strada per raccontare la nostra storia attraverso un forno. Non potevamo immaginare di arrivare ai ledwall di Times Square, alle esperienze internazionali di Boston e Las Vegas o di ricevere dal ministro Lollobrigida lo scudetto del Made in Italy. Sono soddisfazioni immense. Ma, per quanto mi riguarda, la vera anima di Pizza a Vico è rimasta quella di allora: i pizzaioli».

Quindi il successo internazionale non ha cambiato l’identità della manifestazione?

«Non deve cambiarla. Può ampliarne l’orizzonte, ma non modificarne le radici. Il claim di quest’anno, “Un sapore senza confini”, nasce proprio da questa idea: la Pizza di Vico parte dalla nostra comunità e vuole parlare a tutti, anche oltre i confini nazionali. Guardare lontano è importante, ma bisogna sapere sempre da dove si è partiti».

Qual è oggi la forza di Pizza a Vico?

«La squadra. Non la singola pizzeria, non il singolo pizzaiolo, non la singola ricetta. La vera forza è vedere un territorio che si muove insieme. Quest’anno avremo una trenta pizzerie e circa cento maestri pizzaioli impegnati fianco a fianco. È questo che rende particolare la manifestazione».

Cosa troveranno i visitatori nei tre giorni?

«Ogni pizzeria proporrà Margherita, Marinara e Pizza Speciale. Saranno circa novanta ricette, alle quali si aggiungeranno un forno interamente dedicato alle preparazioni senza glutine e numerose proposte senza lattosio. Ma la pizza sarà soltanto il punto di partenza. Vogliamo raccontare anche i prodotti, i produttori, i consorzi, le tradizioni e le persone che compongono la nostra filiera».

Quanto conta la De.Co. “Pizza di Vico”?

«Conta perché mette nero su bianco il legame tra un prodotto e la comunità che lo ha fatto nascere e crescere. La De.Co. rappresenta un riconoscimento della nostra identità. Attorno alla Pizza di Vico ruota un patrimonio fatto di prodotti e competenze: dalla De.Co Arte Casearia di Vico al Consorzio del Provolone del Monaco DOP, dagli oli alle altre eccellenze del territorio. È una rete che dobbiamo valorizzare senza snaturarla».

Quest’anno arriva anche una novità: il voto del pubblico. Perché avete scelto di coinvolgere direttamente gli spettatori?

«Perché chi viene a Pizza a Vico non deve essere soltanto un consumatore. Deve sentirsi parte della manifestazione. Per la prima volta potrà votare la pizza preferita attraverso il QR code presente sul biglietto. È un modo semplice per rendere ancora più partecipata la festa».

C’è poi il capitolo sociale. Tre progetti, scelti tra dieci proposte. Perché questa scelta?

«Perché Pizza a Vico deve lasciare qualcosa alla comunità anche quando i forni si raffreddano e le luci si spengono. Abbiamo ricevuto dieci proposte e non è stato facile scegliere: dietro ogni progetto c’erano persone, bisogni e storie. Abbiamo individuato tre interventi concreti: il restauro del Cristo Morto dell’Arciconfraternita dell’Assunta, la manutenzione dell’area giochi e del campetto di Montechiaro e “Oltre il Canile”, per favorire le adozioni dei cani ancora ospitati nella struttura».

Dunque la solidarietà è parte integrante dell’identità della manifestazione?

«Sì. Una festa popolare acquista un significato diverso quando riesce a restituire qualcosa al territorio. Non vogliamo limitarci a organizzare tre giorni di gastronomia e spettacolo. Vogliamo che ciò che Pizza a Vico produce possa trasformarsi anche in un beneficio concreto per Vico Equense».

L’anno scorso si sono registrate circa 40mila presenze. Cosa vi aspettate dal 2026?

«Ci aspettiamo tre giornate intense, ma soprattutto ci auguriamo che chi verrà a Vico Equense non porti a casa soltanto il ricordo di una buona pizza. Vorremmo che portasse con sé il calore di una comunità capace di accogliere».

Il programma, infatti, va oltre la gastronomia.

«È proprio questa la nostra idea. In questi tre giorni vogliamo che Vico sia vissuta tutta: attraverso la pizza, certo, ma anche attraverso i suoi prodotti, i suoi luoghi, la cultura e le persone. Ci saranno laboratori, produttori, consorzi, attività per i bambini, iniziative dedicate all’inclusione, spettacoli e siti culturali aperti. La pizza è il filo conduttore, ma il racconto riguarda l’intera città».

Se dovesse sintetizzare in una frase il futuro di Pizza a Vico?

«Continuare a crescere senza perdere l’anima. Possiamo arrivare lontano, anche oltre oceano, ma la nostra forza resterà sempre quella di una comunità che si ritrova intorno a un forno. “Un sapore senza confini” significa proprio questo: guardare al mondo senza dimenticare mai da dove siamo partiti».


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