
di Ilaria Donateo
Ci sono vittorie che arrivano al termine di una gara e altre che, in realtà, rappresentano solo il punto di partenza.
Per Chiara Rizzo, conquistare il primo posto al contest di Primo Piatto dei Campi in collaborazione con 50 Top Italy non è stato semplicemente salire sul gradino più alto del podio. È stata la conferma di un percorso costruito con pazienza, studio e una forte identità, quella di una giovane cuoca che ha scelto di non rincorrere le mode, ma di raccontare se stessa attraverso i piatti.
L’abbiamo raggiunta pochi giorni dopo il rientro a Masseria Donna Menga, dove lavora nella brigata guidata dallo chef Simone De Siato. È già tornata ai suoi ritmi, ai servizi, alle preparazioni quotidiane. Perché le competizioni regalano emozioni intense, ma è la cucina di ogni giorno quella che forma davvero un cuoco.
Con lei abbiamo ripercorso l’esperienza vissuta durante il contest organizzato da 50 Top Italy: dalla scelta del piatto alla tensione della finale, fino all’emozione di essere giudicata da una commissione composta da alcuni dei nomi più autorevoli della ristorazione italiana, tra cui Riccardo Monco, chef resident dell’Enoteca Pinchiorri. Un confronto che va oltre il risultato e che lascia dentro nuovi stimoli, nuove domande e una consapevolezza ancora più forte di quale sia la strada che desidera percorrere.
Perché, al di là di una vittoria, ciò che colpisce di Chiara è la lucidità con cui guarda al futuro: continuare a crescere, fare esperienza e difendere quella visione di cucina che sente profondamente sua, senza perdere mai la propria identità.
Secondo me questa apre bene l’intervista perché prepara il lettore a conoscere non solo la vincitrice del contest, ma soprattutto la persona che c’è dietro.
Chiara, partiamo dall’inizio. Come hai scoperto il contest “Primo Piatto dei Campi” e cosa ti ha spinto a partecipare? È stata una sfida che cercavi o un’occasione capitata al momento giusto?
«Conoscevo già questo contest perché è organizzato da Chef in Campo Italia. Nel 2025 avevo già partecipato sempre per 50 Top Italy a Veggy Style con un panino, ma la pasta è il linguaggio con cui riesco a raccontarmi meglio. È il mondo in cui mi sento più libera di esprimere la mia idea di cucina. Ho deciso di partecipare perché sento sempre il bisogno di mettermi in discussione. Mi piace confrontarmi con cuochi che hanno storie, esperienze e percorsi diversi dal mio. Ogni confronto ti costringe a crescere, a guardare il tuo lavoro con occhi nuovi. E credo che una competizione, quando viene vissuta con questo spirito, sia prima di tutto una grande occasione di formazione.»
Quando hai inviato la tua ricetta, cosa hai pensato? Hai creduto fin da subito nelle sue potenzialità oppure speravi semplicemente di vivere un’esperienza diversa dalle altre?
«La consapevolezza è arrivata un po’ alla volta. All’inizio speravo soprattutto di vivere una bella esperienza e di potermi confrontare con professionisti che stimo. Poi, mentre lavoravo al piatto, ho iniziato a sentire che dentro c’era davvero qualcosa di mio. In quella ricetta ci sono gli chef con cui ho avuto la fortuna di lavorare, gli insegnamenti che mi hanno lasciato e il modo in cui oggi guardo la cucina. Non ho cercato di stupire a tutti i costi, ho cercato di essere sincera. E forse è stata proprio quella sincerità ad arrivare fino alla giuria.»
Chiara Rizzo: non ho cercato di stupire a tutti i costi
Il tema di quest’anno era “Sostenibilità e Biodiversità”. Due parole che oggi sentiamo spesso, ma che in cucina assumono un significato molto concreto. Come le hai interpretate nel tuo piatto?
«Oggi sentiamo parlare tantissimo di sostenibilità, ma spesso la riduciamo al chilometro zero o alla filiera corta. Per me significa molto di più. Significa conoscere davvero un ingrediente, rispettarlo, valorizzarlo anche quando viene considerato povero e costruire un piatto dove ogni elemento abbia un motivo per esserci. La sostenibilità, prima ancora che una scelta, è un atteggiamento. È il rispetto per il lavoro di chi produce quella materia prima e la responsabilità di darle il valore che merita.»
Dietro ogni ricetta c’è sempre una storia. La tua nasce da un ricordo, da un territorio, da un ingrediente o dalla voglia di raccontare qualcosa di te?
«Quando costruisco un piatto parto sempre da un punto fermo. A volte è un ingrediente, altre un ricordo o un’idea. Questa volta dovevo raccontare me stessa e, inevitabilmente, raccontare il mio territorio. Per me il Mediterraneo è questo continuo dialogo tra mare e terra, che ho cercato di esprimere attraverso lo sgombro e la cicorella selvatica. Tutto il resto del piatto nasce per accompagnare questo racconto, creando un equilibrio tra acidità, umami, amarezza e la dolcezza della mandorla. Ogni ingrediente è lì perché ha qualcosa da dire.»
Essere scelta tra tanti concorrenti e poi arrivare tra i tre finalisti significa aver convinto una giuria già sulla carta. Quando hai ricevuto la chiamata che ti annunciava la finale, hai capito che poteva succedere davvero qualcosa di importante?
«Sì, è stato il primo momento in cui ho pensato che forse poteva succedere davvero qualcosa di bello. Essere selezionata tra tanti concorrenti è stato un riconoscimento che non mi aspettavo e che mi ha dato tanta fiducia. Allo stesso tempo mi sono detta che era solo un punto di partenza. Ogni esperienza aggiunge un tassello al mio percorso e mi aiuta a costruire, un passo alla volta, la cuoca che sogno di diventare.»
– Dove eri quando è arrivata quella telefonata?
«Ero al lavoro. I primi a saperlo sono stati i miei colleghi. Eravamo in pieno servizio, quindi è stato tutto molto spontaneo e reale. Abbiamo trovato comunque il tempo di festeggiare.»
Raccontaci la giornata della finale. Quanto conta, in una competizione così, gestire l’emozione oltre alla tecnica? C’è stato un momento in cui hai pensato: “Adesso me la sto davvero giocando”?
«Conta tantissimo. Sono una persona molto emotiva e quella tensione l’ho sentita tutta. L’organizzazione ci ha fatti lavorare con serenità, ma appena sono rientrata ai fornelli ho pensato: “Adesso è davvero una finale”. Da quel momento ho cercato di concentrarmi solo sul piatto, sui gesti che faccio ogni giorno in cucina. Ho preparato tutto con ordine, portando con me poche cose, ma quelle giuste. È una lezione che porto sempre con me: quando sei lucido e ti fidi del lavoro fatto fino a quel momento, anche l’emozione diventa un’alleata.»
Quando hai consegnato il piatto alla giuria, eri soddisfatta o sei una di quelle persone che, appena impiatta, trova già qualcosa che avrebbe voluto fare diversamente?
«Per natura sono molto critica con me stessa. Trovo quasi sempre qualcosa che avrei potuto migliorare. Però quella volta, appena ho consegnato il piatto, ho provato una sensazione di serenità. Avevo scelto ingredienti che conoscevo bene e lavorazioni nelle quali mi sentivo sicura. Sentivo di aver raccontato esattamente quello che volevo raccontare.»
Poi arriva la proclamazione. Quando hanno pronunciato il tuo nome, qual è stata la prima emozione? E chi è stata la prima persona che hai voluto abbracciare o chiamare?
«Credo che la mia espressione abbia detto tutto. È stato un momento quasi irreale. Dentro di me ci speravo, ma sentire pronunciare il mio nome è stato qualcosa che non dimenticherò facilmente. In un attimo mi sono passati davanti tutti i sacrifici, le giornate difficili, le ore passate in cucina. La prima gioia l’ho condivisa con la mia famiglia, perché sono loro che mi sostengono ogni giorno, anche quando il lavoro ti porta a fare tante rinunce.»
Hai solo 25 anni e oggi porti a casa un riconoscimento importante. Che valore ha, per una giovane cuoca, essere premiata da 50 Top Italy e Pastificio dei Campi? È uno stimolo, una responsabilità o entrambe le cose?
«Per me è entrambe le cose. È uno stimolo enorme a continuare a studiare e a migliorarmi, ma è anche una responsabilità. Ricevere un premio così importante significa ricordarsi che non bisogna mai smettere di crescere. Mi piace pensare di rappresentare una generazione di giovani cuochi che vuole raccontare una cucina autentica, consapevole e sincera.»
Questa esperienza ti ha lasciato qualcosa che va oltre il premio? Un confronto, un consiglio, un incontro o magari una nuova consapevolezza su chi vuoi diventare come cuoca?
Chiara – «Mi ha lasciato la consapevolezza che questo è solo un passaggio del mio percorso. È un’esperienza che porterò sempre con me, ma che mi ha fatto capire ancora di più quanta strada ci sia davanti. Ogni esperienza cambia il mio modo di vedere la cucina, aggiunge qualcosa e mi rende una professionista un po’ più consapevole. Le radici del mio pensiero restano sempre le stesse, ma ogni volta crescono e diventano più solide. La mia ambizione è continuare a evolvermi senza perdere mai la mia identità.»
E qual è la tua identità?
«Vorrei raccontare una cucina sincera. Un piatto che quando arriva a tavola si capisce subito cosa vuole dire. Mi piace una cucina che emoziona attraverso il sapore, non attraverso l’eccesso di tecnica. Un piatto vero, che si mangia e che poi ci si ricorda.»
Oggi fai parte della brigata del ristorante RADICI all’interno di Donna Menga, guidata dallo chef Simone De Siato, Dopo questa vittoria, come ti hanno accolto al tuo rientro? E ti faccio la domanda che probabilmente si stanno facendo in tanti: il piatto con cui hai conquistato il contest entrerà nel menu di RADICI oppure resterà il simbolo di questa bellissima esperienza?
C«Dopo la mia famiglia sono stati loro le prime persone con cui ho condiviso questa gioia. È stato emozionante vedere quanto fossero felici per me. In quel momento ho capito che quella vittoria non apparteneva solo a me, ma anche a tutta la brigata. Questo piatto è nato attraverso tanti confronti con lo chef Simone De Siato, con Simone e con Matteo. Ognuno ha lasciato un piccolo contributo, un consiglio, un’osservazione. E credo che anche questo sia il bello del lavoro di squadra.»
Dietro ogni giovane cuoco che cresce c’è quasi sempre una persona che, prima degli altri, sceglie di credere in lui. Tu mi hai raccontato più volte del legame che ti unisce a Simone De Siato e di quanto sia stato importante nel tuo percorso. Guardando oggi questa vittoria, quanto c’è di lui in questo traguardo? Al di là della tecnica, qual è l’insegnamento – umano o professionale – che ti ha trasmesso e che senti di aver portato con te fino a questa finale? Se dovessi raccontare a chi non lo conosce chi è Simone De Siato per Chiara Rizzo, cosa diresti?
«Ogni chef con cui ho lavorato mi ha lasciato qualcosa. Simone è stato il collante di tutte queste esperienze. È la persona che mi ha dato la libertà di sperimentare, di esprimermi e di trovare una mia identità. Prima ero soprattutto un’esecutrice, oggi sento di avere una voce anche grazie alla fiducia che lui ha riposto in me. Lo chef De Siato è un leader. È uno chef che sa pretendere tanto, ma soprattutto sa trasmettere. Ti insegna la tecnica, ma anche il valore umano del lavoro di squadra. Ho lavorato in brigate dove il clima era tossico e questo inevitabilmente si rifletteva anche sul lavoro. Qui c’è rigore, ma anche rispetto. E quando una brigata lavora bene insieme, tutto questo arriva fino al cliente.»
-Quest’anno a presiedere la giuria c’era Riccardo Monco, resident chef dell’Enoteca Pinchiorri, uno dei nomi più autorevoli della ristorazione italiana e alla guida di uno storico ristorante tre stelle Michelin. Che effetto ti ha fatto cucinare sapendo di essere osservata e giudicata da una figura come lui? Hai avuto modo di confrontarti personalmente? E cosa ti porti a casa da questa esperienza così ravvicinata con uno dei grandi protagonisti della cucina italiana?
«È stato un grande onore. Sapere che il mio piatto sarebbe stato assaggiato da Riccardo Monco, da Peppe Guida e dagli altri membri della giuria metteva inevitabilmente un po’ di pressione. Però ho cercato di trasformarla in concentrazione. Alla fine mi sono detta che dovevo fare semplicemente quello che faccio ogni giorno: cucinare. La cosa più bella che mi porto a casa è la consapevolezza che, al di là dei nomi, quello che resta davvero è il sapore che riesci a lasciare nella memoria delle persone.»
Tra Barbara Guerra, Albert Sapere e Luciano Pignataro c’era qualcuno di cui cercavi maggiormente lo sguardo?
«No, cercavo il riscontro di tutta la giuria. Ognuno di loro rappresenta un punto di riferimento e il giudizio di tutti aveva per me lo stesso valore.»
-Chiudiamo guardando avanti. Dopo una vittoria così importante, qual è il prossimo sogno? C’è un obiettivo che oggi senti un po’ più vicino?
«Continuare a crescere. Oggi il mio desiderio è dare il massimo a Radici, imparare ogni giorno qualcosa di nuovo e continuare a costruire il mio percorso con pazienza. So che ogni esperienza mi sta preparando per quello che verrà. E spero che un giorno tutto questo mi porti a guidare una cucina che mi rappresenti davvero.»
Chi vuoi ringraziare?
«La mia famiglia, i miei genitori e mio fratello, perché sono il mio punto fermo. Lo chef Simone De Siato, Simone, Matteo e tutta la brigata di Radici, perché ogni giorno mi aiutano a crescere. E forse, questa volta, sento di dover ringraziare anche un po’ me stessa. Perché dietro questo risultato ci sono tante ore di lavoro, tanti sacrifici e tante rinunce che spesso nessuno vede, ma che hanno reso possibile questo momento.
È già nata la voglia di rimetterti in gioco?
«Sì… qualche idea c’è già. Ma questa volta preferisco non svelare nulla.»
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