A Eboli, la memorabile Notte degli Osti: “Quel che resta di un mondo”

Pubblicato in: Eventi da raccontare

Giovanni Sparano: abbiamo celebrato le persone, non le merci

di Carmen Autuori

Quando si mette al centro l’Uomo, i presupposti per un successo straordinario – in qualsiasi campo – ci sono tutti. Ne è la conferma la sesta edizione della Notte degli Osti 2026. Quel che resta di un mondo che a Eboli celebra la figura dell’oste. È proprio da questa figura che si sviluppa un racconto che, attraverso il cibo, si espande come cerchi concentrici, abbracciando culture, territori e tradizioni diverse. Un percorso che conduce a ciò che resta di un mondo prezioso: quello delle osterie, microcosmi di cultura, luoghi d’incontro, condivisione e convivialità, capaci ancora oggi di creare sinergie e custodire l’identità delle comunità.

«La Notte degli Osti non celebra un prodotto, ma le persone – spiega Giovanni Sparano patron, insieme alla moglie Laura Fantastico in cucina, di Alberto/Ritrovo questa è stata l’edizione che più di tutte ha confermato il senso della Notte degli Osti». Ideatore e organizzatore della manifestazione, ripercorre un evento che ha fatto registrare numeri importanti e che, soprattutto, ha rafforzato l’identità culturale di una manifestazione nata attorno all’osteria e oggi diventata un punto di riferimento ben oltre l’aspetto gastronomico.

I numeri parlano da soli: oltre 600 coperti serviti durante la Notte degli Osti e circa 800 persone complessivamente coinvolte tra chi ha cenato e chi ha preso parte alla manifestazione. A questi si aggiungono un centinaio di presenze all’incontro dedicato a Bernardo Bertolucci “In viaggio con Mario Soldati e altri autori attraverso il mito della Trattoria Cantarelli (1953-1982)” e le circa 500-600 persone che hanno animato il chiostro nella serata conclusiva, culminata con il concerto della Piccola Orchestra Avion Travel. Prima dello spettacolo, il pubblico ha partecipato a un momento conviviale tra il Mercatino dei vini artigianali e una proposta di street food pensata per raccontare le eccellenze del territorio.

Al centro della manifestazione c’era naturalmente la cucina. Il menu proposto da Sparano è stato ideato da Andrea Poli, de Il Gustificio di Carmignano del Brenta. Tra i piatti più apprezzati la tartare di branzino con salsa saor, omaggio alla tradizione veneziana, la gallina padovana “sweet and sour”, la frisella con pomodori e salsa di soia, il Blue di Jersey di Paolo Amato accompagnato dai fichi sciroppati del Cilento di Eugenio Cioffi e dalla cicoria ripassata con olive e pinoli, fino alla paella preparata con il pescato della laguna e carne di maiale veneta.

Grande attenzione anche ai vini, con un parterre di produttori che Sparano definisce «fortissimo». Accanto a Diego Sorba, fraterno mentore di Giovanni, erano presenti Giulio Armani, considerato uno dei padri fondatori del vino naturale italiano, Francesca Di Benedetto, originaria di Eboli e oggi produttrice in Toscana, Giampiero Ventura, con il quale Dario Brunori condivide l’esperienza di una cantina vitivinicola, e il cilentano Salvatore Magnoni di Rutino.

«Noi scegliamo il vino artigianale non per moda – spiega – ma perché seguiamo l’insegnamento di Carlo Petrini: sostenere i piccoli produttori, quelli che non hanno le risorse per grandi campagne pubblicitarie. Gli osti diventano così il tramite tra chi produce e chi beve. È un modo concreto di aiutare chi custodisce un patrimonio fatto di territori, persone e lavoro».

L’edizione 2026 è stata costruita attorno ai cinquant’anni di Novecento di Bernardo Bertolucci. Un’idea nata da un ricordo personale. Dieci anni fa Sparano e Diego Sorba furono ospiti del regista nella sua casa romana di via della Lungara per presentargli un progetto dedicato proprio al film. A fare da tramite fu Michele Guerra, allora docente di Storia del cinema all’Università di Parma e oggi sindaco della città.

La scintilla definitiva è arrivata visitando la mostra che Guerra ha recentemente curato a Parma. Tra i pannelli, una testimonianza del direttore della fotografia Vittorio Storaro raccontava come, durante le 46 settimane di riprese nelle campagne tra Busseto e Soragna, tutto il cast di Novecento fosse solito ritrovarsi ogni sera all’Osteria Cantarelli. Da quell’aneddoto è nato il collegamento tra il film e l’osteria come luogo di comunità.

«Mi ha colpito anche un altro particolare – racconta Sparano –. Nei titoli di testa Bertolucci ringrazia prima i contadini e le contadine dell’Emilia e solo dopo tutto il resto. È un messaggio fortissimo, che richiama immediatamente il pensiero di Carlo Petrini e il valore del mondo contadino».

Da qui la convinzione che la tavola possa essere anche uno spazio di riflessione. «Oggi c’è una celebrazione quasi pornografica del cibo. Noi invece vogliamo riportare al centro le persone. In osteria non si dovrebbe parlare soltanto di piatti, croccantezze o impiattamenti: un oste deve saper parlare anche di cinema, letteratura, musica, storia. Deve trasmettere cultura insieme all’accoglienza».

Per questo la Notte degli Osti è andata oltre la cena. Durante la manifestazione è stato proiettato in piazza Novecento in versione muta, con le immagini che scorrevano sulla facciata del palazzo mentre le persone cenavano. Un modo per trasformare il centro storico in uno spazio condiviso di cultura e convivialità.

Tra le sorprese della serata anche la presenza di Dario Brunori, in arte Brunori Sas. Sparano ha scelto di non annunciarla in anticipo. «Se lo avessimo detto prima, tutto sarebbe diventato la festa di Brunori. Invece volevo che fosse la Notte degli Osti a rimanere protagonista, ma lo voleva anche lui». L’artista è arrivato con grande discrezione, chiedendo un grembiule per aiutare a servire ai tavoli, prima di regalare ai presenti un momento musicale nato spontaneamente. «La sua presenza non ha oscurato l’evento, lo ha semplicemente amplificato».

Ma il risultato che rende più orgoglioso Giovanni Sparano, oltre ad aver portato a Eboli una figura di primo piano della cultura come Michele Guerra, è quello di aver contribuito a restituire un’immagine diversa della città e del suo straordinario centro antico.

«Abbiamo fatto vedere come potrebbe essere il nostro centro storico. Non è solo una festa: è quasi un rendering emotivo di ciò che Eboli potrebbe diventare se gli spazi fossero davvero vissuti. Tavolate nelle strade, accoglienza, persone che si incontrano, cultura. Questo dovrebbe essere la normalità».

La parola agli Osti

Il Papavero

Al Papavero, la Notte degli Osti non si è fermata alla cena, ma è proseguita anche la mattina successiva con un brunch che ha trasformato il magnifico giardino in uno spazio di incontro di visioni tra produttori, cuochi e ospiti.

«Il cuoco è colui che cucina, l’oste è colui che accoglie a casa propria ospiti, chi è amico da sempre e chi lo diventerà dopo questa Notte», racconta Benedetta Somma, pastry chef nonché titolare del ristorante, sintetizzando lo spirito con cui il Papavero ha vissuto la manifestazione.

Per la cena il Papavero ha aperto la propria cucina allo chef Marco Ambrosino, che ha condiviso i fornelli con Fabio Pesticcio, chef del ristorante. Dalla loro collaborazione è nato un menu che ha racconto il Mediterraneo attraverso ingredienti, sapori e profumi. «Con Marco abbiamo vissuto il Mediterraneo attraverso ingredienti, sapori e profumi», sintetizza Benedetta.

Il menu ha proposto una cucina giocata sul dialogo tra vegetali, fermentazioni, agrumi, pesce e prodotti del territorio: dall’insalata di verdure crude, cotte e conservate al riso agli agrumi neri, fino alla triglia con pesca Saturnia e al dessert con melone cantalupo, zenzero e nocciole di Giffoni.

La festa è proseguita il mattino seguente con un brunch all’insegna della convivialità. In sinergia con Fabio Pesticcio e Benedetta due ospiti d’eccezione Peppe Guida e Pasquale Torrente.

Guida ha raccontato di aver ritrovato al Papavero l’atmosfera familiare che richiama le sue origini all’Osteria Nonna Rosa: «Entrare in un luogo che prima di essere un ristorante è una casa mi ha emozionato. Ho apprezzato la cura degli spazi, il terrazzino, il giardino e quell’attenzione ai dettagli che racconta la passione di chi questo mestiere lo vive ogni giorno».

Per lo chef, la Notte degli Osti rappresenta soprattutto un’occasione per creare relazioni autentiche. «Ho ritrovato amici che non vedevo da tempo e ho avuto la possibilità di conoscere da vicino il mondo del Papavero. Manifestazioni come questa ricordano che l’osteria non è soltanto cucina, ma è soprattutto accoglienza, condivisione e amicizia. È questo lo spirito che rende speciale la Notte degli Osti».

Frittata di spaghetti, polpette al sugo, ziti con genovese di tonno, pizza de I Borboni dedicata alla Costiera Amalfitana, una selezione di piatti di Fabio Pesticcio e i dolci firmati da Benedetta, il brunch ha confermato lo spirito della manifestazione: condividere il cibo come occasione di incontro.

«Abbiamo anche rivisto Andrea Poli, con il quale avevamo condiviso la cucina lo scorso anno. Ed è proprio questo che rende speciale la Notte degli Osti: i rapporti non finiscono quando si spengono le luci della manifestazione, ma continuano nel tempo e si trasformano in amicizie e nuove collaborazioni». Conclude Benedetta Somma.

Alla mescita il vignaiolo Gabriele Da Prato di Podere Còncori di Lucca.

Il Panigaccio

«La Notte degli Osti è ormai un punto fermo dell’estate ebolitana». Gustavo Sparano, patron insieme alla moglie Paola Fulgione de Il Panigaccio, racconta con entusiasmo una sesta edizione che conferma la crescita e il consolidamento della manifestazione. Per il suo ristorante, anche quest’anno, il tetto dei 60 coperti è stato una scelta precisa: «Preferisco offrire un’esperienza curata, elegante, con il tempo giusto per ogni ospite». Un’idea di ristorazione che trova nella cena sotto le stelle di Corso Garibaldi la sua espressione più autentica.

Cuore dell’esperienza è stato l’incontro con gli chef ospiti Valeria Ghignone e Giovanni Della Monica di Genere di Conforto a San Cipriano Picentino, protagonisti di un menu costruito sul dialogo tra territori e sensibilità gastronomiche. Dai sapori sorprendenti della pesca marinata con finocchietto selvatico fino al rassicurante pollo in tortiera con pomodoro e cipolla, oltre al panigaccio bollito e servito con olio e basilico, ogni piatto ha raccontato una storia di contaminazioni e condivisione. Ad accompagnare la cena, la selezione di vini artigianali siciliani proposta dall’ Oste Gaetano Guacci di RitroVino.

Anche la seconda serata, dedicata allo street food, ha confermato il richiamo dell’evento nonostante il meteo incerto. «Ho visto tantissimi visitatori arrivare da fuori provincia e dalla Basilicata: è il segno che la Notte degli Osti ha ormai superato i confini di Eboli. Quest’anno l’evento ha raggiunto una risonanza mediatica ancora più ampia e importante. È il risultato di un progetto costruito con visione, qualità e relazioni autentiche, capace di attrarre artisti, pubblico e operatori da tutta Italia».

Dogana

«La nostra è una cucina profondamente legata alla casa e al territorio, ma con uno sguardo contemporaneo». Morena Donnantuoni, dell’Osteria Dogana, racconta così la filosofia del locale, dove tradizione e ricerca convivono senza perdere autenticità. «Chi si siede a tavola da noi cerca innanzitutto il territorio, raccontato con semplicità e rispetto».

In occasione della Notte degli Osti, l’osteria ha costruito un percorso gastronomico insieme a Giovanni Civitillo di Millennium Pizzeria di Cusano Mutri, dando vita a un menu nato dal dialogo tra due culture contadine. Dalla pizza nel ruotiello alla minestrella con fiori di zucca, dal viccio all’arancino alla Nerano, realizzati con la collaborazione della cuoca Antonella Voza, fino al pollo al forno con patate, senza dimenticare una proposta completamente vegana, un rotolo di pasta con zucchine e salsa di ceci, e il dolce della tradizione “la pizza di gallette”, la cui crema pasticcera è stata aromatizzata dai limoni del centro storico di Eboli. Grande attenzione anche alla materia prima, con l’utilizzo del Cece di Teano, presidio Slow Food, e di prodotti locali.

Ad accompagnare la cena sono stati i vini selezionati dalla Vineria Brett con alla mescita l’oste Giuseppe Balzano e Alessandra Paudice, affiancati dalla cantina Aita del territorio ebolitano, a testimonianza della volontà di valorizzare anche la produzione vitivinicola locale.

Per Morena Donnantuoni, il valore più autentico della manifestazione risiede nella collaborazione tra gli osti: «Insieme è meglio». Un concetto che sintetizza lo spirito della Notte degli Osti, capace di creare connessioni tra professionisti, territori e culture gastronomiche diverse. «Giovanni ha una visione importante: se condivisa e sostenuta da tutti, questo progetto ha il potenziale per crescere ancora e guardare lontano».

Giardino Vacca De Dominicis

È stato il Giardino Vacca De Dominicis a ospitare il primo appuntamento della manifestazione, prima della cena corale. Uno spazio verde incastonato tra le antiche mura del centro storico che i proprietari, Costantino Vacca De Dominicis e Agnese Attianese, hanno trasformato in un vivace polo culturale aperto alla città.

Qui è andato in scena il Pranzo Bucolico, ispirato alla filosofia giapponese dell’omakase – “lascio fare a te” – invitando gli ospiti ad affidarsi completamente allo chef, senza conoscere in anticipo il menu. Tra agrumi, fiori ed erbe aromatiche, ogni portata ha raccontato una storia fatta di brace, tempi lenti di cottura, stagionalità e profondo rispetto della materia prima.

In tavola sono arrivati il peperone tonnato con capperi canditi, olio al dragoncello, basilico, melissa e prezzemolo, la trippa bianca al Comté con elicriso, menta e cedrina, animelle e zucchine alla brace con cipolline, fondo di salsa alle ostriche e vinaigrette alla menta, per concludere con cuore scottato e melanzana arrosto, sesamo, finocchietto, olio al prezzemolo e maionese alla sriracha.

Un menu ricco di rimandi al fuoco vivo e al territorio non solo di prossimità, ma che ha narrato suggestioni orientali e mediterranee, erbe spontanee, vegetali e quinto quarto, in un equilibrio profondo tra tecnica, memoria e ricerca.

Mentre la mescita dei vini è stata guidata personalmente da Diego Sorba.

A rendere l’esperienza ancora più coinvolgente la scelta di mantenere segreta fino alla fine l’identità dello chef ospite, consentendo ai commensali di vivere ogni assaggio senza aspettative né pregiudizi, lasciandosi guidare esclusivamente dai profumi, dai sapori e dalle emozioni.

 

Piazzetta Santa Sofia

A Piazzetta Santa Sofia, l’atmosfera è stata quella tipica di un’osteria contemporanea: conviviale, informale e animata soprattutto da tanti giovani. A raccontarlo è Francesca Pezzetta, titolare insieme al marito Dino Marchetta, che ha seguito la serata dalla sala cogliendo l’entusiasmo dei commensali.

«Abbiamo accolto non solo tanti ebolitani, ma anche numerosi ospiti arrivati da fuori città. Si è respirato un clima sereno e conviviale, condiviso dal nostro staff e dall’oste ospite. I ragazzi si sono lasciati guidare con entusiasmo in un percorso che univa cucina, salumi, formaggi e vini, vivendo la degustazione come un’esperienza di condivisione».».

Ad affiancare la cucina di Dino è stato Gianmarco Vigilante, della Salumeria e Cucina Il Salumaio di Salerno, protagonista di un menu costruito sull’incontro tra salumi e formaggi d’autore e cucina tradizionale. L’apertura è stata affidata a un panzerottino al forno ripieno di scarola, seguito da una selezione di salumi e formaggi, tra cui pecorini e un blu di bufala, accompagnati da confettura di albicocca. Tra i salumi spiccavano mortadella di maialino iberico, capocollo, lonza e prosciutto. Per la serata finale invece la proposta è stata mozzarella di bufala ripiena di “ciauliello”, il piatto ebolitano per antonomasia.

Il primo piatto zito alla genovese con guancia di maialino iberico, preparato a quattro mani da Dino e Gianmarco, a seguire tagliata di scottona. A chiudere babà con crema chantilly e amarena.

Alla mescita l’oste Davide Lima di Troppo Frizzante e i vini di Robb De Matt di Foglianise.

Foto credit: Antonio Alaimo 


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