Vico San Giuseppe Cristofano, 4
Napoli
Tel. 081 19138270
Aperto a pranzo
Chiuso il martedì

di Carmen Autuori
In malinké, una delle lingue parlate in Costa d’Avorio, esistono due termini per indicare il nutrimento: balo, che attiene alla sfera della sopravvivenza, e domini, un concetto più ampio che comprende sentimenti, cura, amore, accoglienza, in sostanza il nutrimento che va oltre il semplice mangiare.
Questa distinzione appartiene profondamente alla storia di Fanta Sidibe, trent’anni, ivoriana, cuoca di PastéNa, il piccolo locale che affaccia su Largo Santa Maria La Nova, nel cuore del centro storico di Napoli.
Guidato da Domenico Pastena insieme a Emilio Toscanesi, PastéNa ha costruito un format interamente dedicato alla pasta fresca, preparata ogni giorno e servita espressa, portando il primo piatto fuori dai confini del ristorante e trasformandolo in uno street food. Una formula essenziale, ma curatissima nella scelta delle materie prime e nella tecnica, frutto anche degli anni di formazione di Domenico nelle cucine di importanti ristoranti. Una proposta che ha trovato il suo pubblico tra napoletani e turisti.
È qui che Fanta ha imparato a tirare la sfoglia e a chiudere i ravioli, misurandosi con una cucina diversa da quella della sua infanzia, ma ritrovando nelle mani una gestualità che le era già familiare. Cambiano gli ingredienti, cambiano le preparazioni, non la sapienza dei gesti antichi, trasmessi di generazione in generazione dalle donne che, attraverso il cibo, hanno provveduto alla famiglia, trasformando una necessità quotidiana in una forma di cura.
Ma è anche qui che Fanta ha trovato, come dice lei, «i fratelli grandi che non avevo mai, che la vita non mi ha dato». Non è una frase che cerca commozione, dentro c’è qualcosa di molto più concreto, il senso di una casa. A Napoli Fanta ha trovato persone che l’hanno accompagnata, sostenuta, fatta sentire parte di una famiglia, e per questo che PastéNa, per lei, non è soltanto il luogo dove ha imparato un mestiere.
È domini la parola che più di ogni altra racconta il modo in cui Fanta vive la cucina. Non c’è soltanto il cibo che passa dalle sue mani, ma ciò che attraverso la materia arriva all’altro, ossia attenzione, condivisione, cura. È una differenza sottile, ma sostanziale, tra il gesto necessario di sfamare e quello, più complesso, di nutrire. Una cura che, negli anni, ha sperimentato anche su sé stessa. La cucina l’ha accompagnata durante un’infanzia e un’adolescenza attraversate da esperienze difficili, alcune delle quali nel racconto di Fanta restano appena accennate, dove le pause, gli sguardi dicono più delle parole. È una grande dignità, la sua, che non cede al pietismo. Mai. Dignità che restituisce la forza di questa ragazza dagli occhi di velluto che ha scelto di andare avanti, nonostante tutto e tutti.
La storia di Fanta Sidibe
«Mia madre mi ha insegnato tutto. Ho cominciato a cucinare quando ero molto piccola, perché lei sapeva che non avrebbe avuto una vita lunga e voleva che imparassi presto, era necessario per la mia sopravvivenza e per quella dei miei fratelli più piccoli».
Inizia così il racconto di Fanta, proprio dal rapporto con la cucina. Poi il trasferimento a casa di una zia, una figura che descrive in termini tutt’altro che positivi e con la quale cucinare diventa un obbligo. «Da mia zia dovevo cucinare per forza, ma non solo. Lei era l’esatto opposto di mia madre, ma io la ringrazio comunque perché mi ha resa forte, sin da giovanissima».
Nel suo percorso emerge anche un altro tema quando le chiedo perché abbia deciso di partire e che non è, come sarebbe facile immaginare, la mancanza di lavoro. I motivi sono da ricercare, invece, nel contesto familiare nel quale cresce, regolato da consuetudini precise e da ruoli ben definiti.
Nella cultura familiare di Fanta, e in quella ivoriana in generale, alle donne viene insegnato presto a cucinare e a occuparsi della casa. Ma, nel suo caso, emerge anche una precisa gerarchia familiare, nella quale gli zii materni hanno un ruolo importante nella vita dei figli.
«Da noi i figli appartengono più agli zii materni che ai genitori. Io, per esempio, appartengo più a mio zio che a mio padre. È una cosa della nostra cultura, funziona così. Mio padre voleva che io studiassi, perché lui non aveva avuto la possibilità di andare a scuola. Ma quando si tratta di decidere della vita di una figlia, soprattutto del matrimonio, gli zii hanno un ruolo molto importante».
Fanta non voleva sposarsi. Il matrimonio è stato comunque deciso dalla famiglia. È uno dei motivi che l’hanno spinta a lasciare la Costa d’Avorio.
La sua storia in Italia comincia da qui: da una partenza che non nasce dalla ricerca di un’opportunità professionale, ma dalla necessità di allontanarsi da una situazione familiare che non aveva scelto.
Nel 2020 Fanta arriva in Italia con i barconi, nel pieno della pandemia. Ha poco più di vent’anni, una storia alle spalle e nessuna certezza su ciò che troverà davanti.
Si sposta a Firenze, dove trova lavori sporadici che le permettono appena di mantenersi. Poi raggiunge la Germania, un passaggio che nel suo racconto resta più sfumato, ma che lascia intendere essere stato il periodo più difficile. Nel 2022 arriva infine a Napoli, dove viene accolta da Dedalus, centro antiviolenza attraverso il quale intraprende un percorso prima psicologico e poi di integrazione.
A Napoli la sua vita comincia a prendere una direzione diversa. Attraverso un’operatrice di Dedalus incontra Domenico Pastena ed Emilio Toscanesi e arriva a PastéNa per iniziare un tirocinio.
La prima cosa che chiede, però, non riguarda il lavoro, chiede di andare a scuola, perchè vuole imparare l’italiano e acquisire gli strumenti per essere autonoma. Poi, accanto alla scuola, arriva la cucina: a PastéNa comincia a imparare un mestiere nuovo, quello della pasta fresca, e a misurarsi con una cucina diversa da quella che conosceva.
L’incontro con Domenico ed Emilio segna per Fanta un passaggio fondamentale. Sono loro che hanno ricucito le ferite della sua anima, oltre ad averle dato un’opportunità lavorativa.
«Qui ho trovato casa, una nuova famiglia, i fratelli grandi che non avevo. Volevo sentirmi protetta, tornare ad essere bambina. Il nostro rapporto non è mai stato solo lavorativo, loro mi hanno insegnato tutto, anche come muovermi in una città bellissima e accogliente ma non certo facile. Mi sono stati accanto quando è nato mio figlio, mi supportano anche nella sua crescita. Non è facile essere sola in un paese straniero con un bambino piccolo che ha le sue esigenze primarie e, allo stesso tempo, essere impegnata in un’attività che richiede presenza, attenzione e senso di responsabilità>>.
PastèNa e la sua cucina, a questo punto, torna a essere il luogo nel quale tutte queste esperienze si incontrano: ciò che Fanta ha imparato da bambina, ciò che ha dovuto imparare da adulta e ciò che oggi continua a costruire.
La cucina di Fanta
La cucina di Fanta a PastéNa comincia, naturalmente, dalla pasta fresca. Non è una partenza da zero, alle spalle ha una manualità costruita fin da bambina, come dicevamo, e una lunga consuetudine con la cucina, qui, però, deve imparare tecniche nuove e misurarsi con una materia che non conosce ancora. La prima vera difficoltà arriva con i ravioli, piccoli, da stendere e chiudere con precisione.
«La prima volta che mi sono sentita inadatta al mio nuovo lavoro è stato con i ravioli alla genovese. Cucinare è sempre stato naturale per me, però la realizzazione della pasta ripiena ha richiesto una grande e lunga applicazione da parte mia>>.
Ma Emilio le sta accanto, le mostra come fare, la incoraggia e la filma mentre prova. «Mi diceva: “Fanta, vedi che ce la fai?”. Poi, piano piano, un giorno sono riuscita da sola a stendere la pasta, a chiudere i ravioli. Ed è stata una soddisfazione immensa».
Oggi prepara scarpariello, carbonara, Nerano, amatriciana, pasta e patate, gnocchi con le polpette, frittatine di pasta. Il suo preferito è proprio lo spaghetto allo scarpariello, per il colore acceso del pomodoro, che forse le ricorda la sua Africa, e la cremosità del formaggio. La pasta e patate la prepara con la pasta mista fresca, unica sua difficoltà è toccare il lardo o la pancetta per la sua religione (è musulmana), così come accade per l’allardiata, anche in questo caso a venirle in soccorso sono Emilio o Domenico, ma anche Francesca, l’altra collaboratrice di PastéNa che ha preso sotto la sua ala protettrice.
Ma nella sua cucina c’è anche qualcosa che arriva da lontano, dalla sua terra, non tanto negli ingredienti, quanto nel modo di pensare il cibo.
La contaminazione, in questo caso, ha una forma precisa: il mafè, la salsa di arachidi della tradizione dell’Africa occidentale, è diventato il condimento di un raviolo proposto a PastéNa. È un esempio concreto di come due culture gastronomiche possano incontrarsi e arricchirsi a vicenda, come del resto accade da millenni nella cucina napoletana.
A casa, invece, Fanta torna alla sua cucina. Quando invita Domenico, Emilio e i collaboratori, prepara per loro i piatti della sua terra, tra cui l’attieké, manioca ridotta in grani che fa da base al pesce o alla carne. È il suo modo di ospitare e di condividere con le persone che considera famiglia qualcosa che appartiene alla sua storia.
È una contaminazione che a Napoli trova terreno naturale, anche se proprio il tema della contaminazione è stato al centro di alcune delle reazioni più dure ricevute sui social. In particolare, quando una preparazione si allontana dalla versione considerata tradizionale, come nel caso della lasagna piastrata, o quando ai fornelli c’è una donna che napoletana non è.
Fanta racconta di essere stata molto colpita leggendo alcuni commenti. La prima reazione è stata quella di rispondere, anche duramente. Poi ha cancellato quello che aveva scritto: non ne valeva la pena. «Avevo scritto quello che volevo rispondere, poi ho cancellato tutto. Mi sono detta: la mia educazione non mi permette di fare questo. Posso essere arrabbiata, ma non voglio rispondere alle offese con altre offese».
Quella stessa educazione che le insegna a trattenere la rabbia ha a che fare anche con il modo in cui Fanta vive il cibo: non soltanto come qualcosa da preparare, ma come qualcosa da mettere in comune. È qui che il domini, il nutrimento che nella sua lingua va oltre il semplice bisogno di mangiare, trova una corrispondenza concreta nell’idea di ospitalità con cui è cresciuta. A casa sua, racconta, sua madre cucinava sempre pensando che potesse arrivare qualcuno: se il cibo fosse stato poco, avrebbe dato la preferenza ai figli degli altri. L’ospite aveva sempre e comunque un posto d’onore a tavola.
È una memoria che Fanta porta con sé anche oggi: cucinare per qualcuno significa prendersi cura, ma anche mettere in comune ciò che si ha.
Forse è anche per questo che gli attacchi ricevuti sui social, proprio intorno al suo modo di cucinare, l’hanno amareggiata. Non tanto perché mettessero in discussione una ricetta, quanto perché finivano per mettere in discussione il suo diritto a stare lì, ai fornelli, a cucinare piatti napoletani pur non essendo napoletana.
Fanta non nega la rabbia, ma decide come usarla. E continua a fare quello che sa fare: imparare, cucinare, condividere.
Dal balo al domini, dalla necessità di sfamarsi alla scelta di nutrire, il filo del cibo attraversa continenti e culture e arriva fino a Napoli e si concretizza tra le mani di Fanta, una donna arrivata da lontano che oggi cucina piatti napoletani, accoglie, condivide e porta nella sua cucina una parte della propria storia. In un tempo in cui il razzismo torna a occupare spazi sempre più visibili nel mondo occidentale, Fanta risponde nel modo che conosce meglio: mettere insieme, invece di dividere. Anche questo è nutrire.
Vico San Giuseppe Cristofano, 4
Napoli
Tel. 081 19138270
Aperto a pranzo
Chiuso il martedì
1-Catia Corbelli,l’ostessa di Mormanno
2-Alessandra Civilla, la prima donna di Lecce
3-Angela Mazzaccaro, la regina dei fusilli di Felitto
4-Angelina Ceriello, I Curti di Sant’Anastasia
5-Stefania Di Pasquo, Locanda Mammi ad Agnone
6-Giovanna Voria, Corbella a Cicerale
7-Caterina Ursino dell’Officina del Gusto a Messina
8-Maria Rina, Il Ghiottone di Policastro
9-Mamma Rita della Pizzeria Elite ad Alivignano
10-Valeria Piccini, Da Caino a Montemerano
11-Mamma Filomena: l’anima de Lo Stuzzichino a Sant’Agata sui Due Golfi
12-L’uomo cucina, la donna nutre – a Paternopoli Valentina Martone, la signora dell’orto del Megaron
13- La vera storia di Assunta Pacifico del ristorante ‘A Figlia d’ ‘o Marenaro
14 -Veronica Schiera: la paladina de Le Angeliche a Palermo
15 – Laila Gramaglia, la lady di ferro del ristorante President a Pompei
16- L’uomo cucina, la donna nutre – 16 Michelina Fischetti: il ponte tra passato e futuro di Oasis Sapori- Antichi a Vallesaccarda
17 Bianca Mucciolo de La Rosa Bianca ad Aquara
18 Alice Caporicci de La Cucina di San Pietro a Pettine in Umbria
19 A Casalvelino Franca Feola del ristorante Locanda Le Tre Sorelle
20 Carmela Bruno, l’ostessa longobarda dell’Osteria La Piazzetta a Valle dell’Angelo
21 Marilena Amoroso dell’Antica Trattoria e Pizzeria Da Donato a Napoli
22 L’uomo cucina, la donna nutre Rosanna Marziale de Le Colonne Marziale a Caserta
23-L’uomo cucina, la donna nutre Lucia Porzio della trattoria Cià Mammà a Napoli
24 – L’uomo cucina, la donna nutre Ad Aquara Rocchina Nicoletta di Tenuta Mainardi
25 -L’uomo cucina, la donna nutre – Concetta Pigna e le cuoche de La Guardiense a Guardia Sanframondi
26 – L’uomo cucina, la donna nutre 26 – Francesca Gerbasio di Agriconvivio Ristorante-Pizzeria a Padula
27 – L’uomo cucina, la donna nutre. Carmela Baglivi di Genuini Cilento a San Mauro Cilento
28 – Liliana Lombardi de Le Campestre a Castel di Sasso
29- L’uomo cucina, la donna nutre Antonia Abbatiello di Casa Vittoria Durazzano
30- L’uomo cucina, la donna nutre Carmela Abbate del ristorante Zì Teresa a Napoli
31- L’uomo cucina, la donna nutre Carmela Muto de La Taverna degli Antichi Sapori a Controne
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