Napoli, trattoria ‘A Taverna do’ Re

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Fondo Supportico di Separazione, 2-3 (Piazza Municipio)
Tel. 081.5522424
www.atavernadore.it

Una pizza fatta a mestiere e una palla di riso, un turistico prosciutto e mozzarella seguito da un non meno turistico gnocco alla sorrentina. E via. Ah, no: anche una pasta al gratin che sembra una torta meringa, un pacchero alla genovese, e poi la pasta e patate con provola e la pasta e fagioli giusto per citare alcuni dei classici partenopei. Siete a due passi dal molo Beverello, in una traversa del Teatro Mercadante a Piazza Municipio, e questo locale antico e moderno sembra aver imbroccato la strada giusta per fare qualità anche in città. La spiegazione è, come al solito, culturale: Giovanni Lotti studia da sommelier professionista, il suo socio Francesco Parrella è in cucina. Due giovani (oggi sì, ai tempi della Rivoluzione Francese l’età media in Europa era di 28 anni) trentenni pieni di voglia di fare, capaci di sfamare con i Propilei gastronomici risistemati da Jeanne Carola Francesconi i clienti stressati in orario di ufficio con dieci euro o poco più, la sera nuove divise, nuova hotellerie e un po’ di sfizi per provare emozioni come, citiamo dal menu, la zuppetta di fagioli tondini, orzo perlato e seppie, lo spiedino di rosmarino caldo con mortadella al pistacchio e formaggio pecorino al limone, i fusilli lunghi allo scoglio, il risotto alla cocozza, i bucatini trafilati in bronzo con il ragù di agnello, le costine di rombo scottate con scarla napoletana, il filetto di manzo scaloppato con tortino di parmigiana di melanzane. E ancora l’anguilla con lardo avellinese, la zuppa forte con tocchetti di pane cafone. Insomma, a pranzo un bello sfizio per chi lavora e deve mangiare ogni giorno, la sera divertimento e forte aggancio con i prodotti del territorio ma anche rielaborazione moderna di antichi accostamenti se non addirittura qualche guizzo come il risotto al limone con riccio di mare e julienne di melanzane. Un altro punto forte del locale, oltre alla presenza di Massimo Paduano in sala e di Umberto Paduano in cucina come executive chef, è il baccalà che, insieme allo stoccafisso, è il modo più diffuso per mangiare pesce in Campania.

Strano per una regione con 300 chilometri di costa? Mica tanto: nelle zone interne il fresco non arrivava, in città era troppo poco, i ricchi anelavano alla carne, i poveri alle frattaglie raccolte pazientemente dalle donne che aspettavano fuori dalle cucine di corte i rifiuti dei signori. Così, se c’è qualcosa capace di unire gastronomicamente città e campagna, napoletani e cafoni, oltre al culto vegetariano, è proprio il baccalà. Tornando al pranzo, devo per forza citare la braciola al ragù, la carne alla genovese, le patate fritte, le pizze per capire come mai è sempre pieno. Piccoli capolavori ben fatti, di cui si deve dare conto nell’esecuzione, proprio come una canzone di Bovio. Ma non è tutto: qui si fa anche servizio a domicilio, il cucinato, come si dice da queste parti, segna la distinzione fra chi sa campare e chi invece no. Ricordate la differenza fra la doccia e il bagno del professore Bellavista? Questa esperienza funziona già da quasi quattro anni fra salsicce con friarielli e pesce azzuro e noi la guardiamo con simpatia perchè coniuga due esigenze complementari e spesso separate. La carta dei vini è curiosa in Campania, un po’ scontata per le altre regioni. Ma non è finita ancora qui: grande carta dei formaggi campani e italiani, inconsueta per Napoli, dolci ben pensati come la cassatina, a’ pastiera accompagnata, la stracciata di millefoglie, il babbà (due b) con crema all’arancia e culis di lamponi. Tre menù degustazione a 30 euro (vegetariano), 35 (di terra) e 45 (di mare). Visto, rivisto e corretto, si stampi. In una parola: cosa aspettate?