Biodinamico sì o no?

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La discussione che si è accesa sul biodinamico è tipicamente italiana, un paese dove solo da pochi anni si è formata un’autentica cultura del vino e che dunque manifesta ancora il piglio scolastico nell’affrontare una degustazione o nel valutare una tipologia. Un collega giapponese mi faceva notare a Verona che nel resto del mondo il vino deve essere anzitutto buono, insomma la tecnica di lavorazione di per sé non può diventare in automatico motivo di acquisto e di apprezzamento. Naturalmente la mia impostazione culturale mi fa prediligere sicuramente il bicchiere impostato su questi princìpi, ma uno dei parametri di valutazione da usare è, per esempio, da quanto tempo l’azienda impegnata a produrre un vino segue il metodo biodinamico. Se è impostata così sin dalla nascita allora vuol dire, visti i tempi lunghi della campagna, che non si è piegata alla moda degli ultimi mesi solo per fare commercio. Approfitto anche per chiarire che tentare di vendere il proprio vino non è certo un delitto, ma quello che non sopporto sono le piccole astuzie commerciali che sostituiscono l’intelligenza dello stare con padronanza nel mercato globale. Parlo di rossi che da un anno all’altro diventano cabernet, aglianico, casavecchia, blend che ruotano in continuazione con le percentuali passando dal 60 al 10 di cabernet e merlot: sono due esempi di una insicurezza produttiva che viene bilanciata da un po’ di furbizia commerciale che, per essere praticata, deve avere un suo pubblico perché non c’è frode senza polli. Ecco perché il bicchiere autentico, quello che piace a noi al di là dei gusti e delle tendenze personali (bianchi invecchiati, rosati, rossi leggeri, passiti, rossi importanti, eccetera) è sempre un mix tra il terroir, il metodo, la storia del produttore, la capacità dell’enologo. Nelle degustazioni bisognerebbe introdurre l’autenticità come parametro! Chi giudica vini con la mentalità del piccolo chimico nel chiuso della sua stanza somiglia a chi scambia la realtà virtuale del computer con quella vera, il nick name con le persone in carne ed ossa. Il biodinamico ha acceso l’interesse della fascia più acculturata e ideologica, dunque più convinta nello spendere, del consumatore italiano ed è per questo che tanti volpacchioni del marketing d’accatto ci si stanno lanciando sopra. Come le barrique sostituirono l’acciaio in pochi mesi adesso le vigne vecchie e gli uccellini che si mangiano i parassiti sostituiscono le vigne nuove e gli anticrittogamici. Ma queste tendenze esecrabili non sostituiscono né la valenza del legno e né la possibilità di curare la propria uva con metodi meno aggressivi e più naturali. Insomma, la funzione del giornalista è, appunto, cercare di andare sempre oltre quello che ci raccontano o scrivono sulle etichette, entrare nel territorio legando il bicchiere a tutto ciò che deve raccontare: si può essere autentici solo se si rispetta il proprio passato, e questo è il modo più intelligente per stare sul mercato globale dove tutto tende a diventare omogeneo.