La viticoltura sul Vesuvio| Cantine Olivella, Katà e Lacrima Nero 2010

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Ciro Giordano nelle splendide vigne di Cantine Olivella (foto di Sara Marte)

di Sara Marte

E’ pieno territorio ciò che emerge da questa cantina che interpreta l’orgoglio di appartenenza ad una terra così difficile come il Vesuvio. A San’Anastasia, nel cuore del Parco Nazionale del Vesuvio, formalmente nata nel 2004, sorge Cantine Olivella. Domenico Ciriello, Ciro Giordano e Andrea Cozzolino, assieme all’enologo Carmine Valentino hanno colto le potenzialità espressive dei vitigni più classici come il caprettone, il piedirosso e l’olivella ed hanno dato lustro alla catalanesca, tanto che a Cantine Olivella nell’immediatezza si associa il loro Katà. In fondo da quell’uva classificata da tavola all’IGT loro, ci hanno messo del proprio. Quando incontriamo Ciro, veniamo inondati d’informazioni e programmi futuri. E’ facile cogliere che il “qui e ora” sono solo l’inizio di un progetto più puro territorialmente e più ampio. Ci piace chi ha voglia d’investire denaro, tempo e lavoro ed ha prospettive sane. Gli ettari di vigneto adesso sono 10, di cui 6 di catalanesca ed i restanti a piedirosso e caprettone. Oltre ai tre ettari di vigneto adiacenti alla cantina, prendiamo la jeep per arrampicarci su quelli collinari del Monte Somma che vanno dai 550 ai 670 metri s.l.m. Attraversiamo veloci le piccole stradine che compaiano smarrite e sommerse dalla fitta vegetazione. Sfioriamo il Lagno Logrado. Ciro mi spiega che qui in passato si svolgeva il mercato dell’uva catalanesca, che, prima della concorrenza delle uve pugliesi era il cuore dell’economia locale. Lui queste cose le sa bene, giacché già il nonno si occupava di viticoltura proprio in questa terra che ama tanto e che racconta con trasporto e dettaglio.

La vista da una delle vigne di Cantine Olivella (foto di Sara Marte)
I filari sulla tipica terra vulcanica di Cantine Olivella (foto di Sara Marte)

Nonostante la bella giornata si sente subito l’escursione termica, ma è presto dimenticata dalla bellezza del panorama e dallo stupore per il lavoro certosino che svolgono. Di volta in volta stanno rimodernando i filari e compiendo un’operazione di recupero su piante di catalanesca di almeno 70 anni. Negli strettissimi terrazzamenti da cui vi confesso che Ciro ed io abbiamo rischiato di ruzzolare più volte, le viti erano in passato disposte in maniera disordinata. Per creare dei filari regolari, la vite viene condotta nella posizione desiderata, senza sradicarla e viene posto un nuovo segmento sotto terra. Si crea così un filare allineato e nella nuova parte interrata la pianta produrrà delle radici dopo circa tre anni. A quel punto si può tagliar via la parte delle “vecchie” radici. Questa tecnica in dialetto è detta molto eloquentemente “pass’annanz”.  Un lavoraccio di precisione e passione.

La "pass'annanz'" per recuperare e riordinare le antiche piante di catalanesca (foto di Sara Marte)

Scopriamo poi che su questi territori ci sono ancora segnali di una viticoltura antica grazie al ritrovamento di vecchie anfore nei pressi di caverne scavate nella roccia che avevano funzione di cantina e frantoio. Salendo da un altro versante del Monte Somma, ormai col cielo rosa del tramonto, arriviamo nei pressi della Sorgente Olivella, una fonte d’acqua da cui deriva il nome della Cantina. Qui, su una distesa che guarda tutta Napoli ed il golfo, dal prossimo anno, cominceranno i lavori per 2,5 ettari di nuovi impianti di catalanesca e piedirosso.

Verso la Sorgente Olivella (foto di Sara Marte)
Qui sorgeranno nuove vigne dell'azienda (foto di Sara Marte)

Tornati in azienda, ormai buio, proviamo i vini, oggi con una gamma diversa da quella degli inizi e che vanta esclusivamente vitigni della zona. Abbiamo il Lacrima Bianco e Nero, Catalanesca in purezza anche nella versione passito e presto un piedirosso. Ultimo ma non ultimo un cru di catalanesca da quella specifica vigna recuperata. Se abbiamo ben colto le premesse è da attendere con ansia.

Katà, Catalanesca 2010 (foto di Sara Marte)

Il Katà 2010, catalanesca 100% ha un naso ricco di fiori gialli. La ginestra spunta gradevole su tutti e si mischia, ben fuso ed equilibrato, a sentori di frutta che, in una posizione un po’ più defilata parlano di albicocche turgide e gustose. La bocca ha un buon sostegno acido ed una sapidità gradevoli, un lieve nota minerale completa il palato. Caldo e ammandorlato termina lungo.

Lacrima Nero 2010, Cantine Olivella (foto di Sara Marte)

Il Lacrima Nera 2010, piedirosso 50%, olivella 30% e aglianico 20% ha un colore certamente intenso e fitto. Il piedirosso è rimodellato nei suoi picchi dagli altri due vitigni. Donano una certa grazia di frutta rossa, come la tipica ciliegia e qualche frutto di bosco. Il palato ha un tannino sottile che lo rende buono sia a qualche grado in meno, senza antipatiche durezze, sia per tepori casalinghi invernali. Buona mineralità e un’adeguata freschezza sono il giusto contraltare ai 13 gradi alcolici. Finisce abbastanza lungo in un’espressione un po’ piaciona e gradevole, beverino e sfizioso. L’azienda un rosso ce l’ha ed ha voce in capitolo.

Andando via ci rimane la sensazione di un lavoro di cantina ben fatto e una forte coscienza del territorio. Nonostante i lampi effimeri e fugaci spesso apparsi sul nostro Vesuvio, io, sul domani di quest’azienda ci scommetterei a occhi chiusi.

SANT’ANASTASIA
via Zazzera n.14
tel./fax 081-5311388
www.cantineolivella.com
Bottiglie prodotte 25.000.
Vitigni coltivati: catalanesca, caprettone, aglianico, piedirosso

6 commenti

  • gaspare

    (22 novembre 2011 - 12:07)

    ah il vesuvio! un nastro di terra fertile e profumosa, rigirato su un cono vulcanico attivo. tutto il versante est/nord/ovest è da 3000 anni vocato alla viticoltura: rossi autoctoni, e poi greco, catalanesca. ma è il caprettone che va su tutti: spinta aromatica, sali minerali a iosa.
    ci vorrebbe una docg vesuvio.

  • carmine

    (22 novembre 2011 - 13:39)

    ci vorrebbe, per dare soddisfazione a quanti si impegnano sul territorio, difficile e mai considerato dai Ns. signori politici, che pensano sul a mazzett…

  • Carola

    (23 novembre 2011 - 22:43)

    Che bello riscoprire così l’appartenenza a un territorio “nonostante i lampi effimeri e fugaci” ! Mi piace questa definizione e mi piacciono queste realtà sane! Complimenti!

  • Angelo Pettrone

    (24 novembre 2011 - 08:13)

    Non per essere disfattista…ma la DOCG che differenza fa ? Poi ti trovi con le stesse facce e con le stesse bottiglie ma vogliono esserle pagate di più! Puliamolo prima sto Vesuvio e poi facciamo qualità.
    Il buon lavoro ,come per esempio in questo articolo, qualsiasi denominazione abbia sull’etichetta, viene fuori. Bravi a parlarne! Brava per il dettaglio sulle piante e sulla vigna perchè è lì che si vede di che pasta sono fatti!

    • gaspare

      (25 novembre 2011 - 00:00)

      vuole mettere la soddisfazione?

  • Francesco

    (24 novembre 2011 - 08:45)

    Che noia! sono tutti mariuoli i politici, sono tutti collusi, sono tutti qualcosa e intanto giù a generalizzare. Io ora mi sto leggendo questo bell’articolo che parla di una bella cantina e di vini buoni del territorio. Quindi dico solo Brava la giornalista e Brava la cantina!

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