Colle di San Domenico. Fiano contro Fiano

21/1/2004 276

11 maggio 2002

Come le api ai tempi di Plinio volteggiamo sulla vitis apiana dolcemente piantata sui colli irpini dove ancora le aziende non amano troppo comunicare al mondo i tesori custoditi in cantina: l’antica paura rurale delle malelingue e della invidia forse è ancora più forte del bisogno commerciale di affacciarsi sul terrazzino mondiale del mercato globale. Aspetto, questo, fastidioso per chi tempo ne ha poco, ma a noi che zonzoliamo una mattina sì e l’altra pure fra Taurasi e Montefredane questa difficoltà ci spinge ancor di più a curiosare, girare, sniffare, degustare, chiacchierare e rapinare segreti. Così ecco spuntare improvvise le cantine Colle di San Domenico (statale Ofantina, chilometro 7,5 a Chiusano di San Domenico. Telefono 0825.985423, sito internet www.cantinecolledisandomenico.it) di cui segnaliamo il Carpino, un Taurasi vellutato e ricco al naso e la doppia versione del fiano, quella base con vinificazione in acciaio e quella fermentata e maturata in barriques così come si sta provando in molte cantine con risultati alterni. C’è la mano dell’enologo Maurizio Caffarelli, adepto a quella che possiamo già definire la «scuola Muoio». Ed ecco dunque la disputa antica, se al fiano faccia meglio il metallo o il legno: risposta soggettiva, sissignori. Al nostro palato coltivato da sempre con tanto tabacco e abbondante peperoncino offre più sollievo la freschezza del fiano vissuto in acciaio, imbottigliato però senza fretta e consumato con calma, cioé almeno due anni dopo la vendemmia. Così ci sembra smascherata tutta la tipicità del vigneto, bene l’abbinamento con la cucina dai sapori equilibrati e mai arroganti del territorio che trova la sua alta celebrazione dai fratelli Fischetti dell’Oasis di Vallesaccarda. E benissimo anche sull’amarognolo e sulla grassezza delle ostriche e dei «taratufi» serviti senza parsimonia tra Recommone a Punta Campanella. Così parlò Plinio il Vecchio.