L’eccezione e la regola 1/: a proposito del Fiano 2012 di Villa Diamante, Forastera di Pietratorcia e di Particella 928 di Luigi Sarno

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Tinto Brass e Claudia Koll

Nell’Italia di tanti anni fa, quella con il pil a doppia cifra, quando i professori si lamentavano di te con i tuoi genitori non si prospettava mai una giornata tranquilla a casa,  sapevi che avresti avuto il resto.
Oggi invece i genitori impugnano il ricorso al Tar.

Non so perché mi viene in mente questa metafora nel rapporto tra individuo e istituzioni a proposito di tre vini campani che non sono stati ritenuti idonei dalle commissioni di assaggio di istituzione regionale, quelle cioé che devono stabilire se una etichetta è idonea ad ottenere il riconoscimento doc.
Forse perché alcune discussioni, benché portate avanti solo da chi con questi vini ci guadagna, vendendoli o con manifestazioni, fanno saltare una regola minima della civiltà, segno di decadenza come quando le regole tribali barbariche misero nell’angolo il diritto romano. Ossia la condivisione di regole, senza eccezioni.

A ben vedere è questo il tema dell’Italia degli ultimi vent’anni anni, ed è ovvio che la pretesa di non essere giudicati secondo regole scritte e condivise si possa trasferire anche al vino.
Naturalmente questo atteggiamento non riguarda i tre produttori in questione che si sono mossi su un piano professionale e di correttezza istituzionale. Ma alcuni loro non richiesti difensori specialisti nello sgarrupare e freschi della materia:-)
E naturalmente qui non si sta discutendo se un vino è buono o meno, ma se è davvero corrispondente ai requisiti fissati nel disciplinare, disciplinare che gli stessi produttori hanno approvato prima che diventasse norma.
Per fare questo la regione Campania ha un albo al quale è possibile iscriversi. Vi possono far parte persone che abbiano titolo di studio o esperti che abbiano una consolidata e comprovata esperienza nel campo delle degustazioni. L’orientamento della Regione è di fare a meno di questi esperti e di affidarsi solo ai tecnici, ossia solo a coloro che sono diplomati in agraria o laureati in enologia.

Queste commissioni assaggiano i vini coperti, ossia senza vedere l’etichetta (fino a prova contaria) e solo quando c’è l’unanimità dei cinque componenti il vino viene giudicato rivedibile, ossia si chiede al produttore di ripresentarlo. Le commissioni non valutano  le tipicità, concetto astratto e di impossibile definizione in un paese enologicamente giovane come l’Italia, ma se c’è corrispondenza tra quello che prevede il disciplinare e il vino in degustazione.

Quando il vino viene ripresentato, altre cinque componenti lo assaggiano, di cui due, il presidente e il segretario sono gli stessi. Dunque otto enologi almeno assaggiano questo vino che viene respinto. In questi tre casi c’è stata sempre unanimità.

C’è infine la possibilità per il produttore di fare ricorso direttamente al ministero quando il proprio vino viene bocciato.

Queste regole servono a tutelare tutti i produttori e sono quelle vigenti. Si può discutere della opportunità o meno di avere questo tipo di verifica, ma se tu produttore vuoi il riconoscimento docg e doc per il tuo vino devi sapere che devi fare questo iter. Altrimenti potrai mettere lo stesso in commercio il tuo prodotto come igt o come vino da tavola. E magari sarà anche più buono e avrà anche più successo di quelli con i marchi doc e docg anche se in un paese enologicamente maturo non dovrebbe essere così dal punto di vista del consumatore.

Ora tutti possono parlare  e dire la propria. Figuriamoci. Ma la democrazia oltre ad essere confronto è anche legge senza eccezioni. La condivisione delle regole è una esigenza che in primo luogo tutela chi ha studiato, chi lavora e chi produce e se le regole vanno modificate si deve avviare un processo di condivisione della larga maggioranza del mondo produttivo interessato.

Nel particolare, sono tre e non due i vini campani che quest’anno sono stati fatti rivedibili. Tre su circa 800 per dire.

Il Forastera di Pietratorcia 2012. Rivedibile e poi bocciato.Ha presentato ricorso a Roma ed ha vinto.

Il Fiano particella 928 2012 di Cantine del Barone. Rivedibile. Bocciato. Ha perso il ricorso a Roma.

Fiano Congregazione 2012 di Villa Diamante. Bocciato e rivedibile. Non ha fatto ricorso a Roma

Come ho già avuto modo di scrivere, ho compreso poco la rivedibilità dei primi due ma sul terzo non ci sono dubbi che rappresenta una  forte rottura con il passato. Questo non significa, lo ripeto per l’ennesima volta, che i vini non siano buoni. Ma al mio gusto il 2012 di Antoine, ad esempio, rappresenta un deciso passo indietro rispetto alle emozionanti vette a cui mi aveva abituato.

Ma il rispetto delle regole vale un po’ per tutti. Quanti produttori sentiamo che fanno biologico ma non sono certificati “perché non condivido le norme che non sono serie”. Sta di fatto che il mercato mondiale riconosce quella certificazione e se non ce l’hai non puoi dire di fare uva o vino biologico.
Non ci vuole molta intelligenza a capire questo. Anche io sbraito contro gli autovelox che sono messi solo per fare cassa ad amministratori falliti e non per la sicurezza, ma intanto la multa devo pagarla o fare ricorso.

Stupisce dunque che queste regole lapalissiane non vengano tenute in conto da chi dovrebbe. Capisco l’odio incontenibile e il rancore meschino per istituzioni autonome (grazie alle quali però si è guadagnato e tanto, spesso per rapporti politici e non di merito) e per una critica e un giornalismo che ha le sue fonti di reddito autonome e non nell’oggetto di cui parla e scrive. Come sarebbe bello se non esistesse più per tanti soggetti in giro nelle campagne arrapati di incarichi in questi mesi!

In verità qualche esempio lo abbiamo visto di cosa succederebbe: un intera provincia, il Sannio, dove si produce più del 60% del vino in Campania, mortificata e ignorata per anni, elogi e cotillon a go go a compari, cumparielli e a chi fa l’etichetta giusta. Miracolose scoperte sul Vesuvio, sui Campi Flegrei e in Cilento solo dopo dieci anni. Recensioni a gettone. Ah uh oh su Facebook. Divisioni e polemiche nel mondo produttivo per chi non si allinea, ukaze verso intere aree produttive da parte di chi dice di conoscere il vino del mondo ma che non è mai stato a una cantina sociale vicino casa. Furiosi attacchi carichi di supponente ignoranza che non hanno riscontri nei dati oggettivi sul settore degli spumanti dove un intero comparto è stato messo alla gogna perchè non allineato con il neopauperismo avido di incarichi.
No, quello non è “vino”. Sono banane?

Questa storia delle banane nel vino, mi ricorda il percorso di Claudia Koll, attrice preferita di Tinto Brass e poi impegnata nell’ascesi.
Tutto ciò è molto bello, ma noi possiamo continuare a vedere quei film.
Magari proprio per ricordarci e fino in fondo la dimensione del salto della quaglia che è sempre possibile fare in una sola vita.
Magari questi vini alla banana (quali?) sono stati premiati ed esaltati proprio da chi ora mostra di schifarli:-)

9 commenti

  • Marco Contursi

    (26 luglio 2014 - 09:53)

    Io a Claudia Koll preferisco Debora Caprioglio……Mitica in Paprika!!!!

  • Angelo D.

    (26 luglio 2014 - 10:44)

    Pensa a quale danno hanno recato a queste aziende i rappresentanti che prima di uscire hanno ‘venduto’ questi vini come Fiano di Avellino docg. Che se le proposte di commissione avessero in Italia lo stesso valore che hanno all’estero sarebbero costretti, loro malgrado, a ritirare tutti i vini consegnati perchè non conformi a quanto richiesto dai clienti.

    Quanto siamo immaturi, mamma mia… :-(

    • luciano pignataro

      (27 luglio 2014 - 08:32)

      Io credo che nella ristorazione come nella produzione agroalimentare, vino compreso, si debba essere fedeli al proprio progetto e non inseguire le mode e orecchiare le tendenze. Anche qui paga la coerenza e lo stile compiuto sui tempi medio lunghi.
      Ne parlavo, proprio su questo specifico caso, con un bravo sommelier della Penisola, attendo a tutte le tendenze, che i spiegava che quando un cliente chiede una etichetta, pagandola anche un bel po’ si aspetta un prodotto previso a cui si è abituato nel corso degli anni.
      Poi, ovviamente, ciascuno è padrone in casa propria di fare quello che vuole. Sarà la clientela a dirgli se ha avuto o meno ragione.

  • Fabrizio Scarpato

    (26 luglio 2014 - 12:15)

    Dalle mie parti, dove i numeri sono molto più piccoli rispetto alla Campania, sta accadendo che alcuni importanti produttori escono dalla denominazione e altri che hanno visto i loro vini “bocciati” li mettono ugualmente in commercio: in entrambi i casi con ottimi risultati, tanto che l’anno dopo ben si guardano dal tentare di rientrare. Può essere una conseguenza di una certa voglia generalizzata di “farlo strano”, ma quelle bocciature o decisioni indipendenti sono frutto di sfumature: di colore, di acidità, di sapidità, di vitigni storici che a suo tempo il disciplinare non aveva considerato. Un problema estetico, il più delle volte. Credo che invece la denominazione debba salvaguardare l’aspetto etico, la correttezza produttiva. Forse durerà poco, ma col tempo un territorio sarà rappresentato prevalentemente da questi vini bocciati ma veri e non omologati, col rischio di privare di significato la denominazione e il suo ruolo di controllo, mettendo in discussione la stessa esigenza di regole, e questo a lungo andare non credo sia un bene. Un gatto che si morde la coda, perché un po’ cieco e in qualche modo ottusamente arroccato sulle proprie immobili posizioni.

  • mariella caputo

    (26 luglio 2014 - 12:46)

    Penso che sia tutto il sistema legislativo da rivedere secondo la mia esperienza.
    Ho fatto parte, in passato, della commissione per la provincia di Napoli e dopo vari scontri hanno pensato che siccome non ero un tecnico era meglio stessi a casa..
    Non è pensabile che un paese enologicamente importante come l’Italia si presenti al resto del mondo con una ragnatela di denominazioni: tutto ciò disorienta il consumatore e rende più semplice la scappatoia ai più furbi. Nel rispetto delle regole però….

  • Antonio Conti

    (26 luglio 2014 - 16:36)

    Sinceramente vorrei conoscere le motivazioni precise per cui questi vini sono stati bocciati, soprattutto quello di Gaita,mentre invece, molti altri e in special modo quelli con un target da supermercato vengono ammessi! A questo punto, e di questo ne discutemmo giovedì sera in quel di Taurasi proprio col Sig. Gaita , mi piacerebbe che esistesse un disciplinare in cui fosse obbligatorio elencare in etichetta tutte le sostanze aggiunte…
    Sono tanto curioso cmq di assaggiare il Vigna della Congregazione 2012, bocciato dalla commissione e che ha tanto deluso il Sig. Pignataro.

  • Giustino Catalano

    (27 luglio 2014 - 14:28)

    Caro Luciano mi è molto piaciuta l’equazione bocciatura=ricorso sta a vino=ricorso come tendenza=banana messo che banana=Claudia Koll. Tu così poni il tuo problema di Basilea e forse ci vorranno almeno due secoli per risolverlo!
    Sarà meglio mantenere la linea di sempre e non correre il rischio di bocciatura o cercare nuove tendenze e idee e rischiare di restarne fuori?
    E più segnatamente.. una volta fuori se si rientrerà negli schemi tracciati (forse troppo rigidi per certi versi) tutti ci ricorderanno per ciò che facciamo o per ciò che abbiamo fatto.
    Insomma in sintesi, val la pena di andar per banane o no?
    Personalmente tengo molto alle regole e mi piace quando queste sono in grado di mettersi al passo con i tempi e adeguarsi ma restano regole.
    Le eccezioni valgono non come antitesi alle regole ma come loro conferma.
    Sorrido sugli arrapamenti da incarico…bisognerebbe chiedere a Claudia Koll in merito…da asceta potrebbe fornircene spiegazioni con vena filosofica.

  • Piermario

    (27 luglio 2014 - 20:48)

    Vedendola in modo spiccio, da consumatore attento e non da addetto ai lavori (e lasciando in pace la sig.ra Koll), direi che, di fronte a una commissione che su 800 candidati ne “boccia” solo tre (nei tempi d’oro del pil a due cifre, le “falcidie” scolastiche – non mitigate dai Tar, allora nemmeno istituiti – erano ben altra cosa), le ipotesi che si possono avanzare sono solo due: o il timore degli espertoni della regione (con tanto di italico albo) fa tremare le ginocchia ai produttori che si “autoselezionano” e sottopongono alla prova i loro campioni se non quando sono ragionevolmente sicuri di non finire dietro la lavagna con le orecchie d’asino per mancanza di tipicità, OVVERO una selezione a maglie così larghe non conta – per me consumatore – una cicca.
    Sino a prova contraria, l’esperienza – davvero comune – di assaggio di tante ciofeche regolarmente marchiate doc o docg mi
    fa propendere per la seconda ipotesi.

    • Luciano Pignataro

      (27 luglio 2014 - 21:32)

      Doc e docg sono riconoscimenti che contano eccome, altrimenti le cantine non si sottoporrebbero a ulteriori controlli.
      Io provo a vedere in positivo: oggi la qualità si è elevata moltissimo rispetto anche a dieci anni fa. E comunque 800 etichette tra doc e docg campane sono ancora meno del 20 per cento del totale della produzioni di vino tra igt, e da tavola. Dunque c’è già una selezione a monte.
      In ogni caso qui non si discute il rapporto doc= buono e non doc=non buono. Ma dei criteri di ammissibilità.

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