Fiorduva 2008 Costa d’Amalfi Furore Bianco doc | Voto 89/100

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Marisa Cuomo e Andrea Ferraioli

MARISA CUOMO

Uva: ripoli, ginestra, fenile
Fascia di prezzo: 36-44 euro
Fermentazione e maturazione: acciaio e legnoVOTO 92/100

VISTA 5/5 – NASO 27/30 – PALATO 27/30 – NON OMOLOGAZIONE 30/35

Non so da che parte cominciare. Ho qualche difficoltà credetemi, perché come si fa a raccontare la storia di una maison che ha fatto essa stessa la “storia” del vino negli ultimi 20 anni in Campania e nell’intera Italia? Tenterò l’approccio, comunque, parlando innanzi tutto del territorio mirabile, ove opera l’azienda di Marisa Cuomo, di suo marito Andrea Ferraioli e dei loro due figli Raffaele e Dorotea.


Un luogo incantato, dove sono state scavate delle incredibili cantine direttamente nella roccia e le vigne, striscianti su dirupi e stretti terrazzamenti, si slanciano verso il mare limpido. Ci troviamo nel comune di Furore, un piccolo borgo arroccato sui crinali della Costiera Amalfitana, lungo le balze scoscese dei monti Lattari, che lo stesso sindaco Raffaele Ferraioli, cugino di Andrea, definisce “il paese che non c’è”. Il suo abitato, infatti, è come un grappolo d’uva spargolo: case sparse un po’ dappertutto sui fianchi della montagna e distanti tra di loro.

Vigne strappate alla roccia

Qui la coltura della vite ha radici antiche, probabilmente risalente all’epoca pre-Romana. Per mancanza di spazio, da sempre si è costretti a coltivare in alto e in orizzontale, col famoso sistema a “pergolato”, che prevede una sorta di griglia dove si incrociano dei pali incassati nella viva roccia e che sembrano tanti mozziconi di sigaretta, che escono dalla bocca di uno “scugnizzo”. Questa ardita, aerea architettura permette, poi, di poter utilizzare il poco terreno disponibile per coltivare anche prodotti ortofrutticoli.

Nel 1980 Andrea Ferraioli, uomo operoso e schietto, decide di rilevare il marchio “Gran Furor Divina Costiera”, creando una cantina di avanzata tecnologia, per vinificare al meglio le sue uve.

La cantina

Si chiamerà “Marisa Cuomo” e sarà il suo regalo di nozze alla giovane sposa. Dopo il riconoscimento della Doc Costa d’Amalfi del 1995 e alla contemporanea e stretta collaborazione con il famoso enologo-cattedratico Luigi Moio, viene intensificato il processo di sviluppo nella produzione vitivinicola, potendo contare su un patrimonio di vitigni autoctoni che solo in questo areale attecchiscono e che danno vita a vini unici e non omologabili. Dopo poco tempo arrivano copiosi i riconoscimenti, soprattutto per le due riserve Furore e Ravello, assemblate con Aglianico e Piedirosso in modo diversificato e, soprattutto, per il Fiorduva, blendato con Ripoli, Ginestra e Fenile, che nel 2006 ha conquistato l’Oscar di miglior vino bianco italiano. Nel nome, questo vino ricorda il famoso fiordo di Furore e l’etichetta della bottiglia, insieme con le altre, è contrassegnata da una “gouaches” di stampo partenopeo, con scorci paesaggistici tipici della Costiera Amalfitana.

Uno scorcio del fiordo di Furore

I vitigni del Fiorduva (che hanno un’età media di 80 anni e una resa per ettaro di 60 quintali di uva, cioè meno di un chilo e mezzo per ceppo!) vengono coltivati nel comune di Furore e zone limitrofe, su terrazzamenti costieri tra i 180 e 620 metri slm ed esposti a sud, sud-ovest. Il terreno è composto da rocce dolomitiche-calcaree. Il sistema di allevamento, come è stato detto prima, è a pergola. L’epoca della vendemmia è fissata verso la fine di ottobre con l’uva, quindi, surmatura. Le uve vengono raccolte manualmente e sottoposte ad una pressatura soffice. La vinificazione avviene in acciaio e dopo il vino sosta per sei mesi in barriques di rovere. Successivamente l’affinamento viene completato in bottiglia per 10 mesi, prima che il vino stesso sia messo in commercio.

Al lavoro in vigna

La gradazione alcolica raggiunge i 13,5. Il risultato è una veste giallo carico, con riflessi dorati. Al naso si colgono piacevoli trame fruttate e floreali, in modo particolare di albicocca, di pesca e di ginestra e poi zafferano, curry e richiami di frutta secca come le mandorle e le nocciole e quelle esotiche, come il frutto della passione e il litchi. In bocca è leggermente speziato, morbido, fresco, elegante, aromatico e caratterizzato da un lungo retrogusto di frutta candita. Insomma, ci troviamo alla presenza di un vino speciale, godibilissimo e versatile, tanto che può spaziare in modo ampio negli abbinamenti. Io suggerirei di provarlo soprattutto sulla classica cucina locale a base di pesce e poi risotto allo zafferano, pollo al curry, robiola di Roccaverano, formaggi erborinati e fegato grasso. Insomma, un gran bere davvero!

La catena di imbottigliamento e i contenitori

A margine, devo segnalare che il giorno 2 dicembre scorso ho presentato in degustazione i vini di Marisa Cuomo alla solita enoteca “Sogno di…vino” di Gallarate, insieme con il collega Guido Invernizzi. Sono intervenuti esperti e semplici curiosi e la serata, poi, è stata nobilitata dalla presenza di due guest stars della ristorazione nazionale: Ilario Vinciguerra e Antonino Cannavacciuolo. Ebbene è stato un successone, con tutti i convenuti entusiasti di questa occasione, tanto da rilevarsi tutti interessati buyers.

Il fiordo di Furore visto da un’altra prospettiva

Questa scheda è di Enrico Malgi

Sede a Furore- Via G.B. Lama, 16/18 – tel. 089/830348 – Fax 089/8304014 – Email: info@marisacuomo.comwww.marisacuomo.com – Enologo: Andrea Ferraioli, con i consigli di Luigi Moio – Ettari vitati: 3,5, più 13 da conferitori. Bottiglie prodotte: 102.000 – Vitigni: Aglianico, Piedirosso, Falanghina, Biancolella, Ripoli, Fenile, Ginestra, Pepella, Moschella.

5 commenti

  • gaspare pellecchia

    (2 gennaio 2011 - 00:28)

    questo vino racconta una fiaba estiva. va sorseggiato piano, d’estate ovviamente, fresco di cantina.
    racconta del sole che d’estate è caldo e quando scende mantiene la vigna ancora tiepida. ma c’è anche il racconto delle notti fatte di brezze fredde, degli strapiombi tragici sul mare, della polvere di terreno strappata al dilavamento, delle carrucole eroiche, dei calli degli operai che potano secondo riti secolari.
    io non scherzo, fatevi un giro in azienda e mi capirete

    • nico

      (7 gennaio 2011 - 17:15)

      andiamoci assieme…hai scelto le parole giuste, bravo

  • enrico malgi

    (2 gennaio 2011 - 17:51)

    Grazie Gaspare, hai proprio colto la vera essenza di questo vino unico ed irripetibile che fa onore a tutta la viticoltura campana. Andrea e Marisa sono persone squisite, gentili, affabili e molto disponibili e, nonostante il successo che i loro vini hanno avuto in tutta Italia, sono rimasti umili e schivi e non si sono mai montati la testa. Sono esempi da proporre e da esportare. Abbracci.

    • Maxim Posa

      (11 gennaio 2011 - 15:11)

      Condivido la tua analisi sensoriale ed il relativo giudizio entusiastico su questo vino che purtuttavia si distanzia alquanto da quella “cultura contadina” tanto decantata dal Maestro Veronelli. A Napoli diremmo “la spesa non vale l’impresa”; su quella fascia di prezzo c’è tutto un mondo di “grandi vini” da poter stappare….

  • antonio

    (2 gennaio 2011 - 19:50)

    Enrico, forse per caso, ma E’ Curti di Sant’Anastasia sono già entrati nel blog di Luciano come puoi ben vedere. Entra a gamba tesa per farti conoscere. Saluti e a presto

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