Gladius 2006 Roccamonfina igt

Letture: 28

Gladius 2006 Roccamonfina igt
La premessa è questa: il Gladius 2006 ricorda assolutamente il mitico Terra di Lavoro. Non deve stupire molto perché il blend, da uve aglianico in massima parte e piedirosso intorno al 15 per cento, è lo stesso. Anche il terroir è lo stesso, siamo in collina sulla terra nera del vulcano di Roccamonfina (ricco di potassio), sia pure su esposizioni opposte in quanto Galardi guarda a Sud, verso il mare di Gaeta e della piana di Mondragone mentre i vigneti di Spada sono rivolti a Nord-est. Infine l’enologo è, per entrambi, Riccardo Cotarella, con ormai almeno dodici vendemmie alle spalle in questo territorio. Certo i tempi rispetto al boom del Terra di Lavoro sono molto diversi, nonostante i Tre bicchieri conquistati quest’anno, l’azienda conserva un costo contenuto, intorno ai dieci euro con la scontistica, sicché il rapporto tra qualità e prezzo si presenta di grosso vantaggio per il consumatore. Ma in sostanza, cosa ci spinge ad affiancare i due vini? Sicuramente la grande eleganza e finezza. Cotarella tiene la testa in Italia ma spesso ha i piedi Oltreoceano, da anni, precisamente dal 2003, parla e pratica di alleggerimento del legno e delle concentrazioni. Del resto, diciamoci la verità, lavorare in blend come hanno sempre fatto i contadini e i vinificatori sino a quando non è scoppiata la moda anglosassone del monovitigno, aiuta sempre a fronteggiare i problemi di ciascuna stagione. Come la piovosa 2005, appunto, capace di sottrarre struttura persino all’Aglianico di Taurasi. Ed è infatti il rapporto tra legno e frutto l’aspetto più affascinante di questo vino che si presenta con una nuova etichetta disegnata da Michele D’Ambra, il figlio di Corrado, fondatore del Movimento Turismo del Vino in Campania. La prima uscita venerdì scorso all’Enoteca La Botte a Casagiove in occasione della presentazione della «Guida ai Vini della provincia di Caserta». I due binari olfattivi si alternano e si incrociano come i binari di una stazione regolando la direzione con molta chiarezza, intensità, pulizia e persistenza. In bocca la freschezza dell’aglianico non è stata domata dalla fermentazione e dalla maturazione in barrique, resta anzi molto netta trasformandosi in indice sicuro di evoluzione ulteriore nel tempo. Appena 8000 bottiglie di questa versione, da una resa di circa 60 quintali per ettaro: insomma una chicca per appassionati di cui speriamo resti in azienda l’archivio giusto per iniziare a scrivere quella storia necessaria sull’evoluzione dell’Aglianico di Roccamonfina e sulle sue grandi potenzialità, al pari di quelle di Taurasi, del Vulture e del Taburno. Da bere su un brasato di carne di bufala e, in generale, sulle carni alla brace.