Alberata aversana da 16mila a 200 ettari: subito il presidio Slow Food per salvarla!

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Il sonvegno sull’alberata aversana a Succivo

di Marina Alaimo

Sabato 18 ottobre a Succivo nella Casa delle Arti si è svolto il convegno organizzato dalla condotta Slow Food Agro Aversano Atellano per presentare e discutere il progetto di proporre l’Alberata Aversana come presìdio Slow Food al fine di preservarla dall’estinzione. Presente Vito Trotta, responsabile dei progetti presìdi Slow Food per la Campania e Basilicata, il quale si è reso favorevole e disponibile alla salvaguardia di questo antico metodo di allevamentio della vite ancora diffuso nell’agro aversano.

alberata aversana

Un patrimonio culturale e storico importante e di rara bellezza, che merita assolutamente di essere valorizzato e che gli si garantisca un futuro sicuro e dignitoso. L’antico metodo di allevamento dell’alberata in questo territorio vanta più di 2000 anni, si fa risalire agli etruschi che assecondavano l’otrginaria natura di liana della vite lasciandola “maritare” ai pioppi ed agli olmi. Qui l’asprinio tra gli anni 50 e 60 ha conosciuto una certa diffusione in quanto molto utilizzato da grandi aziende del nord per la produzione di spumanti e distillati.

Convegno sull’alberata aversana, una delle slide proiettate

Questo filone commerciale si esaurisce totalmente negli anni 70 per cui gli agricoltori aversani non sapevano cosa fare dell’asprinio ed hanno cominciato ad espiantare le preziose alberate per favorire le piante da frutta, specie peschi più facili da piazzare nei mercati ortofrutticoli. L’incremento poi proprio in quegli anni dell’attività edilizia ha ulteriormente ristretto lo spazio vitale per l’asprinio e le sue alberate. Sta di fatto che si è passati da 16mila a 200 ettari, spesso mal gestiti dai pochi produttori e rischiano quindi l’estinzione.

Convegno sull’alberata aversana, un’altra slide

Mario Migliaccio, fiduciario Slow Food Agro Aversano Atellano si sta fortemente impegnando per ridare speranza a questo paesaggio agricolo unico nella forma e nella bellezza. Conclude il giornalista Luciano Pignataro dicendo che se una simile meraviglia si fosse trovata in Francia oggi sarebbe stata valorizzata non solo come patrimonio culturale, ma anche come importante fonte di reddito.
Il seme è stato lanciato, speriamo che, come è avvenuto con il Moscato di Saracena, si riesca a salvare questa incredibile tradizione.

Un commento

  • Alfredo Oliva

    (30 ottobre 2014 - 23:06)

    Un lavoro di 20 anni senza un riferimento al relatore. grazie

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