Due grandi verticali di Adènzia illuminano un pomeriggio estivo al Baglio del Cristo di Campobello di Licata

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la batteria di Adènzia Rosso


di Fabio Panci

Dopo ben 3 anni finalmente torno a far visita alla famiglia Bonetta, proprietaria dell’azienda Baglio del Cristo di Campobello, giovane ma ormai affermata realtà vitivinicola siciliana non solo in Italia ma anche all’estero considerando che quasi il 50% della produzione viene spedita in tutte le parti del mondo.

Una volta imboccato l’ingresso della proprietà, immersa nell’entroterra agrigentino, la vista si perde tra i filari perfettamente allineati ed abbagliati dal bianco del terreno composto in prevalenza da gesso. Appena parcheggiata l’auto mi viene subito incontro il “moto perpetuo” Carmelo Bonetta,  che dopo avermi salutato affettuosamente affidandomi al figlio Angelo per il consueto giro della cantina, riesce nel contempo ad invitare la gentilissima collaboratrice Simona a controllare la temperatura di servizio dei vini per la successiva degustazione ed infine parlare con alcuni operai per dettare le regole da seguire in vigna per la mattina successiva. Lasciato per un attimo il vulcanico Carmelo e dopo aver salutato “l’anima burocratica” dell’azienda Domenico Bonetta, (“è lui che si occupa di tutta la parte amministrativa liberandomi fortunatamente da compiti davvero faticosissimi” – confessa lo stesso Carmelo)  comincia il mio giro nella tecnologica cantina aziendale.

Il giovane Angelo, esponente della terza generazione Bonetta, mi illustra con grande professionalità ed innata passione tutto il procedimento produttivo, dall’arrivo dell’uva dalla vigna, alla selezione dei chicchi riservata ad un apposito  macchinario di recente acquisizione, la fermentazione, l’affinamento nella splendida barricaia ed infine l’imbottigliamento.

Il tour si conclude con la visita  al simbolo della tenuta,  uno splendido Cristo ligneo fatto ergere proprio in mezzo alle vigne in seguito ad una grazia ricevuta da un contadino del luogo, dove ogni 3 di Maggio si tiene un pellegrinaggio di ben 8 km con la lenta e suggestiva processione proveniente dal paese di Campobello di Licata.

il Cristo simbolo della Tenuta

Arriviamo dunque ad accomodarci in sala degustazione dove Carmelo Bonetta ci ha già fatto preparare due interessantissime verticali di “Adenzia”, sia nell’uvaggio bianco che in quello rosso.

Partendo dai bianchi dobbiamo dividere la prima batteria, composta dalle annate 2008-2009-2010, dove il blend  è di chardonnay e grillo in percentuali quasi paritarie e la seconda batteria 2011-2012-2013 dove lo chardonnay ha lasciato spazio all’autoctona insolia.

la batteria di Adènzia Bianco

L’impatto visivo mostra dei vini perfettamente conservati, con grande lucentezza nel bicchiere, con colori giallo paglierino, tendente al dorato solo nelle annate meno recenti. Al naso la situazione muta completamente in quanto nella prima batteria, fermo restando la decisa nota minerale caratteristica di tutti i vini dell’azienda, la parte agrumata la fa da padrone, con un floreale molto fine ed un’interessante nota vegetale riscontrata nettamente nella annata 2010 quasi (passatemi il termine) “sauvignoneggiante”. In bocca il 2008 stupisce ancora per la sua grande freschezza, bella parte alcolica, sapidità in chiusura con un finale lunghissimo tra cedro disidrato e fiore di zagara. Passando invece alla seconda batteria, caratterizzata da un uvaggio tutto autoctono con grillo e insolia,  ho trovato il 2011 il vino più “timido”  dell’intera degustazione. Una sorta di ponte tra il vecchio ed il nuovo blend, dove invece spicca la sfrontatezza del 2012 e soprattutto del 2013. Naso dove gli agrumi hanno lasciato spazio a note di pesca bianca, melone bianco ed immancabile sentore di gesso. Bocca sferzata da un’acidità vibrante, continua, con ritorni fruttati molto piacevoli ed una lunga scia salina.

Passando invece ai rossi,  anche qui è necessario fare un distinguo con le annate ’07 ’08 e ‘09 dove il blend prevedeva nero d’avola, syrah e piccolissime percentuali di cabernet sauvignon, mentre 2010 e 2011 solamente con  nero d’avola e syrah.

Fabio Panci durante la degustazione

Al di là della differenza nell’uvaggio quello che cambia completamente è lo stile dei vini. Nelle prime tre annate la fa da padrone, soprattutto nel 2007, una forte componente alcolica, grande morbidezza, tantissima frutta in confettura con una beva molto impegnativa. Nelle successive annate, 2010 ma soprattutto 2011 la potenza lascia spazia alla finezza, all’eleganza, con già un bel equilibrio tra parti morbide e parti dure. Al naso piccola frutta rossa, delicato floreale, speziatura virante su note dolci di cannella. Un discorso a parte merita l’annata 2008 che ho trovato , a mio modestissimo parere, al massimo delle sue potenzialità con naso dominato da piccola frutta rossa in confettura poi sbuffi di vaniglia, sentori di inchiostro e ricordi balsamici. In bocca è scemata l’acidità ma la vellutatezza dei tannini, con una parte alcolica perfettamente bilanciata, rendono la beva eccezionale quanto a piacevolezza.

In conclusione, tirando le somme, mi ha colpito favorevolmente la grande longevità dell’Adenzia bianco, un vino affinato solo in acciaio, che affronta il tempo a testa alta senza nessun timore anzi foriero di numerose soprese sensoriali. Mentre per quanto riguarda i rossi avrei piacere nel ridegustarli a distanza di un biennio, quando l’affinamento in legno sarà perfettamente metabolizzato dal vino,  stappando però già stasera un fuoriclasse come il millesimo 2008.