Un bicchiere per due / Colline Savonesi Granaccia 2011, Innocenzo Turco

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Granaccia nel bicchiere

di Fabrizio Scarpato

Lei in fondo era nel mio cuore da quel Torneo di Montecarlo, quando per il libeccio si finì per non giocare, infradiciati di pioggia e vento. Ricordo il mare, visto dal Country Club: sembrava volesse coprire il promontorio e tutto il Monte-Carlo Bay Resort, là sotto, ad ovest di Roquebrune. Eravamo giovani tennisti, iscritti alle qualificazioni per il tabellone finale: finì che scappammo in Italia, poco oltre il confine. “Ti porto a mangiare gli spaghetti”: forse anche lei pensò che fosse una prospettiva migliore rispetto a bighellonare in tuta e scarpe da ginnastica tra profumerie e gioiellerie davanti al Casinò. Non ci conosceva nessuno, ma un giocatore è diverso da tutti gli altri passanti, forse perché fuori contesto, o forse un pesce fuor d’acqua: diciamo pure che eravamo già un filo vanitosi. Io poi avevo appena firmato un piccolo grande contratto per una marca di scarpe, quanto bastava per sfiorare l’onnipotenza, anche in amore.

Gli spaghetti fiori di zucca e pomodoro non erano un granché, ma avevamo fame, nessuno ci controllava: mangiammo anche della torta di riso e zucchine, e un arrosto di coniglio con le olive e gli asparagi. Lo ricordo bene. Soprattutto ricordo che tentennammo parecchio per accettare il bicchiere di vino che l’oste ci propose: era una granaccia, anzi il vino si chiamava proprio così Granaccia, e il tipo raccontò che era un’uva che preferiva terreni difficili per esprimere tutta la sua qualità. Forse ci prendeva per i fondelli, eravamo pur sempre due ragazzi in tuta che parlavano di tennis, ma questa cosa mi colpì, quasi fosse di buon auspicio, e un bicchiere di rosso non poteva farci male.

Il colore era molto bello, rosso vivo, quasi trasparente. Ricordo che aveva il profumo di frutti rossi quasi acerbi, acidi, certamente non dolci, più more che lamponi, più corbezzoli che fragole, e sapeva delle erbe dei ravioli di mia nonna, di timo e rosmarino, ma aveva anche qualcosa di tagliente e tirato, forse la punta delle matite, ma pensai dipendesse dal profumo di grafite della mia racchetta. Quando lei lo bevve le si illuminarono gli occhi, i suoi occhi neri di ragazza spagnola: ecco io ricordo quel vino per quella luce, una composizione di contrasti, di lampi tra il verde balsamico dei boschi e il sole blu della Liguria, di fremiti giovanili attraversati dalla pungenza del pepe e dalla delicatezza dei tannini. Forse quel vino raccontava anche il carattere vitale e scontroso di due ragazzi nati in paesi diversi, ma sempre lungo le coste del Mediterraneo. La cronaca sportiva del giorno dopo, in un panorama finalmente assolato e raddolcito, fu invece molto secca, stringata: per usare un eufemismo avevamo dormito poco, probabilmente per niente e fummo entrambi eliminati, pronti a riprendere le nostre vite randagie di giovani tennisti di belle speranze.

Granaccia 2011, Innocenzo Turco

Ripenso a quei giorni mentre la macchina dell’organizzazione mi porta dall’albergo verso il Centrale. Ho sempre avuto la certezza che lei non era stata una banale giornata di riposo, quelle in cui si comprano i giornali: ma l’altro ieri quando l’ho incontrata, quando ho rivisto i suoi occhi neri, mi sono come spuntate le ali e ho vinto il mio turno, giocando d’incontro, sospeso sulle spinte in campo, le spalle grandi e grandi sbracciate, gli occhi puntati sulle righe, devastante nelle implacabili salite della precisione. Dev’esser successa la stessa cosa anche a lei, perchè siamo entrambi ai quarti di finale e avremo di fronte i rispettivi numeri uno al mondo. Siamo diventati grandi e siamo diventati bravi. Anche ricchi, se è per questo.

Ci siamo dati un appuntamento che nessuno di noi due ha stabilito, e vada come vada io proverò a chiamarla per invitarla a cena, davanti a un piatto di spaghetti e a un bicchiere di Granaccia. Dovessimo girare tutta la città per trovarla. Poi, nella trasparenza del rosso del vino, in quell’unghia lieve, quasi rosa, mi piacerebbe leggere e ritrovare la spontaneità e la sincerità di quei due ragazzi che in un giorno di pioggia in Liguria impararono ad amarsi, forse per sempre.

E poi le fragole con la panna di Wimbledon fanno abbastanza schifo.


Quasi una parafrasi di “Orbetello” e “Orbetello ali e nomi” di Flavio Giurato (Il Tuffatore 1982)

 

Un commento

  • Marco 50&50

    (7 luglio 2014 - 10:14)

    “ma un giocatore è diverso da tutti gli altri passanti” in effetti un buon lungolinea non è da tutti, proprio come un post sul vino che profuma di ricordi.

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