Giro di vite
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I vini del Vesuvio

6 settembre 2004

Grande attività vitivinicola alle falde del vulcano più famoso del mondo: l’obiettivo qualità finalmente nelle strategie di tante aziende.

Gli scavi di Pompei, quelli di Ercolano, e ancora Oplonti, le terme di Stabia, il Museo Ferroviario di Pietrarsa a Portici, lì dove terminava la prima linea italiana costruita dai Borbone per far star comodi i nobili quando si trasferivano in villa, quello del Corallo a Torre del Greco, due grandi santuari dedicati alla Madonna: l’autostrada Napoli-Salerno, ricavata tra la lava raffreddata dal mare dell’eruzione del 1631, è l’unica che porta all’Inferno e al Paradiso. L’ammasso di case brutte costruite dalla speculazione edilizia selvaggia alle falde del vulcano sembra essere un girone infernale senza speranza di riscatto. Ma le splendide ville, le masserie immerse nel verde con vista su Capri e Sorrento, gli scavi archeologici e il golfo di Napoli riescono a far dimenticare il caotico puzzle urbanistico più a rischio del mondo: qui in questo suolo fertile l’agricoltura di qualità rialza la testa e si propone all’interesse degli appassionati e dei gourmet.

Non è certo un caso che la Condotta Slow Food Costa del Vesuvio, diretta da Antonio Pasqua, è la più numerosa della Campania, dopo quella di Napoli: qui più che altrove si avverte l’esigenza di tutelare il territorio e la tradizione della più fertile e grande dispensa che per secoli ha sfamato la capitale del Regno con i prodotti facilmente coltivati sul suolo lavico ricco di minerali, naturalmente già ben drenato e baciato dal clima mediterraneo. Meraviglie e vantaggi del vulcano bicipide come appare dal mare: più in basso il monte Somma, cioè il cratere antico, a quota 1.279 invece il Vesuvio nato per distruggere le antiche città romane.

Da sempre l’aspetto più importante del lavoro nei campi della terra nera è costituito dalla viticoltura. Certo gli ortaggi, tra cui spiccano i friarielli (broccoli), i carciofi di Acerra o di Stabia, le albicocche di cento specie (Pellecchiella, Boccuccia liscia, Boccuccia spinosa, Cafona, Carpone, Baracca, Vitillo, Monaco, Prete, Palummelle,…), celebrate nelle sagre estive a Pollena Trocchia e a Sant’Anastasia, i pomodorini da serbo di piccole dimensioni, le ciliegie, gli agrumi, le noci, le olive, sono tutti prodotti inimitabili, veri cru della biodiversità, ricchi di sali e zuccheri, dal sapore marcato, tipico. Ma sin dai tempi dei primi coloni Greci venuti dalla Tessaglia è l’uva la vera protagonista delle masserie e degli orti: la falanghina, la coda di volpe qui confusa con l’uva caprettone, la verdesca (per i bianchi), il piedirosso noto anche come Per’’e Palummo, ossia piede di colombo per via del graspo caratteristico, lo sciascinoso e naturalmente l’aglianico (per i rossi) sono i vitigni tipici più diffusi e conosciuti. E ancora la catalanesca, ottima uva bianca da tavola portata dagli spagnoli e ancora coltivata soprattutto alle falde del monte Somma: sono state fatte prove di microvinificazione dal professore Luigi Moio con ottimi risultati, come già del resto sanno i contadini della zona. Dal mix delle varietà su elencate, dove alcune uve rendono morbida l’acidità di altre, nasce il Lacryma Christi, tra i vini italiani più conosciuti all’estero come ci ricorda Antonio Mastroberardino, il papà della Doc Vesuvio riconosciuta ufficialmente nel 1983. Più precisamente nel rosso in genere si compensano il difficile aglianico e il beverino piedirosso mentre nel bianco è la falanghina a conferire freschezza al caprettone o alla coda di volpe, in genere usata nell’Irpinia per abbassare l’acidità quasi sempre eccessiva del fiano di Avellino e del greco di Tufo.

Parliamo anzitutto di leggende di cui bisogna dare conto: Lucifero rubò un pezzo di Paradiso e lo usò per costruire il golfo di Napoli. Addolorato per il furto e la perdita, Gesù Cristo avrebbe pianto a dirotto e dalle sue lacrime nacque l’uva per il vino Lacryma Christi. Un’altra versione narra invece di Cristo in visita ad un eremita redento che prima del commiato gli trasforma la sua bevanda poco potabile in vino eccellente. Versioni cristiane ereditate dalla mitologia pagana ben radicata sin dai primi insediamenti umani come dimostrano l’affresco di Bacco sul Vesuvio conservato nella Casa del Centenario a Pompei e le sue infinite presenze nei resti romani scampati all’eruzione del 79 dopo Cristo, la più famosa e terribile di cui si ha memoria umana.

Parlavamo di dispensa. Se la produttività del riso è alla base dello sviluppo demografico dei cinesi, la fertilità del suolo vulcanico di quasi tutta la Campania con l’eccezione del Cilento, ha consentito a Napoli, nel Settecento, di essere la città europea più popolosa dopo Parigi, e di sopravvivere sia pur sempre affamata: verdure, legumi, ancora verdure e solo più tardi la pasta. A lungo i napoletani sono stati soprannominati magnafoglie, e questa necessità è diventata quella virtù gastronomica che ancora oggi caratterizza la tradizione partenopea: le migliaia di ricette vegetariane, arricchite dalla carne del maiale dell’orto o, nei giorni di festa, dai capretti di Sant’Anastasia, erano innaffiate dai vini del Vesuvio, in genere squilibrati, spiccatamente acidi che compensavano le fritture della tradizione araba o piatti saporiti come la parmigiana di melanzane, il ragù, broccoli e peperoni saltati o ripieni, i legumi e i semi in generale il cui commercio è una delle attività principali alle falde del vulcano.

“Ricordo – dice Angelo De Falco, titolare con il figlio Gabriele dell’omonima azienda – che dopo la seconda guerra mondiale decisi di aprire uno stabilimento a San Sebastiano per rispondere alla enorme domanda del mercato alla quale noi, napoletani trapiantati nel Salento, non riuscivamo a tenere dietro con la nostra cantina pugliese. Allora, ma dobbiamo dire sino a non molto tempo fa, non si andava tanto per il sottile e si compravano uva e vino ovunque, persino in Abruzzo”.

Furono i Mastroberardino i primi a valorizzare il Lacryma, di cui Walter aveva potuto misurare la potenzialità durante i suoi giri commerciali per il mondo nei quali vendeva Taurasi, Greco di Tufo e Fiano di Avellino. Fu così che insieme al fratello Antonio si lavorò sulla qualità riuscendo ad ottenere, sia pure con ritardo, un disciplinare che tutelasse meglio il consumatore.

Oggi il Lacryma ha una marcia in più: dal 1996 è stato infatti istituito l’Ente Parco del Vesuvio, l’area protetta più piccola d’Italia, appena 8.440 ettari. La Doc si incrocia con i perimetri del parco presieduto da Amilcare Troiano perché la superficie del disciplinare è di 8.000 ettari circa, di cui 1.100 di vigneti. “L’intera area – spiega l’enologo Amodio Pesce, presidente del Comitato Strada del Vino del Vesuvio – è divisa in due zone: quella che comprende l’alto colle oltre i 200 metri, caratterizzata da terreni in pendio e l’altra sul versante sud orientale del vulcano i cui terreni sono migliori perché oltre ad essere di formazione più recente e quindi più fertili, sono anche meglio esposti”. Il territorio, infatti, non è omogeneo: quello vesuviano è più arido e assolato, esposto a sud, caratterizzato dalla tipica vegetazione mediterranea con pinete e lecci in grande recupero mentre il versante sommano già annuncia l’Appennino con i castagni, le querce, gli ontani, gli aceri, ancora i lecci e addirittura qualche betulla. La vite, ovviamente, alligna in entrambi.

Le aziende, i vini

In questo territorio operano una ventina di aziende vitivinicole, alcune di lunghissima tradizione, impegnate sino ad una decina di anni fa soprattutto nella produzione quantitativa e poco attenta. Forse per questo il Lacryma ha cominciato ad essere rivalutato proprio da cantine di altre zone come la Mastroberardino di Atripalda di cui abbiamo già detto mentre da qualche tempo il piedirosso del Vesuvio è prodotto come Pompeiano Igt da Terredora, l’azienda di Walter Mastroberardino nata dopo la separazione dal fratello Antonio. Ma sul Lacryma, anche spumante, ha insistito molto la famiglia Martusciello proprietaria dell’azienda Grotta del Sole, a Quarto nel cuore dei Campi Flegrei impegnata da quattro generazioni nella commercializzazione e nella produzione di vino. Gennaro, enologo e presidente della sezione campana dell’Assoenologi, interpreta con il nipote Francesco in maniera più moderna la bottiglia senza però allontanarsi mai dalla tipicità: il bianco, da uva caprettone in purezza, fa miracoli sulle decine di frittate vegetariane in uso nella cucina partenopea, il rosato è un blend tra aglianico, piedirosso e sciascinoso così come il rosso. Il Lacryma deve molto alla forza commerciale delle due aziende irpine e di quella flegrea perché lo hanno strappato al destino di finire in bottiglie anonime con i tappi di plastica. Un esempio che ha spinto produttori storici alla svolta, come Sorrentino a Boscotrecase in attività da oltre un secolo ma che da solo una decina di anni ha iniziato ad etichettare, Scala a Portici nata nel 1830, Saviano ad Ottaviano fondata nel 1760, che merita una visita al museo di famiglia dove ci sono strumenti che risalgono all’inizio dell’Ottocento. Ed un secolo di storia ad Ottaviano c’è tutto anche nelle bottiglie di Romano Fioravante e Romano Michele. Le altre principali aziende in attività sono le Cantine del Vesuvio, Villino Rea e Vitulano a Trecase, Russo 1951 a Boscotrecase, Carillo a Terzigno, La Mura a Sant’Antonio Abate, Pagano a Boscoreale, Casa Barone a Massa di Somma dove le viti sono strappare alla lava dell’ultima eruzione, quella del 1944.

Tra i prodotti di punta possiamo senz’altro citare i Lacryma Christi Le Ali dell’Angelo e Vigna dell’Angelo di De Falco a San Sebastiano al Vesuvio. Il primo è un coda di volpe affinato in barrique, il secondo è piedirosso in purezza che fa sei mesi in barrique e un anno in bottiglia. Un grande avvenire dietro l’angolo ha sicuramente Villa Dora a Terzigno, di recente acquistata da Vincenzo Ambrosio che ha alle spalle una tradizione secolare nel settore olivicolo: 13 ettari sospesi tra il mare e la cima del vulcano dove l’enologo Roberto Cipresso ha già sfoderato i Lacryma Gelsonero e Forgiato, entrambi da aglianico e piedirosso. In questo caso il tipico blend campano viene interpretato in due modi: nel Gelsonero fermenta in acciaio e poi si affina in legno, nel secondo si usa esclusivamente la barrique. Acciaio e legno anche per la barrique del bianco Vigna del Vesuvio da coda di volpe e falanghina. L’esperienza di Villa Dora è importante perché è la prima volta che nella zona vesuviana lavora un enologo non campano e quando questo è successo in altri territori della regione i risultati sono stati interessanti in bottiglia e di stimolo per tutte le altre aziende.

Siamo dunque in una fase di transizione che sconta due difficoltà strutturali: la prima è la qualità del mercato urbano napoletano ancora poco selettivo che impigrisce i produttori meno attenti al futuro, la seconda è l’estremo frazionamento della proprietà terriera. Questi due limiti hanno riverberi immediati nella qualità del prodotto in vigna il cui prezzo continua a salire perché la domanda dell’uva supera di gran lunga l’offerta: il risultato è un circuito poco virtuoso dal quale è difficile uscire se alle spalle non c’è possibilità di investimenti a lungo termine e soprattutto cultura. Ma i segnali positivi, come abbiamo visto, ci sono e i risultati non mancheranno perché nel medio periodo non c’è altra possibilità se non puntare sull’eccellenza per conservare la viticoltura alle falde del vulcano più famoso del mondo. Un benefit di non poco conto, come hanno ben compreso la Mastroberardino e la Soprintendenza ai Beni Archelogici di Pompei che hanno stipulato una intesa per impiantare vitigni autoctoni in un ettaro di terra all’interno della zona degli scavi, precisamente della Regio I e Regio II che costituivano una zona periferica dell’antica città seppellita dalla lava: la Casa dell’oste Eusino, Nave Europa, Caupona del Gladiatore, Foro Boario e Fontana dei Mosaici. A settembre scorso la prima vendemmia dopo tre anni di lavoro, tra due anni, mese più mese meno, il vino. La sperimentazione ha riguardato i vitigni autoctoni classici: greco (vitis aminea gemina), fiano (vitis apiana), aglianico (vitis hellenica), sciascinoso (columbina purpurea), coda di volpe (cauda vulpium), caprettone (vitis alopecis) e la falanghina.

Le prime mille bottiglie di rosso saranno così le ambasciatrici della rinascita della viticoltura vesuviana che simbolicamente riparte da dove aveva cominciato, a Pompei.

La denominazione Vesuvio

Oggi la Doc interessa Boscotrecase, Trecase, San Sebastiano al Vesuvio e parte dei comuni di Ottaviano, San Giuseppe Vesuviano, Terzigno, Boscoreale, Torre Annunziata, Torre del Greco, Ercolano, Portici, Cercola, Pollena Trocchia, Sant’Anastasia e Somma Vesuviana, in pratica tutti i paesi costruiti alle falde del vulcano. Il disciplinare ricorda che il bianco può essere fatto con coda di volpe o caprettone che dir si voglia, da sola o con verdeca a costituire almeno l’ottanta per cento, il resto può essere falanghina e greco. Quanto al rosso (ed al rosato) si usa il piedirosso da solo o con lo sciascinoso (qui chiamati rispettivamente palombina e olivella) con aggiunta di aglianico mai superiore al 20 per cento. Quando si raggiungono i 12 gradi allora i vini possono assumere la qualificazione Lacryma Christi che, a sua volta, prevede anche i tipi spumante e liquoroso. La Doc è affiancata dal 1996 dalla Igt Pompeiano, estesa a tutti i comuni della provincia di Napoli meno quelli dell’isola d’Ischia, coperta dalla Igt Epomeo. Le specificazioni possono riguardare aglianico, coda di volpe, falanghina, piedirosso e sciascinoso realizzati con almeno l’85% del vitigno dichiarato.

C’è da vedere

Nel parco rientrano comuni ricchi di storia e di belle sorprese.

A Boscoreale c’è, per esempio, l’Antiquarium inaugurato nel 1991 che permette di conoscere gli ambienti naturali e i costumi degli abitanti prima dell’eruzione del 79, importante come il vicino Boscotrecase per la produzione di vino.

Ercolano del Miglio d’Oro con le sue ville e i suoi scavi non ha bisogno di presentazioni mentre Massa di Somma, distrutta dall’eruzione del 1944, Ottaviano e Pollena Trocchia sono comuni agricoli, pieni di masserie. Sant’Anastasia è famosa per l’artigianato del rame, Torre del Greco per il corallo, San Giuseppe Vesuviano per le sue aziende agroalimentari e di abbigliamento.

Anche San Sebastiano fu distrutta nel 1944, oggi è una sorta di quartiere residenziale del parco, pulita, ordinata e ben ricostruita, Somma Vesuviana è il comune più interessante dell’area per le mura aragonesi, i ruderi del castello, la Collegiata di San Domenico e altre costruzioni, mentre Terzigno, nata nel Settecento e che deve il nome alla terza colata di lava o terzo fuoco del 1631, è da sempre stata rinomata per la sua produzione vinicola: una tradizione che si rinnova con l’adesione del comune all’associazione delle Città del Vino e soprattutto con la riqualificazione della produzione.

Infine Trecase, il comune più piccolo. Ovunque centri storici e chiese da non perdere.

Pubblicato su Cucina e Vini, aprile 2003

Alcune bottiglie in primo piano

Lacryma Christi del Vesuvio Bianco Doc 2001
Saviano
12% vol – Euro 8,10

Di colore paglierino, al naso è delicato di mela e banana mature, bergamotto, toni di mandorla fresca ed in pasta. In bocca è un po’ spigoloso per un’acidità sostenuta, piuttosto caldo, dotato di vena sapida e di corpo leggero. Per via retronasale conferma su tutti la mandorla, con i toni agrumati, per sensazioni di media lunghezza.

Lacryma Christi del Vesuvio Bianco Doc 2001
Saviano
12% vol – Euro 8,10

Di colore paglierino, al naso è delicato di mela e banana mature, bergamotto, toni di mandorla fresca ed in pasta. In bocca è un po’ spigoloso per un’acidità sostenuta, piuttosto caldo, dotato di vena sapida e di corpo leggero. Per via retronasale conferma su tutti la mandorla, con i toni agrumati, per sensazioni di media lunghezza.

Lacryma Christi del Vesuvio Bianco Doc 2002
Cantine del Vesuvio
12% vol – Euro 8,50

Paglierino tenue con riflessi platino, all’olfatto è piuttosto intenso ed accattivante. Riconosciamo l’ananas, la mela, la banana, la pesca, la susina, gli agrumi, la cedrina, la salvia e florealità di fresia. Bell’impatto con la bocca, molto fresco, di equilibrata componente alcolica e bilanciata struttura. Conferma le percezioni fruttate del naso, con ananas ed agrumi in evidenza, supportati dalla mandorla. Buona la persistenza.

Lacryma Christi del Vesuvio Bianco Doc 2002
Cantina Grotta del Sole
12,5% vol – Euro 6,20

Paglierino tenue con riflessi verdolini, all’olfatto è di media intensità, con riconoscimenti di mela, mandorla fresca, limone di Amalfi, ananas e toni di pasta savarin. Bocca caratterizzata da una decisa componente acida che evolve in un finale amaricante. Il vino necessita di qualche mese di bottiglia per trovare il giusto equilibrio. Ancora un po’ chiuso al retrolfatto, dove troviamo la mandorla, gli agrumi, la pera e il savarin.

Leali dell’angelo 2000
Lacryma Christi del Vesuvio Bianco Doc
De Falco
12% vol – Euro 9,75

Giallo paglierino, al naso propone delicati aromi fruttati di mela, susina, limoni, mandorla fresca, fusi in un contesto minerale con nuance di miele. In bocca il vino è morbido, di acidità misurata, corpo medio e finale amaricante. Al retrolfatto il vino è un po’ chiuso e caratterizzato prevalentemente dalla mandorla e dai toni minerali per un finale di media persistenza.

Vigna del Vulcano 2001
Lacryma Christi del Vesuvio Bianco Doc
Villa Dora
13,5% vol – Euro 20,00

Di colore giallo paglierino deciso, ad una prima olfazione esprime un naso un po’ timido con riconoscimenti di fieno secco, salvia e macchia mediterranea, poi si fanno largo il frutto, con la banana, la mela, la pera e gli agrumi, ed infine sentori floreali. Bocca morbida, strutturata, ma contrassegnata da un’acidità non ancora ben fusa. Al retrolfatto si confermano, in veste delicata, i riconoscimenti del naso.

Lacryma Christi del Vesuvio Rosso Doc 2002
Mastroberardino
12% vol -Euro 7,70

Di colore rubino luminoso, ha naso vinoso e caratterizzato da intensi aromi di rosa rossa, pepe nero, toni vegetali, e su tutto un aroma di ciliegia fresca, in confettura e sotto spirito. In bocca il vino rivela tutta l’esuberanza giovanile fondata sull’acidità. Buona la struttura tannica, anch’essa lievemente irruente, in un corpo medio. Subito si ripresentano la rosa e la ciliegia, poi il pepe seguito ancora da nuance vegetali per un finale di buona lunghezza.

Vigna Lapillo 2002
Lacryma Christi del Vesuvio Bianco Doc
Sorrentino
12,5% vol – Euro 11,00

Paglierino chiaro con riflessi verdolini, all’olfatto risulta abbastanza intenso nei riconoscimenti di mela, banana, ananas, agrumi e salvia. Bocca di buon equilibrio e molto fresca, dal finale lievemente amaricante. Per via retronasale il vino ricorda la mandorla, gli agrumi, l’ananas e la salvia, sempre in toni delicati.

Vigna dell’angelo 2000
Lacryma Christi del Vesuvio Rosso Doc
De Falco
12% vol – Euro 9,75

Di colore rubino, dopo qualche minuto di permanenza nel bicchiere si apre, proponendo la ciliegia e la prugna, fresche e in confettura, la speziatura di pepe bianco e, più delicato, il nero. In bocca il vino si manifesta di corpo leggero, dotato di una freschezza spiccata, accompagnata da adeguato apporto tannico ed alcolico. Per via retronasale è meno intenso che in olfazione diretta: riconosciamo la liquirizia, meno deciso il frutto, ed il pepe a condurre percezioni di buona lunghezza.

Lacryma Christi del Vesuvio Bianco 2002
Mastroberardino
12% vol – Euro 6,40

Alla vista si offre di colore paglierino chiaro con riflessi verdolini. Il naso è accattivante, si avvertono sentori fruttati e floreali con riconoscimenti di ananas, mela, banana, pesca, fiori bianchi di sambuco, ciliegio e mandorlo, poi radice di liquirizia, foglia di pomodoro e cipria. La bocca mette in risalto un’acidità che necessita ancora di un po’ di tempo per fondersi al meglio in un contesto di buon corpo e supporto alcolico, con un finale che va a farsi leggermente amaricante in virtù di quell’acidità non ancora domata. Al retrolfatto il vino necessita di un ulteriore affinamento per confermare i riconoscimenti del naso, offrendo, ora, ricordi di mandorla, di agrumi e vegetali.

Gelsonero 2001
Lacryma Christi del Vesuvio Rosso Doc
Villa Dora
14% vol – Euro 15,00

Al naso il vino non è ancora completamente espresso. Troviamo toni vegetali, aromi di visciola, sentori di cacao, speziatura di liquirizia e pepe. In bocca si manifesta di buon corpo, ma ancora con qualche spigolo per l’acidità decisa, dei tannini lievemente disordinati ed una componente calorica importante. Conferma i toni vegetali, a cui si sovrappone decisa la liquirizia e poi, meno evidente, il frutto. Buona la persistenza.

Riserva 1999
Lacryma Christi del Vesuvio Rosso Doc
Sorrentino
12% vol – Euro 14,00

Di colore rubino, offre un naso intenso e caratterizzato da una bella fusione tra la speziatura di pepe e il frutto di amarena, e poi aromi di carruba. La bocca evidenzia un buon equilibrio, con una componente tannica però, lievemente disordinata. Il retrolfatto si conferma fruttato e con una buona persistenza aromatica.

Lacryma Christi del Vesuvio rosso Doc 2002
Cantine del Vesuvio
12% vol – Euro 9,50

Di colore rubino, propone un naso semplice, contraddistinto da aromi di frutta rossa e toni vegetali, con una lieve speziatura di pepe bianco e nero. L’ingresso in bocca è morbido, la componente tannica appare equilibrata, ma poi un’acidità forse troppo sostenuta lo rende un po’ spigoloso. Il retrolfatto risulta dominato dalla speziatura di pepe, lasciando poco spazio ai ritorni fruttati.

Vigna Lapillo 2002
Lacryma Christi del Vesuvio rosso Doc
Sorrentino
12,5% vol – Euro 11,50

Di colore rubino con unghia violacea, esprime un naso piuttosto intenso di ciliegia fresca ed in sciroppo, toni di rosa, vaniglia, rovere ed un leggero inchiostro. Ingresso in bocca morbido, poi il vino denota la sua spigolosità giovanile, rivelando in un contesto acido deciso, una trama tannica ed un alcol ancora non perfettamente fusi. Il retrolfatto conferma i riconoscimenti fruttati, supportati da toni di rovere, eredità del legno di affinamento.

Forgiato 2001
Lacryma Christi del Vesuvio Rosso Doc
Villa Dora
14% vol – Euro 30,00

Rubino violaceo molto intenso. Al naso si rivela concentrato e marcato da una nota eterea che si fa portatrice di aromi di mirtillo nero e ciliegia sotto spirito, sciroppo di frutti di bosco, carruba, inchiostro, pepe nero, tabacco e note balsamiche. Ingresso in bocca morbido, poi l’acidità ed i tannini, fors’anche per un corpo che non appare del tutto adeguato, si fanno sentire. Il retrolfatto è intenso di frutto, poi si ritrovano ricordi di tabacco e la speziatura, il tutto con un finale di buona persistenza.

Coda di Volpe 2002
Pompeiano Igt
Terredora
11,5% vol – Euro 5,90

Di colore paglierino con riflessi verdolini, propone un naso piacevole e di buona intensità che rilascia aromi di salvia, ananas, pesca, banana, agrumi e delicati fiori bianchi. La bocca si caratterizza per un’acidità spiccata, dovuta ad un’esuberanza tutta giovanile che trova conforto nella componente alcolica. Retrolfatto di erbe aromatiche e di frutto, con toni prima mediterranei di pesca, poi esotici di banana e ananas. Buona la persistenza aromatica.

Vesuvio Lacryma Christi
Spumante dolce Doc
Grotta del Sole
12% vol – Euro 7,00

Di colore paglierino tenue con riflessi verdolini, al naso è percorso da toni vegetali in cui riconosciamo salvia, ortica e foglia di pomodoro, quindi florealità di lavanda, frutto di pesca bianca, pomi esotici e mandorla fresca. Molto semplice in bocca, ma ben equilibrato nelle sensazioni morbide, nella dolcezza molto “discreta” e nella freschezza, frutto dell’acidità e di un’effervescenza cremosa. Non molto persistente, il retrolfatto risulta ancora semplice nei riconoscimenti di pesca, pera e nuance di pasticceria.

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