Il Falerno bianco di Michele Moio

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Campania terra di bianchi, non a caso solo una delle tre docg, il Taurasi, è a bacca rossa. Al di là delle statistiche, appare in tutta evidenza come, soprattutto negli ultimi anni, il rafforzamento dell’immagine regionale sui mercati passa proprio attraverso il Fiano di Avellino, il Greco di Tufo il cui successo commerciale sta cambiando il volto del paesaggio agrario della Valle del Sabato in Irpinia, e della Falanghina. Invece il bicchiere 2006 del Falerno bianco di Michele Moio, ottenuto esclusivamente da uva falanghina, può costringere tutti al radicale ripensamento vista la potenza e la complessità di un vino da spendere senza ombra di dubbio nel cenone della Vigilia, quando trionfa la cucina di mare in tutte le sue possibili declinazioni, dal crudo sino al polpetti alla Luciana. Ancora bianco? Già, il Falerno, e Moio, sono indissolubilmente legati al rosso, soprattutto dopo la scoperta e il lancio convinto fatto da Robert Parker ad alcuni campioni di questa tipologia e alle messe di riconoscimenti ricevuti dai produttori nel corso degli anni dalle guide specializzate. Invece la doc prevede anche la Falanghina, lavorata ovunque in purezza, con risultati molto interessanti dovuti non solo al terroir di Mondragone, asciutto e caldo, ma anche all’uso del tipo Beneventano che, rispetto a quello dei campi Flegrei, ha sicuramente maggiore struttura e possibilità di invecchiamento. Una regola confermata dal bicchiere di Michele, uno dei padri del vino campano insieme ad Antonio Mastroberardino e Mario D’Ambra, testardo e tenace viticolture in quel di Mondragone dove è al lavoro ormai da molti decenni. Grazie alla sua perseveranza il Falerno è arrivato sino a noi mantenendo una tipicità, starei per dire a volte spigolosità tannica, giudicata poco moderna nella seconda metà degli anni ’90 e che invece adesso lo rende bicchiere terribilmente trendy. La storia, il vitigno, il carattere, fanno del Falerno di Michele un oggetto cult di appassionati e acculturati per i quali il presente deve avere sempre il fascino autentico del passato da trasmettere per poter essere cercato e raccontato. Questo Falerno ci ha stupito per la potenza, la compostezza contenuta a fatica a un anno dalla vendemmia, la rapidità della freschezza di affrontare il cibo, una pasta e patate bianca alla Spina Santa di Giffoni Valle Piana, la spinta a proseguire nella beva anche sul pesce grazie al sottofondo di sapidità e mineralità con le quali il vino dichiara la sua appartenenza al suolo vulcanico campano. Un Falerno per la fine di questo anno difficile, il Falerno di Michele Moio.