Il Montegauro 2003 di Grotta del Sole

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Ora che il clima volge al caldo, il freddo relegato per finta al presepe natalizio, tramontata l’epoca dei rossi concentrati, vanigliati e alcolici, fuori moda la barrique usata invasivamente, torna il Piedirosso. Interessante osservare come le aziende napoletane e casertane, ossia quelle maggiormente vocate al commercio, stiano puntando decise sui vitigni autoctoni mentre nell’Irpinia fa nuovamente capolino purtroppo la voglia di usare uve internazionali, almeno nei vini base. Esterofilia sempre in agguato nel Mezzogiorno emigrante bisognoso di smentire l’essere provinciale o ritardo nel capire le autentiche tendenze del mercato? Difficile l’analisi, certo è che mentre il merlot torna baldanzoso in blend da dimenticare sulle colline taurasine, mentre nel Vulture spuntano peggio della fillossera pinot noir e chardonnay, mentre la Sicilia merlottizza il Nero d’Avola, in provincia di Napoli si lavora con determinazione su piedirosso, falanghina e catalanesca. Torniamo allora al nostro Montegauro 2003, pieno, fruttato, legno leggero e autentico, uno di quei vini campani capaci di tenere il passo vendemmia dopo vendemmia con costanza, direi ormai collaudati dopo tanti anni come un motore della Fiesta. Fa parte della scuderia di Grotta del Sole, l’azienda che con anticipo e lungimiranza ha saputo guardare le tendenze di mercato impostando il recupero filologico del Gragnano, del Lettere, dell’Asprinio, del Piedirosso e della Falanghina. Per i primi due vini leggendarie le etichette per una tracciabilità ante litteram nelle quali erano indicati i nomi dei contadini conferitori a tutela dei consumatori, pignoleria non concessa a tutti ancora oggi. Il Piedirosso è vino difficile, capriccioso nei campi e in cantina, cambia tono ogni anno, ma quando si riesce ad interpretare le sue tendenze si ottiene il massimo da bere sulla cucina napoletana classica, dalle zuppe di pesce al sartù, dalla genovese al soffritto, anche sulla pizza margherita o marinara, davvero è difficile trovare un vino in grado di fare da spalla in maniera così naturale, persino ovvia. Il Montegauro è un blend di acciaio e legno, ben dosato l’equilibrio fra le partite per cui è difficile cogliere note tostate al naso mentre al palato si avverte una spalla in più rispetto al base. La versione 2003 naturalmente è più concentrata, ricordiamo tutti i problemi di siccità, a distanza di quasi quattro anni ha raggiunto il massimo della sua espressione con alcol, tannini e freschezza in perfetto controbilanciamento. Lo beviamo sui mugliatielli preparati da Pompeo Limongiello all’Incanto in quel di Sant’Andrea di Conza a dimostrazione che non si vive di solo Aglianico, anche ai confini federiciani tra Campania e Lucania.