La Catalanesca del Vesuvio

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Tutti i Vesuviani sono affezionati all’uva catalanesca, così chiamata perchè importata dalle campagne di Barcellona alle pendici del Monte Somma da Alfonso I d’Aragona. Ed è stato il profumato vino bianco, finalmente commercializzato dopo un lungo iter seguito con determinazione da Michele Manzo dell’Assessorato regionale all’Agricoltura, la novità campana all’ultimo Vinitaly. Ed ecco allora il mio consiglio per Pasquetta, la Catalanesca rifermentata con il metodo charmat da Maurizio Russo delle Cantine Russo 1951, da portare nel paniere e bere senza freno sui tortani e tutto il repertorio classico del Lunedì in Albis mentre si riabbraccia la nostra straordinaria campagna. Avrà successo questo nuovo bianco che arricchisce l’incredibile patrimonio degli autoctoni campani, o sarà marginalizzato come avvenuto per l’Asprinio dalla Falanghina? Dalla sua ha solide radici nel territorio del Vesuvio, tutti ne hanno memoria e non a caso Maurizio ha voluto dedicare la sua Catalanesca alla mamma. Come tutti i vini della regione e del Sud deve fare però i conti con l’analfabetismo commerciale di molti produttori, per cui invece di parlare di territorio e forzare la mano sul numero delle aziende impegnate su questo nuovo vino, è già polemica tra chi sostiene che debba essere tranquillo e chi dice invece che la tradizione è frizzante. Poi, come avveniva con il Fiano e il Greco una quindicina di anni fa, sotto sotto si fanno scivolare accuse non provate sul fatto che pochi userebbe davvero solo questa uva in purezza.Tutte sciocchezze con le quali siamo costretti a fare i conti da sempre, vista tra l’altro l’abbondanza, anzi la sovrapproduzione di materia prima di cui soffre il comparto vitivinicolo. Idiozie alle quali i compratori americani e giapponesi o gli appassionati italiani sono in realtà poco interessati: il dato di fatto è costituito invece dalla qualità del prodotto, ben lavorato da Antonio Pesce, impegnato a proseguire l’opera del papà Amodio e dal grande rapporto tra qualità e prezzo capace di offrire sul mercato un vino tipico, riconoscibile, unico, sotto i cinque euro. Starei per dire, aumentatelo pure ragazzi, troverete sicuramente appassionati disposti a comprarlo. L’aspetto positivo di queste ultime stagioni è la determinazione con la quale i produttori napoletani puntano sui vitigni autoctoni per affermarsi sul mercato. Un segnale chiaro a chi, faccio riferimento ad alcune aziende in Irpinia e nel Sannio, stanno pericolosamente sbandando introducendo uve nazionale e internazionali per «ammmorbidire l’Aglianico». Orrore, orrore. Datemi la mia Catalanesca.