La Cina è la nuova Australia: entro cinque anni sarà tra i maggiori produttori di vino

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Ci siamo già occupati del rapporto tra Cina e Vino con gli articoli di Maria Pranzo da Hong Kong, ormai terza piazza dopo New York e Londra. Dedichiamo questo articolo da Londra dell’Ansa a quei produttori che hanno insistito per introdurre vitigni internazionali in storiche doc. Il panorama sta cambiando e per capire come andrà a finire basterebbe assumere le vicende del tessile e delle ceramiche come episodi premonitori. Per resistere l’Italia dovrà mettersi in concorrenza sulla quantità e il basso costo o specializzarsi in alto artigianato vitivinicolo. Il nodo è tutto qui.

di Alessandra Baldini

LONDRA. – Cabernet Sauvignon di Shanxi, Merlot di Shandong, Bordeaux di Hebei: la concorrenza al Chianti e al Barbera viene dalla
Cina. Il Paese della Grande Muraglia sta imparando a fare il vino e presto bottiglie con le etichette Great Wall, Dynasty o Changyu potrebbero trovare un posto nelle enoteche dell’Occidente.
 Come ogni altro tipo di export dalla Cina, anche quello del vino marcia a passi da gigante: nel 2006 i cinesi non erano neanche tra i 10 maggiori produttori di vino del mondo ma entro la metà del prossimo decennio il vino di quel Paese batterà, quanto a quantità, quello australiano, con una produzione annuale destinata a salire da 72 milioni di casse a 128 milioni entro il 2014: le stime sono dell’International Wine and Spirits Research di Londra per la fiera di settore Vinexpo.
 Finora il grosso di questa produzione è stata per consumo interno e ha una cattiva reputazione tra gli enofili ma, come sempre in Cina, basta cominciare per sfondare in tempi brevi il mercato. La vasta disponiblità di terreni per vigneti e la varietà di clima e topografia fanno della Cina «una potenziale superpotenza» nel settore della viticultura, ha scritto oggi il quotidiano britannico Independent.


 Tra l’altro, a quanto pare, ai cinesi ricchi il vino piace moltissimo come hanno dimostrato le aste di questo fine settimana: a Hong Kong, che dopo Londra e New York è diventata il centro più importante per le vendite all’incanto, la collezione di bottiglie pregiate del compositore Andrew Lloyd Webber ha permesso di rastrellare 5,6 milioni di dollari contro la stima di 4,1 milioni.
 Pensando ai nuovi enofili cinesi il gruppo francese Marie Claire sta per lanciare una edizione cinese di uno dei più illustri mensili di vini del mondo, Revue du Vin de France, mentre Dynasty Fine Wines, una dei maggiori produttori del Paese che è in parte controllata dal gigante del liquore francese Remy Cointreau, sta facendo shopping di vigneti: «Abbiamo visitato oltre venti fattorie e quelle in Francia e Australia sono ai primi posti sulla nostra lista delle aquisizioni», ha detto al China Daily il presidente Bai Zhisheng, con l’obiettivo di ottenere «la migliore qualità del vecchio mondo e la scala di produzione del nuovo mondo».
 La Cina non è d’altra parte il solo Paese delle ‘nuove latitudinì che si è buttato nella vinicultura: la sfida al Chianti oggi viene anche dallo Shiraz di Bangalore, dal Cabernet del Brasile o dal Chenin thailandese: vini favoriti dal cambiamento climatico su cui si sono buttati con entusiasmo i grandi operatori del settore: da LVMH Luis Vuitton Moet Hennessy a Pernod Ricard e Veuve Cliquot Ponsardin, producendo nel terzo mondo bottiglie che potrebbero presto far concorrenza a Francia, Italia e Usa. (ANSA).

6 commenti

  • Arturo Terminiello

    (25 gennaio 2011 - 17:50)

    e noi purtroppo ancora oggi diamo credito a chi consiglia di “sradicare” il tintore dalle nostre terre per impiantare altre, se pur nobili varietà!

  • giulia

    (25 gennaio 2011 - 18:05)

    è tanto tempo che nei convegni lanciamo allarmi, ” guardate che i concorrenti non sono i vs vicini o dirimpettai”…..lettera morta. nessuno ha capito che la via di salvezza per l’Italia è la iper specializzazione , anche un solo vino se è quello che il terreno dà, non si vendono le docg campane sul Vesuvio o nei Campi Flegrei tanto per dirne una, o chi sa fare un super fiano unico al mondo è inutile che si metta a fare falanghina…. chi ha orecchie per intendere intenda…

  • Fabio Gatto

    (25 gennaio 2011 - 18:31)

    Non parlate solo di specializzazione , nell’articolo si citava anche il rapporto col prezzo praticato in quei luoghi lontani . E’ sempre quello il grimaldello di entrata per i prodotti cinesi in ogni nuovo mercato .

  • giulia

    (25 gennaio 2011 - 18:43)

    dipende dal mercato, quelli extraeuropei sicuramente e anche forse in qualche paese europeo che compra indefiniti vini italiani a 2 €, ma se parliamo di paesi europei produttori , dubito possano farcela solo con il prezzo, parliamo comunque di vitigni internazionali

  • enrico malgi

    (25 gennaio 2011 - 20:14)

    Non capisco perché tutta questa sorpesa sui vini podotti nel “nuovissimo mondo” (dal punto di vista dell’età, anche se teoricamente la viticoltura cinese risale addrittura al II secolo a.C.). Come tutti ormai sanno, laddove esistono condizioni pedoclimatiche favorevoli all’acclimatazione della vitiis vinifera. cioè più o meno dal trentesimo al cinquantesimo paralelllo dei due emisferi, si può coltivare benissimio la vite. Il problema risiede soltanto nell’avere a disposizione persone competenti e notevoli risorse economiche. Per entrambi i casi, in Cina non ci dovrebbero essere problemi di questo tipo, perché le risorse finanziarie, come tutti sanno, sono molto disponibili e per la competenza basta rivolgersi agli esperti che vengono dalla Francia, che portano appresso anche i loro vitigni da piantare o, più semplice ancora, ricorrere ai cosiddetti flight winemakers aussie che stanno ancora più vicino. E cosi, dopo la viticoltura del “nuovo mondo” abbiamo anche quella cinese (che esprime un vitigno autoctono chiamato Pu Tao Jin), quella giapponese (qui uno dei vitigni autoctoni più importanti è il Koshu, che produce un vino bianco costosissimo), quella indiana, thailandese, coreana e via dicendo. Allora, a questo punto bisogna porsi alcune domande: tutto questo è un bene o un male per la produzione mondiale? I mercati internazionali sono ricettivi, opppure, come sembra, sono già molto saturi per l’eccessiva produzione? E in tutto questo l’Italia acquisisce vantaggi o svantaggi? Mi fermo qui. Abbracci.

  • ALBA

    (26 gennaio 2011 - 14:23)

    “Ancora sappiate che la magiore parte del Catai bevono un cotale vino com’io vi conterò. Egli fanno una pogione di riso e co molte altre buone spezie e concialla in tale maniera che egli è meglio da bere che nullo altro vino. Egli è chiaro e bello e inebria più tosto che altro vino, perciò ch’è molto caldo.” da Il Milione di Marco Polo

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